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Caduta dellImpero romano dOccidente (storiografia)
                                     

ⓘ Caduta dellImpero romano dOccidente (storiografia)

La storiografia dedicata alla caduta dellImpero romano dOccidente sin dagli inizi ha messo in discussione che questa potesse essere fissata, sia pure formalmente, alla data del 476, anno in cui Odoacre depose lultimo imperatore romano-occidentale, Romolo Augusto.

                                     

1. Il mito della decadenza e caduta di Roma

Già Arnaldo Momigliano 1908 – 1987, definito da Donald Kagan "il più importante studioso al mondo della storiografia del mondo antico", notava come fin dalla storiografia settecentesca la caduta dellImpero romano rappresentasse "il valore di archetipo di ogni decadenza e quindi di simbolo delle nostre paure".

Dagli storici illuministi sino a quelli della prima metà del Novecento la scomparsa dellImpero romano dOccidente è stata vista come la fine della civiltà antica e un simbolo delle ansie e paure del presente, quasi "un memento mori per la propria età".

In opposizione a questi, altri storici hanno visto nella Roma del IV e V secolo lanticipazione e la conferma dei miti e delle certezze ideologiche proprie della loro epoca.

"La sacra retorica della storia sociale della tarda romanità" è stata del tutto abbandonata negli ultimi anni del XX secolo da una moderna storiografia che allangosciante visione della fine dellImpero con la puntigliosa ricerca delle sue cause ha sostituito la concezione di quello che viene chiamato "il tardo antico": unetà nuova, del tutto autonoma e diversa sia dal mondo classico sia da quello medioevale, rintracciabile in un periodo più o meno compreso tra il lII e il VII-VIII secolo d.C.

                                     

2. Gli umanisti

La visione della decadenza di Roma vista come la fine della splendida età delloro del periodo classico e premessa di unetà oscura di barbarie è il prodotto dellumanesimo italiano: il periodo della rinascita della classicità.

Il tema della fine dellImpero costituisce il sottofondo della polemica sulla questione della lingua, discussione apertasi con lavvento della lingua volgare allinterno della lingua in uso - specie in chiave letteraria a quellepoca.

La crisi del mondo classico e della sua lingua secondo Leonardo Bruni 1370–1444 andava rintracciata allinterno di quello stesso mondo: egli infatti riscontrava fenomeni di autocorruzione della lingua latina sostenendo lesistenza di una diglossia: oltre al latino classico, aulico, sarebbe esistito un livello inferiore, meno corretto, usato informalmente nei contesti quotidiani, da cui provengono le lingue romanze.

Oppositore di questa teoria era Flavio Biondo 1392 – 1463, il creatore del termine Medioevo, il quale sosteneva invece che la causa della corruzione della lingua e della decadenza dellImpero fosse attribuibile allaggressione esterna dei popoli germanici.

                                     

3.1. XVII secolo Bossuet

Per lo storico e vescovo Jacques Bénigne Bossuet 1627-1704 ciò che aveva reso grande Roma era stata la libertà che gli antichi Romani preferivano alla ricchezza: per questo essi decisero di essere poveri e austeri.

Il rispetto per le leggi, il forte esercito e listituzione del senato contribuivano a rendere grande Roma con la sua politica di fedeltà alle alleanze e divisione dei nemici.

Per il Bossuet la causa della decadenza dellImpero furono le guerre civili e la crescente influenza dellesercito, che a un certo punto eleggeva e deponeva gli imperatori a suo piacimento, minando così la stabilità interna.

Fu quindi lindisciplina dellesercito la causa della rovina dellimpero.

Le teorie di Bossuet saranno riprese da alcuni illuministi come il Montesquieu.

                                     

3.2. XVII secolo Tillemont

Louis-Sébastien Le Nain de Tillemont 1637 – 1698 fu lautore di una monumentale opera sulla storia dellImpero e della Chiesa, ancora oggi considerata, per lampiezza e la precisione di dettagli, unopera di consultazione.

Tillemont dovette adeguarsi allintervento della censura ecclesiastica pubblicando la sua opera divisa in due parti: la prima, l Histoire des empereurs et des autres princes qui ont regné durant les six première siècles de lEglise Storia degli imperatori e degli altri principi che hanno regnato durante i primi sei secoli della Chiesa, in sei volumi pubblicati dal 1690 al 1697: gli ultimi due postumi nel 1701 e nel 1738. La seconda parte fu edita con il titolo di Memoires pour servire à lhistoire ecclesiastique des six premiéres siecles Memorie da utilizzare per la storia ecclesiastica dei primi sei secoli.

