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ⓘ Campagna italiana di Grecia. La campagna italiana di Grecia si svolse tra il 28 ottobre 1940 e il 23 aprile 1941, nellambito dei più vasti eventi della campagna ..




Campagna italiana di Grecia
                                     

ⓘ Campagna italiana di Grecia

La campagna italiana di Grecia si svolse tra il 28 ottobre 1940 e il 23 aprile 1941, nellambito dei più vasti eventi della campagna dei Balcani della seconda guerra mondiale.

La campagna si aprì con unoffensiva del Regio Esercito italiano a partire dalle sue basi in Albania controllata dagli italiani fin dallaprile 1939 verso la regione dellEpiro in Grecia, mossa decisa da Benito Mussolini al fine di riequilibrare lo stato dellalleanza con la Germania nazista e di riaffermare il ruolo autonomo dellItalia fascista nel conflitto mondiale in corso. Malamente pianificata dal generale Sebastiano Visconti Prasca ed eseguita con forze numericamente insufficienti e scarsamente equipaggiate, loffensiva italiana andò incontro a un disastro: bloccato lattacco nemico, le forze greche del generale Alexandros Papagos, appoggiate da unità aeree della Royal Air Force britannica, passarono decisamente al contrattacco respingendo le unità italiane oltre la frontiera e continuando ad avanzare in profondità nel territorio albanese. La sostituzione di Visconti Prasca, prima con il generale Ubaldo Soddu e poi con il generale Ugo Cavallero, non portò a grandi miglioramenti per le forze italiane, rinforzate in maniera caotica da un flusso disorganizzato di truppe e alle prese con una pessima situazione logistica; solo a fine febbraio 1941 il fronte italiano poté infine essere stabilizzato.

In marzo le forze italiane tentarono una massiccia controffensiva per respingere i greci dallAlbania, ma andarono incontro a un sanguinoso fallimento. La guerra si trascinò in una situazione di stallo fino allaprile 1941, quando la Germania intervenne in forze nella regione balcanica: con unazione fulminea, le truppe tedesche invasero la Jugoslavia e la Grecia, costringendole in poco tempo alla capitolazione. Benché vittoriosa nel finale, la campagna di Grecia si tradusse in un grave insuccesso politico per lItalia, costretta ad abbandonare ogni pretesa di condotta delle operazioni belliche autonoma e distinta dai tedeschi.

                                     

1.1. Antefatti Le relazioni italo-greche

I contrasti tra Regno dItalia e Regno di Grecia erano di vecchia data. Linfluenza egemonica esercitata dallItalia sullAlbania, nazione indipendente dal 1912, fu una delle principali cause di attrito tra Roma e Atene, in particolare per quanto riguardava la definizione del confine meridionale del nuovo Stato, in una regione lEpiro settentrionale dove le popolazioni di origine greca e albanese risultavano mischiate tra di loro. Già allinizio della prima guerra mondiale lesercito ellenico occupò le regioni meridionali dellAlbania, in appoggio alle popolazioni greche locali che avevano proclamato lindipendenza della zona come Repubblica Autonoma dellEpiro del Nord; tuttavia nel 1916, nellambito dei più vasti eventi della campagna di Albania, le forze italiane occuparono incontrastate la regione dellEpiro del nord e allontanarono senza colpo ferire i presidi greci nellarea. Il 29 luglio 1919 fu sottoscritto un accordo tra il primo ministro greco Eleutherios Venizelos e il ministro degli esteri italiano Tommaso Tittoni volto alla definizione delle questioni aperte tra i due paesi anche con riguardo al problema dellarcipelago del Dodecaneso, greco ma occupato dallItalia, ma il patto fu disatteso da entrambe le parti e infine disconosciuto dal successore di Tittoni, Carlo Sforza.

