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ⓘ Matteo Albertone. Matteo Francesco Albertone è stato un generale italiano. Generale di divisione del Regio Esercito, prese parte alla battaglia di Adua al coman ..




Matteo Albertone
                                     

ⓘ Matteo Albertone

Matteo Francesco Albertone è stato un generale italiano. Generale di divisione del Regio Esercito, prese parte alla battaglia di Adua al comando di una brigata di ascari eritrei; dopo una valida resistenza la sua unità fu distrutta ed egli cadde prigioniero.

                                     

1. Carriera militare

Piemontese, come gran parte dei militari sabaudi dellOttocento, Matteo Albertone uscì nel 1861 dallAccademia militare col grado di sottotenente dei Bersaglieri. Nei primi anni partecipò alla campagna contro il brigantaggio nellItalia meridionale, poi alle battaglie per la presa di Roma del 1866 e del 1870, nella quale finalmente si riuscì a conquistare lUrbe. Negli anni successivi fu nominato Capitano nel Corpo di Stato Maggiore ed insegnò arte militare alla Scuola di Guerra. Nel 1888 ebbe il comando del I Reggimento "Cacciatori dAfrica" del Corpo speciale d’Africa e poi, fino al 1890, il comando del contingente di stanza a Massaua. Nello stesso anno fu rimpatriato in Italia.

                                     

2. La guerra in Abissinia

Nel 1895, in concomitanza con la ripresa delle ostilità fra le truppe italiane stanziate nella colonia eritrea e gli abissini del Negus Menelik II, Albertone venne rimandato in Africa con il grado di generale di divisione e assunse il comando della Brigata Indigeni, formata dagli àscari, militari per lo più eritrei, che combattevano al fianco degli italiani previo un piccolo compenso. Qualche volta gli ascari dimostrarono infedeltà verso gli ufficiali italiani, tradendo e consegnandosi ai ras abissini, in special modo dopo le sconfitte, ma vi sono innumerevoli casi di ascari che combatterono con fedeltà al fianco dei militari italiani. Albertone succedeva al comando della Brigata Indigeni al generale Giuseppe Arimondi.

Nel gennaio del 1895 le truppe italiane, comandate dal generale Oreste Baratieri, si scontrarono con quelle del ras Mangascià e, dopo un aspro combattimento, lesercito nemico fu decimato dal nutrito cannoneggiamento degli italiani. Nei mesi successivi Baratieri avanzava con decisione nel Tigrè e nellautunno tutta la regione poteva dirsi occupata. Tuttavia, trascorse poche settimane, fu lo stesso Negus Menelik II a tornare sul piede di guerra denunciando lindebita occupazione italiana del Tigrè, territorio che il Trattato di Uccialli assegnava allEtiopia. Menelik II mise insieme una forza immensa per marciare contro la colonna italiana e già nella primavera del 1895 il suo esercito era pronto, ma lavanzata venne rimandata allautunno quando sarebbe terminata la stagione delle grandi piogge. Ai primi di dicembre lesercito abissino, forte di 100 000 uomini si trovava diviso in due tronconi: una a nord del lago Ascianghi al comando del Ras Maconnen 30.000 uomini e una a sud, al comando dello stesso Negus 70 000 uomini. Le forze italiane, enormemente inferiori, erano anchesse suddivise in due contingenti: 5.000 uomini erano di stanza ad Adigrat e altrettanti a Macallè.

Nel dicembre del 1895 la compagnia del maggiore Pietro Toselli rimase isolata sullaltipiano dellAmba Alagi, avendo il generale Baratieri impedito ad Arimondi di inviargli soccorso. I pochi superstiti, raccolti dal generale Arimondi, ripiegarono su Adigrat, mentre le truppe abissine assediavano il forte di Macallè, presidiato dal tenente colonnello Giuseppe Galliano. Negli ultimi giorni di febbraio, per lesercito italiano le vettovaglie erano talmente ridotte da non poter bastare che per pochi giorni ancora. Simponeva perciò la necessità di ritirarsi oppure di tentare, con unavanzata su Adua, di aprirsi la via più breve di rifornimento per i magazzini Adi Ugri e di Asmara. Baratieri era più favorevole alla ritirata ma, sentito nella sera tra il 28 e 29 febbraio il parere degli altri generali, che allunanimità propendevano per lattacco, decise infine di affrontare il nemico coi suoi 15 000 uomini contro gli oltre 120 000 di Menelik II.

                                     

3.1. La battaglia di Adua Casus belli e strategia

Nella notte tra il 29 febbraio e il 1º marzo il generale Baratieri decise, dunque, di avanzare dalla ben difesa posizione di Saurià. Lidea era quella di attirare lesercito di Menelik, o almeno la sua retroguardia, in uno strenuo combattimento che lavrebbe visto inevitabilmente capitolare. Fu indotto a compiere questa manovra rischiosa, pur di ingaggiare battaglia, a seguito del telegramma che il primo ministro Francesco Crispi gli aveva inviato in data 25 febbraio: "Cotesta è una tisi militare, non una guerra". Alle ore 21.00 del 29 febbraio lesercito si mosse su tre colonne: alla destra marciava la colonna guidata dal generale Vittorio Dabormida 2 500 uomini, al centro quella del generale Giuseppe Arimondi 2 500 uomini anchessa e alla sinistra quella degli àscari al comando del generale Matteo Albertone 4 000 uomini.