Tillemont fu uno dei primi storici che si resero conto come quella data del 476 d.C., che avrebbe segnato lanno della caduta dellImpero, era del tutto generica apparendo chiaro che dopo quellanno la situazione politica e sociale dellImpero era rimasta immutata rispetto a prima e che un cambiamento si notava solo dopo il VI secolo.

Tillemont quindi non fece nessuna differenza tra impero doccidente e impero doriente e la sua fu semplicemente "la storia dellimpero romano" fino al VI secolo, da Augusto a Giustiniano I.

Inoltre come notò Momigliano, Tillemont, forse più del laico Machiavelli si era sforzato di presentare la storia dellImpero assolutamente disgiunta da quella della Chiesa con il proposito di giustificare "lassolutismo del potere monarchico", in base al principio del "princeps legibus solutus" principe sciolto dallosservanza delle leggi.



                                     

4.1. Secondo gli Illuministi La tesi di Montesquieu

Montesquieu, nella sua opera Considerazioni sulle cause della grandezza e decadenza dei Romani, esaminava le cause della decadenza e rovina dellImpero. Secondo il filosofo francese, i motivi che avevano reso grande Roma erano lamore per la patria, lincorruttibilità dei magistrati, la probità dei comandanti, linfluenza dello stoicismo, la severa disciplina militare, il cosiddetto divide et impera, lequilibrio tra le istituzioni che si controllavano a vicenda e la capacità di impadronirsi delle tattiche altrui.

Montsquieu valutava positivamente anche gli scontri tra patrizi e plebei, che contribuirono a mantenere vivo lo spirito di libertà della Repubblica.

Tuttavia ben presto Roma conobbe il declino, a causa del crescente dispotismo seguito alla caduta della Repubblica che causò la perdità di tutti quei valori che lavevano resa grande: cosicché, a causa dellinfluenza dei molli e corrotti costumi orientali, la società romana divenne corrotta; le virtù repubblicane vennero represse dal dispotismo e dalla tirannia di imperatori come Nerone, Caligola, Commodo e Domiziano; lestensione spropositata dellImpero lo rese ingovernabile dal centro e la conseguente divisione dellImpero in una pars occidentalis e una pars orientalis non fece altro che accelerarne la rovina, favorendo i barbari invasori.

Secondo Montesquieu, tutte le forme di governo, per quanto stabili che siano, sono destinate prima o poi a decadere e a scomparire.

Dallopera dello storico francese emerge un grande amore per la libertà repubblicana e una profonda condanna del dispotismo e della tirannia.

                                     

4.2. Secondo gli Illuministi La tesi di Voltaire

Secondo Voltaire, le cause della caduta dellImpero romano furono essenzialmente due:

  • Le dispute religiose
  • I barbari

Secondo Voltaire i Romani non riuscirono a fronteggiare le invasioni barbariche perché avevano perso tutto il loro spirito combattivo per colpa del Cristianesimo, il quale li aveva ingentiliti; a causa della nuova religione lImpero aveva adesso più monaci che soldati:

Unaltra causa della rovina dellImpero scatenata dalla diffusione del cristianesimo furono le dispute religiose, che resero lImpero meno coeso ne accelerarono la rovina:

Per Voltaire quindi lartefice principale della caduta dellImpero fu Costantino I, lImperatore convertito che, con leditto di Milano, aveva posto fine alle persecuzioni contro i Cristiani facendo trionfare la loro religione.

Egli affermò ironicamente:

                                     

4.3. Secondo gli Illuministi La tesi di Gibbon

Nella Storia della decadenza e caduta dellImpero romano, pubblicata a Londra dal 1776 al 1788, considerata la massima opera della storiografia settecentesca, linglese Edward Gibbon, elencava una serie di motivi che hanno portato alla decadenza dellImpero:

"; il mondo romano fu oppresso da una nuova specie di tirannia, le sette perseguitate divennero i nemici segreti del paese.Se la decadenza dellImpero romano fu affrettata dalla conversione di Costantino, la sua religione vittoriosa attenuò la violenza della caduta e addolcì lindole crudele dei conquistatori".

A parte levidente spirito anticlericale illuministico che ispirava lanalisi di Gibbon bisogna tuttavia riconoscerne lattualità se anche Momigliano 1959 concordava nellevidenziare come il trionfo del Cristianesimo avesse notevolmente influito sulle istituzioni della società pagana.