Larrivo al governo di Benito Mussolini segnò un ulteriore peggioramento dei rapporti tra Italia e Grecia. Nellagosto del 1923 una commissione italiana guidata dal generale Enrico Tellini, incaricata dalla Conferenza degli Ambasciatori di delimitare il confine tra lAlbania e la Grecia, fu assalita e trucidata da sconosciuti mentre si trovava in territorio greco lungo la strada tra Santi Quaranta e Giannina; Mussolini ritenne responsabile delleccidio il governo greco, e il 29 agosto fece bombardare e occupare dalla Regia Marina lisola di Corfù. La crisi di Corfù rientrò poi il 27 settembre, quando su pressione delle potenze europee la Grecia accolse le richieste italiane di un indennizzo per la questione; in seguito tuttavia i rapporti tra i due paesi iniziarono a progredire: nel 1928 fu sottoscritto tra Italia e Grecia un trattato di amicizia, e la situazione migliorò ulteriormente quando nellaprile del 1936 il primo ministro greco Ioannis Metaxas istituì ad Atene un regime dittatoriale di stampo fascista il cosiddetto "Regime del 4 agosto". Duro ma non particolarmente sanguinario, il regime di Metaxas dimostrava una certa cuginanza ideologica con lItalia mussoliniana: fu introdotto il saluto romano e istituita unorganizzazione simile allOpera nazionale balilla, vi era un forte controllo poliziesco con una severa censura della stampa e il confino per gli oppositori politici, e il monarca Giorgio II di Grecia, restaurato sul trono nel 1935 dopo una breve parentesi repubblicana deteneva solo un ruolo di rappresentanza; unitamente allammirazione che Metaxas nutriva per la Germania nazista contrapposta allatteggiamento della casa reale, che invece parteggiava per il Regno Unito, queste caratteristiche potevano costituire una solida base per la stipula di unalleanza tra i regimi di Roma e Atene.

Nonostante queste premesse, i rapporti tra Grecia e Italia ricominciarono a peggiorare. Nellaprile del 1939, anche come risposta alloccupazione tedesca della Cecoslovacchia, Mussolini ordinò linvasione e loccupazione dellAlbania: al termine di unoperazione quasi incruenta, il re Zog di Albania si recò in esilio e la corona del Regno albanese passò a Vittorio Emanuele III di Savoia; sotto la direzione del Luogotenente generale Francesco Jacomoni di San Savino lAlbania subì una rapida fascistizzazione, con listituzione di un Partito Fascista Albanese e di una Milizia fascista albanese, e lintegrazione delle locali forze armate nella struttura militare italiana. La mossa impensierì Metaxas, che temendo uninvasione da parte dellItalia cercò e trovò lappoggio degli anglo-francesi: il 13 aprile 1939 il primo ministro britannico Neville Chamberlain annunciò che se la Grecia fosse stata invasa il Regno Unito sarebbe intervenuto al suo fianco, e una dichiarazione analoga fu poi resa dal governo di Parigi.

La tensione tra Grecia e Italia aumentò ulteriormente a metà agosto 1939: quattro divisioni italiane dislocate in Albania furono spostate molto vicino al confine con la Grecia, e aerei italiani impegnati in voli di ricognizione sconfinarono spesso nello spazio aereo greco. Il 16 agosto Mussolini ordinò allo stato maggiore del Regio Esercito di approntare un piano di invasione della Grecia; rielaborando alcuni studi precedenti, il comandante delle truppe in Albania generale Alfredo Guzzoni ipotizzò un piano per unazione su vasta scala comprendente un contingente di 18 divisioni raggruppate in sei comandi di corpo darmata: quattro corpi con dodici divisioni avrebbero dovuto muovere dalla zona di Coriza in direzione est alla volta di Salonicco, con un attacco dappoggio verso sud in direzione di Giannina ad opera di un corpo darmata con tre divisioni e altre tre divisioni dislocate invece a protezione della frontiera tra Albania e Jugoslavia. Guzzoni chiedeva inoltre almeno un anno di tempo per i preparativi, in particolare per potenziare la rete stradale verso la Grecia e la capacità dei porti albanesi, mentre il capo di stato maggiore dellesercito generale Alberto Pariani chiedeva prudentemente che le divisioni coinvolte fossero portate a 20. Ad ogni modo, il piano si risolse in nulla: dopo linvasione tedesca della Polonia e linizio della seconda guerra mondiale il 1º settembre 1939, Mussolini ordinò di cancellare ogni progetto verso la Grecia e di concentrarsi invece nei preparativi per linvasione della Jugoslavia.