                                     

3.2. La battaglia di Adua Fallimento del piano Baratieri

Nelle intenzioni del governatore, larrivo delle teste di colonna sulle posizioni prestabilite sarebbe dovuto avvenire in contemporanea alle ore 5:00 del 1º marzo ma, a causa di molteplici disguidi e di un difetto di collegamento, le cose andarono molto diversamente. Durante lavvicinamento si verificò lincrocio della brigata di Albertone con quella centrale di Arimondi, che dovette arrestarsi per lasciarla sfilare. La brigata di Albertone accelerava poi la marcia, giungendo intorno alle ore 3.00 alla località prestabilita da Baratieri per il ricongiungimento delle colonne. Alle prime luci dellalba, Albertone decise di riprendere lavanzata, distanziandosi in tal modo enormemente dalle altre brigate italiane. I motivi di tale iniziativa non furono mai chiariti ma è certo che nella mappa dei luoghi messa a punto da Baratieri il punto di riunione era erroneamente nominato come il colle Enda Chidane Meret, che si trova nella realtà molti chilometri più a sud-ovest, come fu chiarito ad Albertone dalle guide indigene. Alle ore 5:30 la colonna di Albertone raggiunse quindi il colle Enda Chidane Meret. Lavvistamento della colonna italiana avvenne immediatamente da parte degli abissini, ed ebbe leffetto di mettere in allarme lintero campo che si trovava poco lontano. La brigata del generale Albertone si trovava, sola, molto avanzata ed esposta, senza possibilità di sostegno dalle altre brigate.



                                     

3.3. La battaglia di Adua Sconfitta del generale Albertone

Il battaglione Turitto, avanguardia di Albertone, venne imprudentemente lanciato allassalto del nemico e dopo oltre unora di valoroso combattimento fu decimato e costretto a ripiegare sul grosso della colonna, che a sua volta si vide attaccata frontalmente e sul fianco sinistro da 30.000 uomini che cercavano di tagliare la ritirata. Poco prima delle ore 7:00 Albertone, preoccupato, stilò un messaggio per il generale Baratieri, chiedendogli di intervenire. Questi ordinò alla brigata guidata dal generale Dabormida di procedere verso sud-ovest per andare a sostenere quella di Albertone, ed alla brigata di Arimondi di piegare anchessa verso sinistra in direzione del Monte Rajo. Il generale Dabormida, nel tentativo di alleggerire la pressione su Albertone, spinse la sua brigata nel profondo vallone di Mariam Sciauitù, dove però andò a urtare contro forze nemiche molto superiori.

Alle 10:30 la brigata Dabormida che aveva cercato vanamente di soccorrere Albertone era a sua volta tagliata fuori dallesercito abissino. Di fatto la battaglia si era ormai scissa in tre scontri separati e indipendenti luno dallaltro: al colle Enda Chidane Meret combattevano gli àscari di Albertone, sul Monte Rajo i soldati di Arimondi, e infine nel vallone di Mariam Sciauitù quelli guidati da Dabormida. In tutte e tre le posizioni il nemico godeva di una schiacciante superiorità numerica le colonne italiane, troppo lontane tra loro, non erano in grado di prestarsi reciprocamente alcun aiuto. Alle 10:00, caduti tutti gli ufficiali e perduta lartiglieria, i pochi superstiti della brigata Albertone furono costretti a ritirarsi in disordine finché, alle 11:00, la brigata fu completamente annientata e il generale stesso, risparmiato dal fuoco caso più unico che raro fra gli ufficiali italiani, fu fatto prigioniero dagli abissini.

                                     

4. Trattati di pace e successiva scarcerazione

Annientate le truppe dei generali Dabormida e Arimondi, a loro volta rimasti sul campo, la battaglia di Adua si risolse in una vera carneficina per le truppe italiane, e il governo presieduto da Francesco Crispi doveva abbandonare ogni velleità di espansione coloniale in Africa Orientale e rassegnare le dimissioni. In prigionia, Albertone, logorato dai sensi di colpa per la responsabilità personale nella sconfitta e disperando della liberazione, tentò il suicidio. Tuttavia la libertà arrivò in autunno, dopo la firma della pace di Addis Abeba del 26 ottobre 1896. Ritornato in Patria fu decorato con la medaglia dargento al valor militare per il profondo senso del dovere ed il coraggio che, al di là della personale responsabilità nella disfatta, non gli mancarono. Nel 1897 ebbe per breve tempo il comando della Brigata "Re" e, nello stesso anno, fu collocato in ausiliaria a seguito di sua domanda. Morì a Roma il 13 febbraio 1919, da tempo ritiratosi a vita privata.