                                     

5. Secondo romantici e positivisti

Né i romantici, che pure avevano rivalutato il Medioevo, né i positivisti del primo periodo si peritarono di accodarsi o di contrastare le tesi di Gibbon: nella loro visione ottimistica della storia non poteva rientrarvi lanalisi della decadenza dellImpero e della fine della civiltà antica, anche se il nazionalismo, specie degli storici tedeschi, li spingeva ad esaltare la funzione storica delle invasioni barbariche da cui aveva originato quel Medioevo da loro positivamente considerato.

La storiografia ottocentesca preferì occuparsi della Roma repubblicana come il romantico Niebhur o il positivista Mommsen. Leccezione a questa corrente interpretativa fu quella di Jacob Burckhardt.

                                     

5.1. Secondo romantici e positivisti La tesi di Herder

Nell Auch eine Philosophie der Geschichte Ancora una filosofia della storia, del 1774, Herder introduceva nella storia lazione di una Provvidenza che non interviene direttamente, ma raggiungeva il suo scopo suscitando forze che indirizzavano la storia dellumanità nella direzione di sviluppi "così semplici, delicati e meravigliosi quali li vediamo in tutte le produzioni della natura".

La storia dellintera umanità ripropone la vicenda di ogni singolo individuo: lOriente è linfanzia dellumanità - e il dispotismo di quegli Stati sarebbe giustificato dalla necessità dellesercizio dellautorità nel periodo dellinfanzia - la storia dellEgitto rappresenta la fanciullezza, quella dei Fenici ladolescenza, quella dei Greci la giovinezza, "gioia giovanile, grazia, gioco e amore" e, infine, la storia dei Romani simboleggia la "maturità del destino del mondo antico".

Sembrerebbe la descrizione di un ciclo naturale e positivo; ma come spiegare la fine del mondo antico, il crollo drammatico dellImpero?

Per Herder, limpero romano dOccidente cadde perché volle distruggere i caratteri nazionali, ignorare le tradizioni dei singoli popoli, organizzare come un meccanismo la vita umana: dopo la sua caduta vi fu "un mondo completamente nuovo di lingue, di costumi, dinclinazioni".

Lintervento dei Germani nella scena della storia fu positivo, essi apportarono nuova linfa e nuovi valori: "le belle leggi e conoscenze romane non potevano sostituire le forze scomparse, non potevano reintegrare nervi che non avvertivano più alcuno spirito vitale, non stimolavano più impulsi spenti e allora nacque nel Nord un "uomo nuovo" portatore di nuova forza, nuovi costumi "forti e buoni" e nuove leggi spiranti coraggio virile, sentimento dellonore, fiducia nellintelletto, onestà e timore degli dei".



                                     

5.2. Secondo romantici e positivisti La tesi di Niebuhr

Lo storico Niebuhr, pur concordando con Herder nel ritenere lImpero un oppressore delle nazionalità, riconobbe anche aspetti positivi allistituzione imperiale: "Se nellultima parte della storia della Repubblica la fine di una vita compiuta deve, se anche turbare, però attrarre, cessa per lulteriore storia imperiale questo interesse. hanno indispensabilmente bisogno di lei".

                                     

5.3. Secondo romantici e positivisti La tesi di Hegel

Hegel nelle Lezioni si sofferma sul declino e caduta dellImpero. Influenzato dalla lettura di autori illuministi come Gibbon, le cause principali della caduta dellImpero per il filosofo tedesco sono:

  • La corruzione della Chiesa
  • Il dispotismo degli imperatori

Leggendo della strage dei familiari ordinata dallAugusto Costanzo II, figlio di Costantino, Hegel giunse alla conclusione che la diffusione del Cristianesimo aveva solo peggiorato il dispotismo orientale e offerto allImperatore il "pretesto del diritto e dei nomi più santi".

Per il filosofo idealista tedesco inoltre la Chiesa aveva reso anche più deboli militarmente i Romani, in quanto, incoraggiando una vita contemplativa e di preghiere, li aveva privati del loro antico spirito combattivo, lasciandoli in balia dei Barbari: "Così vediamo, allavvicinarsi di unorda di barbari alla città, santAmbrogio, o Antonio, con il suo popolo numeroso non già affrettarsi sulle mura alla difesa, bensì in ginocchio nelle chiese e per le strade implorare la divinità di stornare quella terribile sciagura".

