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ⓘ Dagherrotipia. La dagherrotipia fu il primo procedimento fotografico per lo sviluppo di immagini. Messo a punto dal francese Louis Jacques Mandé Daguerre da uni ..




Dagherrotipia
                                     

ⓘ Dagherrotipia

La dagherrotipia fu il primo procedimento fotografico per lo sviluppo di immagini. Messo a punto dal francese Louis Jacques Mandé Daguerre da unidea di Joseph Nicéphore Niépce e del figlio di questi, Isidore, venne presentato al pubblico nel 1839 dallo scienziato François Arago, presso lAcadémie des Sciences e lAcadémie des Beaux Arts.

                                     

1. Realizzazione

Il dagherrotipo si ottiene utilizzando una lastra di rame su cui è stato applicato elettroliticamente uno strato dargento, questultimo sensibilizzato alla luce con vapori di iodio. La lastra deve, quindi, essere esposta entro unora e per un periodo variabile tra i 10 e i 15 minuti.

Lo sviluppo avviene mediante vapori di mercurio a circa 60 °C, che rendono biancastre le zone precedentemente esposte alla luce. Il fissaggio conclusivo si ottiene con una soluzione di tiosolfato di sodio, che elimina gli ultimi residui di ioduro dargento.

Limmagine ottenuta, il dagherrotipo, non è riproducibile e deve essere osservata sotto un angolo particolare per riflettere la luce in modo opportuno. Inoltre, a causa del rapido annerimento dellargento e della fragilità della lastra, il dagherrotipo veniva racchiuso sotto vetro, allinterno di un cofanetto impreziosito da eleganti intarsi in ottone, pelle e velluto, volti anche a sottolineare il valore delloggetto e del soggetto raffigurato.

Per ridurre i tempi di sviluppo ed estendere così il campo dapplicazione della dagherrotipia anche al giornalismo, John Frederick Goddard utilizzò i vapori di bromo per aumentare la sensibilità della lastra, risultato che ottenne anche Antoine Claudet ma con i vapori di cloro. Comunque anche lunione di queste due tecniche e di obiettivi più luminosi non permise unesposizione inferiore ai dieci secondi. Lutilizzo di vapori di mercurio rese la produzione di dagherrotipi un procedimento pericoloso per la salute.

                                     

2. Strumenti

La fotocamera per la dagherrotipia era composta da una scatola di legno, una fessura per la lastra di rame sul retro e frontalmente un obiettivo fisso, in vetro e ottone. Questultimo era inizialmente costruito sullo schema dellottico francese Charles Chevalier, possedeva una luminosità compresa tra f/11 e f/16 e la lunghezza focale era di 360mm. Nel 1840 Josef Petzval introdusse un nuovo obiettivo a quattro lenti e di elevata luminosità f/3.7, che permise labbattimento dei tempi di esposizione. A seguito dellestremo interesse suscitato dalla nuova tecnica, Daguerre, Niépce e A. Giroux fondarono una società per la produzione della strumentazione necessaria ad ottenere i dagherrotipi.

Le immagini si formavano sulla lastra come riflesse, caratteristica che richiese ladozione di alcuni accorgimenti per la composizione del dagherrotipo, come la sistemazione degli oggetti a destra per farli apparire a sinistra, oppure non includere del testo, per evitarne il capovolgimento. Nel 1840 Alexandre S. Wolcott inserì uno specchio concavo in fondo alla camera oscura, che riflettendo per la seconda volta limmagine, ne restituisce il corretto posizionamento. Claudet contribuì alla soluzione con un prisma raddrizzatore dopo lobiettivo.

In Italia il primo esemplare della fotocamera di Daguerre raggiunse il laboratorio ottico di Alessandro Duroni poco dopo la presentazione di Arago. Con il nuovo strumento furono prese alcune vedute della città di Milano.

L8 ottobre 1839 a Torino, Enrico Federico Jest, insieme con il figlio Carlo Alessandro e con Antonio Rasetti, produsse dei dagherrotipi utilizzando una macchina autoprodotta, il primo apparecchio fotografico italiano. Grazie alla traduzione del manuale di Daguerre ad opera dello stesso Jest, nel 1840, si formano numerosi altri studi per la produzione di strumenti per la dagherrotipia.