Lo stato di tensione con lItalia nellagosto 1939 spinse il governo greco a ordinare una parziale mobilitazione delle sue forze armate e a rafforzare le sue difese al confine albanese. La strategia militare greca era improntata fino a quel momento a una guerra contro la Bulgaria, a causa delle tradizionali rivendicazioni bulgare su Salonicco e sulla Tracia occidentale, e nel 1936 erano stati avviati estesi lavori di fortificazione della frontiera tra le due nazioni difese che composero la cosiddetta "linea Metaxas"; in considerazione delle manovre italiane, il capo di stato maggiore dellesercito greco generale Alexandros Papagos iniziò invece a riorientare il dispositivo difensivo verso la regione dellEpiro: la parziale mobilitazione delle forze greche mise in luce diverse carenze organizzative, rappresentando quindi unottima occasione di esercizio e miglioramento per lapparato militare nazionale che fu poi tenuto in uno stato di alta prontezza. A più di un anno dallinvasione, quindi, le manovre avventate dellItalia non avevano fatto altro che mettere sullavviso la Grecia e spingerla a prepararsi per un conflitto.

                                     

1.2. Antefatti Provocazioni continue

Allo scoppio della seconda guerra mondiale la Grecia proclamò la sua più stretta neutralità; Metaxas ambiva a una garanzia del rispetto dello status quo greco da parte di tutti i principali belligeranti, e intrattenne contatti con la Germania perché facesse da moderatrice delle mire italiane sul paese. Lo stato maggiore francese era interessato allapertura di un fronte balcanico contro la Germania che riunisse in unalleanza anti-tedesca Grecia, Jugoslavia, Romania e Turchia, ed alcuni contatti furono effettivamente intrattenuti dalle autorità militari greche e francesi ma senza raggiungere alcun risultato concreto; la documentazione di queste attività fu poi rinvenuta dai tedeschi dopo loccupazione della Francia.

Al momento dellentrata in guerra dellItalia il 10 giugno 1940 Mussolini rilasciò vaghe dichiarazioni circa il rispetto della neutralità ellenica, ma i vertici italiani continuarono in linea di massima a mantenere un atteggiamento ostile alla Grecia: mentre ad Atene lambasciatore italiano Emanuele Grazzi tentava di mantenere rapporti cordiali con il governo greco e rassicurava Metaxas sul rispetto della neutralità del paese da parte dellItalia, le autorità italiane denunciarono ripetutamente veri o presunti atteggiamenti di connivenza dei greci nei confronti dei britannici. Il governatore italiano del Dodecaneso, il quadrumviro Cesare Maria De Vecchi, fu tra i più accesi sostenitori di questa linea aggressiva, lanciando ripetute accuse circa lappoggio che le navi britanniche in navigazione nel mar Egeo ricevevano dai greci: furono segnalati vari attacchi a sommergibili italiani da parte di navi o aerei britannici provenienti dalla terraferma greca, eventi mai del tutto verificati, e in varie occasioni aerei italiani attaccarono navi greche in navigazione nellEgeo.

Un altro acceso sostenitore della necessità di una guerra alla Grecia era Galeazzo Ciano, ministro degli esteri: Ciano considerava loccupazione dellAlbania un suo successo personale e linvasione della Grecia come un prolungamento naturale di questa impresa; lambasciatore Grazzi ad Atene era costantemente tenuto alloscuro dei progetti del suo superiore, che preferiva servirsi di un suo gabinetto personale di funzionari tenendo ai margini i rappresentanti diplomatici che non ne facevano parte, frequentemente scavalcati o ignorati. L11 agosto 1940, con il pieno sostegno del luogotenente generale Jacomoni, Ciano diede il via a una massiccia campagna propagandistica anti-greca: furono dedicati articoli alla situazione della Ciamuria, regione dellEpiro abitata da una minoranza di albanesi che si sosteneva fosse vittima di soprusi, massacri e deportazioni da parte delle autorità greche occupanti, e fu esaltata la figura di Daut Hoggia, un albanese ricercato dalle autorità greche per brigantaggio e omicidio, assassinato recentemente da due suoi connazionali, dipinto invece dalla stampa italiana come un patriota del popolo ciamuriota ucciso su mandato del governo di Atene.