Hegel critica anche la Chiesa per le lotte di potere le controversie al suo interno pur separando la funzione nella storia della Chiesa cattolica dalla sua degenerazione in seguito allalleanza con il declinante impero.



                                     

5.4. Secondo romantici e positivisti Burckhardt

Lo storico calvinista svizzero Carl Jacob Burckhardt 1818 – 1897 fu trascurato dalla contemporanea cultura storica europea, che solo dopo la sua morte, nellintervallo tra le due guerre mondiali, rivalutò opere come l Età di Costantino il grande, pubblicata a Basilea nel 1852, dove si analizzava in modo originale la questione della conversione, per convinzione o opportunità politica, di Costantino.

Burckhardt propendeva per lopportunismo di Costantino, ma lasciava questa sua convinzione sullo sfondo interessandogli di più ".trascendere i limiti della mera biografia e del dramma personale per fare del primo imperatore battezzato la punta diceberg della tensione emotiva e spirituale di unepoca".

Il problema della falsa o autentica religiosità di Costantino allo storico svizzero interessava relativamente, poiché ciò che gli importava era dimostrare come letà costantiniana rappresentasse, pur nellambito della più generale decadenza dellImpero, unetà autonoma.

Originale la sua visione di decadenza del mondo antico come conseguenza di una vera e propria senescenza fisica, una degenerazione corporea delle classi dirigenti, che Burckardt desumeva dallanalisi dellarte tardo antica.

  • Lidea affascinò la storiografia positivista, che la riprese con lo storico tedesco Otto Seeck, che nella sua Storia della rovina del mondo antico 1984 giudicava la fine dellImpero come la necessaria conseguenza di un fenomeno "naturale", ovvero "leliminazione dei migliori" per la sopravvivenza dei più deboli: secondo Seeck gli individui superiori per doti fisiche e spirituali si estinsero in una specie di selezione naturale al contrario, causata dalle continue guerre, dai mutamenti politici e sociali, dal massiccio apporto di schiavi orientali che alterarono con i loro costumi la cultura originaria romana.
                                     

6. Storiografia del XX secolo

Alla fine del XIX secolo e nei primi anni del Novecento il tema della decadenza e caduta dellImpero romano uscì dai confini della storiografia e assunse nel campo letterario il simbolo culturale e artistico del senso angoscioso della fine di un mondo espresso nel termine "decadentismo":

  • Diffusa notorietà nella storiografia del XX secolo ebbe la tesi marxista sulle cause della decadenza dellImpero rintracciabile nellopera di Friedrich Engels ne Lorigine della famiglia 1884, dove sostiene che la fine vada attribuita alla mutazione dal modo di produzione schiavistico a quello di tipo feudale.
  • Nello stesso periodo il giovane studioso di storia agraria del mondo antico Max Weber riecheggiava la tesi marxista nel saggio su Le cause sociali del tramonto della civiltà antica 1896 sostenendo che la caduta dellImpero fosse dovuta alla fine del "sistema della piantagione" schiavistica e da qui il declino degli scambi commerciali e delle città.

Negli anni che preparano lavvento delle dittature fasciste anche la storiografia sispira alle tesi razziali sulle cause della caduta dellImpero.

  • Lo storico statunitense Tenney Frank estende lanalisi già iniziata da O. Seek con la sua teoria della eliminazione dei migliori, ad una vera e propria teoria razziale sulla fine dellImpero consistente in una deleteria "mescolanza di razze" che hanno contaminato le razze superiori.
  • Lo svedese Nilsson porta a conclusione le teorie su citate con la sua concezione dell"ibrido" "un tipo umano moralmente e psicologicamente instabile, frutto di quel crogiuolo di razze che fu lImpero romano, il quale non avendo avuto il tempo di stabilizzarsi, ne provocò a lungo andare la rovina."
                                     

6.1. Storiografia del XX secolo Pirenne

Lo storico belga Henri Pirenne 1862 – 1935 contestò lidea per cui le invasioni barbariche abbiano davvero causato la caduta dellimpero romano in Europa. Secondo lo studioso, infatti, lo stile di vita romano continuò ad essere seguito anche dopo la caduta dellimpero, così come il sistema economico "mediterraneo" continuò ad esistere secondo le linee impostate dai romani stessi. Del resto, i barbari giunsero a Roma non tanto per distruggerla, quanto per essere partecipi della sua ricchezza. In qualche modo, dunque, i barbari invasori tentarono di mantenere in vita gli aspetti essenziali della "romanità".