                                     

3. Storia

La dagherrotipia ottenne un notevole e rapido successo, permettendo di riprodurre fedelmente lambiente circostante. Allinizio erano predominanti i paesaggi le nature morte, principalmente a causa dei lunghi tempi di esposizione necessari. Con laffinarsi del procedimento e della realizzazione di obiettivi luminosi crebbero i ritratti e qualche timido tentativo di fotogiornalismo.

Il primo esperimento di dagherrotipia in Italia fu tenuto il 2 settembre 1839 a Firenze con attrezzatura prodotta da Giroux, ma la tecnica ebbe immediata diffusione anche in città di media grandezza: ad esempio, già nel 1846 a Forlì era famoso il dagherrotipista Achille Manuzzi, come risulta da un discorso di Aurelio Saffi.

Nonostante ciò in Italia la dagherrotipia fu utilizzata in misura minore rispetto alla popolarità di cui il processo godette in America. La produzione risulta quantitativamente inferiore anche rispetto alla Francia ed all’Inghilterra. In Italia il ritratto fotografico si affermò solo a partire dagli anni successivi al 1855, con le lastre al collodio le stampe carte de visite all’albumina. Lunico dagherrotipo a soggetto animale realizzato in Italia di cui si sia a conoscenza è quello dellelefante Friz posseduto da Vittorio Emanuele II Collezione Simeom C4400.

In Spagna approdò il 10 novembre 1839, a Barcellona.

In America la dagherrotipia, importata già nel 1839 da Samuel Morse e Francois Gourard, allievo di Daguerre, ottenne un vasto successo. Fu utilizzata per ritrarre i membri del Congresso e i territori di confine con il Canada, per mano di Edward Anthony e cinque dagherrotipi fecero conoscere le cascate del Niagara al mondo. AllEsposizione universale di Londra la qualità dei dagherrotipi americani fecero guadagnare agli Stati Uniti tre medaglie su cinque.

Nel 1850 uscì a New York il primo numero del The Daguerreian journal devoted to the Daguerreian an photographic art, giornale di fotografia.

Dal 1855, con lintroduzione delle nuove tecniche al collodio umido e allalbumina, la dagherrotipia perse interesse, anche se utilizzata sino a fine secolo.



                                     
  • Disambiguazione Se stai cercando il procedimento fotografico, vedi Dagherrotipia Dagherrotipi è una raccolta di saggi di Karen Blixen.
  • riuscirà a mettere a punto la tecnica che prenderà il suo nome, la dagherrotipia Questa sarà resa pubblica nel 1839 dallo scienziato François Arago
  • per il dagherrotipo Talvolta gli ambrotipi venivano colorati a mano con tenui colori all anilina o pigmenti in polvere. Calotipia Dagherrotipia Ferrotipia
  • con cui lavorò allo sviluppo della dagherrotipia il primo procedimento fotografico ad ampia diffusione. Dagherrotipia Calotipia Ambrotipia Ferrotipia Altri
  • abbellite da colori o vernici, come invece accadeva con l ambrotipia o la dagherrotipia EN Bloomington, Hamilton Lanphere Smith, in The American Midwest:
  • richiedeva un tempo da 10 secondi a qualche minuto, molto più rapido della dagherrotipia Dopo l esposizione alla luce è necessario rilevare l immagine impressionata
  • oggi, vengono stampate immagini fotografiche antiche e moderne: dalla dagherrotipia alla moderna fotografia. Fino agli anni 50, comunque, veniva utilizzata
  • Portrait Gallery e Smithsonian Institution Press, 1983. Mathew B. Brady Dagherrotipia Altri progetti Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene immagini
  • Ciavarella, Sulle tracce di Antonio Pio, pittore cesenate. Ricerca biografica, in Studi Romagnoli, Stilgraf, Cesena 2016 Storia della fotografia Dagherrotipia
  • tridimensionalità. Verso la fine degli anni 50 iniziò il declino della dagherrotipia cioè della copia unica, sostituita dalla Calotipia, inventata nel 1839