Secondo Pirenne, il vero punto di svolta è rappresentato dallespansione araba del VII secolo nel Mediterraneo. Lavvento dellIslam, infatti, ruppe i legami economici dellEuropa con tutta larea corrispondente a Turchia sud-orientale, Siria, Palestina, Nordafrica, Spagna e Portogallo: in tal modo, lEuropa fu ridotta ad unarea ristagnante, esclusa dai commerci. Cominciò unepoca di impoverimento che, al momento dellascesa di Carlo Magno, aveva ormai fatto dellEuropa uneconomia esclusivamente agraria e di sussistenza, del tutto estranea agli scambi commerciali su lunga distanza. Secondo Pirenne, "senza lIslam, limpero dei Franchi non sarebbe forse mai esistito e, senza Maometto, Carlomagno sarebbe inconcepibile".

Per meglio sostenere la sua tesi, Pirenne fece frequente ricorso a metodi di indagine di tipo quantitativo. In particolare, egli diede particolare importanza alla scomparsa di risorse dallEuropa. Per esempio, la coniatura di monete doro a nord delle Alpi cessò quasi del tutto dopo il VII secolo, ad indicare la scomparsa di traffici commerciali di grande entità per cui si preferì tesaurizzare loro considerati i rischi allora connessi agli scambi, per linsicurezza le condizioni in cui erano ridotte le strade romane.

Allo stesso modo, segno di decadenza culturale, il papiro, fabbricato esclusivamente in Egitto, non venne più utilizzato nelle terre a nord delle Alpi a partire dal VII secolo: si ritornò, infatti, ad impiegare pelli di animali per la scrittura.

                                     

6.2. Storiografia del XX secolo Rostovtzev

La produzione storiografica tra le due guerre mondiale vede lavvento della grande opera dello storico russo Mikhail Rostovtsev 1870 - 1952, uno degli studiosi più autorevoli del XX secolo di storia greca, romana e iraniana.

Nella sua opera Storia economica e sociale dellImpero romano 1926 Rostovtzev, che aveva assistito agli avvenimenti della Rivoluzione dottobre dai quali era stato personalmente colpito tanto da dover fuggire dalla Russia, impressionato da questi avvenimenti avanzò una originale teoria sulla crisi dellImpero romano.

Secondo lo storico russo la decadenza dellImpero era stata causata da una "rivoluzione sociale" di contadini-soldati che aveva distrutto la cultura cittadina imperiale.

Nella parte finale della sua opera Rostovtzev espone la sua teoria metastorica alla luce dei drammatici fatti della rivoluzione russa: "È possibile estendere una civiltà elevata alle classi inferiori senza degradare il contenuto di essa e diluirne la qualità fino allevanescenza. Non è ogni civiltà destinata a decadere non appena comincia a penetrare nelle masse?".

Come ha osservato Lelia Cracco Ruggini nonostante i condizionamenti ideologici "la grande lezione di Mikail Rostovtzev fu quella di aver saputo tracciare una ricostruzione storica estremamente ricca, che trasfigurava una massa smisurata di materiali archeologici, numismatici e antiquari in un discorso di "storia totale" - ben prima che la formula fortunatissima degli Annales si affermasse - circolando organicamente dallanalisi delleconomia, della società e delle istituzioni a quella della cultura e della mentalità, e rifiutando ottiche unidimensionali, semplificanti, estrinseche"

                                     

6.3. Storiografia del XX secolo Altri

Lo storico Santo Mazzarino 1916 – 1987 rintracciò lidea di una decadenza della cultura romana sin dai tempi della classicità e nel suo La fine del mondo antico sottolineava la gravità del crollo dellImpero:

Diversa la concezione dello storico Peter Brown che nellopera Nascita dellEuropa cristiana del 1971 negò la decadenza e rovina dellImpero, affermando invece che più che un crollo era avvenuta una grande trasformazione, iniziata con le invasioni barbariche e proseguita dopo la caduta formale dellImpero dOccidente con i regni romano-barbarici; egli sostiene che tale trasformazione sarebbe avvenuta senza rotture brusche, in un clima di sostanziale continuità.

Tale tesi viene ora sostenuta da numerosi storici, tra cui Walter Goffart, il quale sostiene che lo stanziamento dei barbari fosse avvenuto con il permesso dai Romani, anche se poi questi persero il controllo di tale esperimento di integrazione dei barbari nellImpero.

                                     

7.1. Storiografia del XXI secolo Peter Heather

In contrasto con sostenitori della teoria della caduta dellImpero come una "trasformazione" senza rotture brusche, Peter Heather afferma nel suo saggio La caduta dellImpero romano: una nuova storia 2005 che la causa prima della caduta dellImpero fu levento devastante delle invasioni barbariche.

Lo storico inglese afferma che Roma, per affrontare la minaccia sasanide, dovette concentrare buona parte delle sue forze il 40% dellesercito romano dOriente sul limes orientale. LImpero romano dOriente, impegnato a difendersi sul confine orientale, non poteva collaborare alla difesa della parte occidentale dellImpero, considerando inoltre che Costantinopoli doveva tenere a bada anche le incursioni dei barbari, come gli Unni di Attila, che premevano sul confine basso-danubiano.

La minaccia persiana portò lImpero romano nel IV secolo a riorganizzare profondamente lo Stato dal punto di vista politico, militare e burocratico, portando tra laltro alla confisca dei fondi che un tempo erano spesi a livello locale e alla suddivisione dellImpero in due o più parti, con conseguente rischio maggiore di guerre civili.

Secondo la storiografia più diffusa tale riorganizzazione dello stato, operata da Diocleziano e Costantino I nel tentativo di risolvere la crisi persiana, portò a un declino generalizzato delleconomia, soprattutto in Occidente, con un aumento esorbitante delle tasse, che avrebbe portato sul lastrico i contadini sempre più impossibilitati a pagarle, con conseguente abbandono dei campi e formazione degli "agri deserti" e listituzione del colonato, con i contadini legati alla terra, per combattere il fenomeno.

                                     

7.2. Storiografia del XXI secolo La ripresa economica del IV secolo

Heather smentisce queste tesi di un declino generalizzato delleconomia rurale nel Tardo Impero sulla base di recenti studi archeologici basati sui rilevamenti aerei che hanno dimostrato che leconomia del Tardo Impero nelle campagne fu caratterizzata una netta ripresa nel IV secolo, sia in Occidente che in Oriente anche se lOriente era più prospero, raggiungendo, forse proprio in questo periodo, il massimo sviluppo rurale in tutta la storia romana.

Le uniche regioni non toccate da questa crescita economica nel IV secolo, secondo i rilevamenti aerei, furono lItalia, che aveva perso la preminenza sulle province, le province sulla frontiera del Reno devastate dalle incursioni barbariche.

Heather fornisce uninterpretazione alternativa delle fonti legali e letterarie, ritenendole per niente incompatibili con i dati archeologici. Per esempio gli "agri deserti" citati nelle fonti legali erano per definizione terre che non producevano gettito fiscale, dunque non sarebbero necessariamente da interpretare come campi un tempo coltivati ma poi abbandonati a causa del fiscalismo oppressivo del Tardo Impero che li rendeva antieconomici da coltivare; per esempio gli agri deserti in Africa citati da una legge del 422 corrispondevano a un territorio desertico, da sempre incolto. Heather inoltre sostiene che laumento delle tasse, se non eccessivo al punto da minare la fertilità dei campi o da ridurre alla disperazione i contadini, può aver effettivamente portato a un aumento della produzione agricola, incentivando i contadini a produrre di più. Heather non nega comunque che la vita di un contadino nel IV secolo fosse molto più gravosa rispetto ai secoli precedenti a causa dellaumento delle tasse e del vincolo al suolo. Tuttavia, "né i ritrovamenti archeologici né le testimonianze scritte contraddicono un quadro generale che vede le campagne assestate su ottimi livelli di popolazione, produzione e rendimento".

Heather smentisce, andando contro le tesi più diffuse, quindi la tesi del "declino economico" come causa principale della caduta dellImpero, sostenendo che la crisi economica dello stato arrivò soltanto nel V secolo, come conseguenza delle invasioni barbariche.

Tuttavia, secondo Heather, questa ripresa economica era limitata da un "tetto" piuttosto rigido oltre il quale la produzione non poteva crescere: nella maggior parte delle province i livelli di produzione erano già al massimo per le tecnologie dellepoca. Inoltre punti deboli di Roma erano la lentezza e la limitatezza delle sue strutture politiche ed economiche nel mobilitare le risorse necessarie a fronteggiare i nemici esterni.

Inoltre, se le campagne si ripresero, al contrario vi fu, a partire dal IV secolo, un declino nelle città. A causa della riorganizzazione dello stato obbligata dalla minaccia sasanide, lImpero dovette confiscare alle città i fondi che un tempo erano spesi a livello locale. La risultante rafforzamento dellesercito in Oriente riuscì alla fine a stabilizzare le frontiere con i Sasanidi, ma la riduzione dei fondi spesi a livello locale nelle province dellImpero portarono a due trend che, secondo Heather, portarono a un impatto negativo a lungo termine. In primo luogo, scomparvero gli incentivi che portavano gli ufficiali locali a spendere il loro tempo e denaro nello sviluppo delle infrastrutture locali; gli edifici pubblici dal IV secolo in poi tendevano ad essere più modesti e meno finanziati dal centro dellImpero, in quanto i fondi spesi a livello locale erano stati ridotti. Secondo Heather, inoltre, "nel tardo impero il potere politico locale passò sostanzialmente dalle mani dei consigli cittadini a quelle dei burocrati imperiali: il che rese del tutto inutili gli sfoggi di generosità edile testimoniati dalle iscrizioni lapidarie della prima fase dellImpero".

                                     

7.3. Storiografia del XXI secolo Le "supercoalizioni" barbariche

Heather passa poi ad esaminare la condizione dei barbari, sostenendo, portando a suo supporto evidenze archeologiche, che i contatti diplomatici e commerciali con gli occupanti romani avevano rafforzato le tribù germaniche confinanti, rendendole più prospere economicamente, con conseguente crescita demografica e maggiore coesione interna e quindi più temibili rispetto al I secolo. La crescita della prosperità dovuta ai contatti con lImpero aveva condotto a disparità di ricchezza sufficienti a creare una classe dominante in grado di mantenere il controllo su molti più gruppi rispetto che in precedenza, con il risultato che i Barbari erano diventati una minaccia più seria.

Lo storico inglese, applicando il terzo principio della dinamica alla storia, sostiene che lestrema aggressività dello stato romano nei confronti dei Germani abbia portato a una reazione uguale e opposta che abbia permesso ai Germani di reagire alla supremazia romana riorganizzando la propria società in modo da riuscire a liberarsi dalla dominazione romana, giungendo infine a provocarne la caduta.

Ad accelerare il processo fu la migrazione delle tribù nomadi degli Unni verso la fine del IV secolo: essi, con i loro spostamenti verso Occidente, avevano causato un "effetto domino" che aveva portato le tribù germaniche confinanti con lImpero a invaderlo in massa per sfuggire alla sottomissione ai nomadi. Le invasioni degli Unni spinsero prima Visigoti 376 e poi Vandali, Alani, Svevi, Burgundi 406 a entrare allinterno dei confini dellImpero.

La coesione dei barbari, avvenuta per resistere con maggiore successo alle controffensive romane, portò tra laltro alla formazione di nuove "supercoalizioni" tra diversi gruppi barbari: ad esempio i Visigoti che nel 418 si stanziarono in Gallia Aquitania erano una nuova formazione politica, risultato della "fusione" tra varie tribù gotiche, mentre anche la supercoalizione tra Vandali e Alani fu il risultato della controffensiva romano-visigota che spinse gli Alani a chiedere la protezione del re dei Vandali Asdingi, portando alla "fusione" tra i due popoli; la formazione di tali supercoalizioni garantì loro una sopravvivenza a lungo termine, rendendoli nemici potenti per lImpero dOccidente, che poteva contare su circa 90.000 soldati nel 420, in inferiorità numerica rispetto agli invasori del V secolo, stimati intorno a 110.000-120.000 guerrieri. Altre supercoalizioni citate da Heather sono gli Ostrogoti unione tra i Goti Amali in Pannonia e i foederati goti dellImpero in Tracia, raggiunta intorno al 480 e i Franchi, che tuttavia sorsero negli ultimi anni dellImpero dOccidente e il cui successo è quindi più una conseguenza che una causa della caduta dellImpero.

Il legame tra il centro dellImpero le varie realtà locali si basava inoltre sulla protezione, con lesercito e con le leggi, di una cerchia ristretta di proprietari terrieri, i quali ricambiavano lImpero attraverso il pagamento delle tasse.

Larrivo dei barbari portò a forze centrifughe che separarono le realtà locali dal centro dellImpero: i proprietari terrieri romani, non ricevendo protezione dallesercito romano contro i nuovi arrivati, per non perdere i loro possedimenti, ricercarono il sostegno dei nuovi padroni tradendo così lo stato romano. Inoltre, i ceti inferiori - oppressi dal fiscalismo tardo-imperiale - certo non opposero strenua resistenza agli invasori barbari e anzi talvolta li appoggiarono.

Inoltre le lotte allinterno dello stato romano per la conquista del potere imperiale tra i generali le insurrezioni in province lontane di separatisti i cosiddetti Bagaudi non contribuirono certamente a migliorare la situazione, anche se Heather non le ritiene comunque la causa principale della caduta, ma piuttosto dei limiti interni dello stato che impedirono allImpero di superare la crisi provocata dagli invasori:

La produzione agricola costituiva una percentuale non inferiore all80% del PIL dellImpero; la produttività dei campi era dunque fondamentale per mantenere un esercito potente. Le continue devastazioni e occupazioni di province ad opera dei barbari portò a una costante diminuzione del gettito fiscale nelle casse della nuova capitale dOccidente 402 Ravenna causando una crescente difficoltà di pagare le truppe e mantenere un esercito adeguato per affrontare le nuove minacce. Nelle province più devastate dalle invasioni il gettito fiscale si era ridotto, come attestano le leggi romane, a 1/8 della quota normale. Nel 450 lImpero aveva perso il 50% della sua base imponibile e per la carenza di denaro non poteva più schierare un esercito in grado di opporsi con successo alle spinte centrifughe dei foederati germanici, provocando la caduta finale dellImpero e la formazione dei regni romano-barbarici.

                                     

7.4. Storiografia del XXI secolo La casualità

Tuttavia Heather non ritiene che la caduta di Roma fosse per questi rapporti di forze inevitabile ma, a suo parere, fu dovuta anche alla casualità di vari avvenimenti che se avessero avuto esito diverso avrebbero potuto ritardarla anche di molto. Viene citata ad esempio la spedizione contro i Vandali del 468:

Il fallimento della spedizione, dovuto anche a sfortuna meteorologica anche se le fonti parlano di un probabile tradimento del generale Basilisco, determinò invece in poco meno di un decennio il collasso completo dellImpero dOccidente.

                                     

7.5. Storiografia del XXI secolo Bryan Ward Perkins

La teoria della trasformazione senza rotture brusche viene rigettata anche dallo storico Ward Perkins Bryan, che nel suo libro La caduta di Roma e la fine della civiltà 2008 ritiene che le invasioni barbariche e la conseguente caduta di Roma furono un processo violento e brutale, che causò, come testimoniano anche recenti scavi archeologici, un declino generalizzato in molte parti dellex Impero: peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, crisi nei commerci, spopolamento delle città, ecc.

Come Heather, Bryan sostiene che lImpero cadde a causa di un circolo vizioso di instabilità politica, invasioni barbariche, e conseguente riduzione del gettito fiscale.

                                     

7.6. Storiografia del XXI secolo Michel De Jaeghere

Lo storico francese Michel De Jaeghere, direttore del Figaro Histoire, nel volume intitolato Les derniers jours: la fin de lempire romain dOccident del 2014, sostiene la tesi che il crollo dellimpero romano doccidente più che dalle invasioni dei barbari fu determinato da una crisi interna; De Jaeghere contesta inoltre la tesi che lavvento del cristianesimo sia stato un fattore cruciale per la decadenza dellimpero. Le frontiere dellimpero non erano in grado di trattenere efficacemente le tribù locali che cercavano di varcarle spinte dalle invasioni degli Unni o attratte dallo stile di vita dei Romani. La politica romana peraltro aveva incoraggiato a lungo limmigrazione nel tentativo di contrastare lo spopolamento delle campagne e delle città. Per arginare la minaccia dei barbari, limpero iniziò a stanziare somme enormi per finanziare eserciti mercenari e armamenti. La tassazione, pertanto, crebbe a dismisura e divenne un fardello molto difficile da sostenere. Non esistendo più il ceto dei cittadini piccoli proprietari terrieri, lagricoltura era in mano a pochi proprietari i quali gestivano vasti latifondi grazie allimpiego di schiavi. La schiavitù di massa impediva inoltre linnovazione tecnologica. Lusura era molto diffusa. Sotto linflusso del Cristianesimo la legislazione imperiale introdusse misure contro la denatalità, la degenerazione dei costumi e a favore delle classi più povere; ma questi provvedimenti vennero costantemente disattesi per la corruzione imperante e lavversione delle classi dominanti.