Le azioni provocatorie contro la Grecia conobbero il loro culmine il 15 agosto: su disposizione di Mussolini, il comando della Regia Marina ordinò che un sommergibile italiano di base nel Dodecaneso fosse inviato in missione segreta nellEgeo per attaccare il traffico mercantile anche neutrale individuato a svolgere attività a favore del Regno Unito; sfruttando queste disposizioni, il governatore del Dodecaneso De Vecchi ordinò al tenente di vascello Giuseppe Aicardi, comandante del sommergibile Delfino, di attaccare tutto il traffico navale, senza riguardo alle sue attività a favore dei britannici, che avesse incrociato al largo delle isole greche di Tino e Siro. Il 15 agosto quindi il Delfino si presentò al largo di Tino: lisola, sede di un santuario sacro alla Chiesa ortodossa, era impegnata nei festeggiamenti per la celebrazione dellAssunzione di Maria. Penetrato nel porto, il sommergibile italiano silurò e affondò un vecchio incrociatore greco ancorato in rada, lo Elli, che partecipava in rappresentanza del governo alla festività: si contarono un morto e 29 feriti tra lequipaggio, nonché scene di panico tra la folla che visse lazione come un sacrilegio. Le autorità italiane tennero segreto il loro coinvolgimento nellepisodio e accusarono dellattacco il Regno Unito, ma la concomitanza con la campagna propagandistica di Ciano e Jacomoni causò un aumento dellostilità del popolo greco verso lItalia.

                                     

1.3. Antefatti Emergenza G

La campagna antigreca provocò proteste da parte delle autorità di Atene e forte indignazione nella popolazione locale, aumentando di converso i sentimenti filo-britannici nel paese; latteggiamento aggressivo dellItalia convinse i vertici militari greci a incrementare ulteriormente lo stato di prontezza delle forze armate e i piani di difesa per fronteggiare uninvasione dellEpiro: fu perfezionato il sistema di mobilitazione dei riservisti e progressivamente irrobustito il numero di truppe schierate al confine con lAlbania. Preparativi militari stavano intanto avendo luogo anche nel campo italiano; in luglio fu commissionato al generale Carlo Geloso, appena richiamato dal comando delle truppe in Albania, uno studio per unoffensiva contro la Grecia poi elaborato dallo stato maggiore nel cosiddetto piano "Emergenza G" o "Esigenza G": loperazione prevedeva loccupazione di Epiro, Acarnania fino alla baia di Arta e isole Ionie con un complesso di forze ammontante a otto divisioni e alcuni reparti autonomi, ma con il presupposto fondamentale di un concomitante attacco della Bulgaria alla Grecia che impegnasse il grosso delle forze greche lontano dalle zone interessate, oppure di una accettazione pressoché pacifica delloccupazione da parte delle autorità di Atene.

Il 12 agosto il nuovo comandante delle forze in Albania, generale Sebastiano Visconti Prasca, fu convocato a Roma insieme a Jacomoni e ricevuto a Palazzo Venezia da Mussolini alla presenza anche di Ciano. Mussolini chiese a Visconti Prasca se le forze in quel momento a sua disposizione fossero sufficienti per unimprovvisa occupazione dellEpiro; la risposta di Visconti Prasca fu articolata, e in un certo senso contraddittoria: lazione presentava possibilità di riuscita se attuata immediatamente Visconti Prasca la definì "un colpo di mano in grande", contro forze greche ancora deboli e sul piede di pace, ma le unità disponibili cinque divisioni e alcuni reparti autonomi erano ora orientate in massima parte verso la Jugoslavia e dovevano essere rischierate, oltre che rinforzate da altri reparti. Visconti Prasca sostenne inoltre che unazione del genere "doveva prescindere, beninteso, dalle complicazioni e reazioni che un simile procedimento poteva provocare da parte della Grecia", affermazione alquanto ambigua: la "reazione" più ovvia era che la Grecia si opponesse allinvasione combattendo, fatto che rendeva le cinque divisioni insufficienti visto che, come riconobbe lo stesso Visconti Prasca, i greci potevano rinforzare il loro schieramento in Epiro più velocemente di quanto gli italiani potessero rinforzare le loro unità in Albania. Come commenta lo storico Mario Cervi, si "considerava lEpiro le forze greche che lo presidiavano come una entità a sé stante, quasi si trattasse duno staterello indipendente e non duna regione incorporata in una nazione che non se la sarebbe lasciata togliere, presumibilmente, senza reagire".

Fu lo stesso Visconti Prasca a mettere al corrente, nei giorni seguenti, i vertici del Regio Esercito circa limminente azione contro la Grecia fatto che irritò non poco gli interessati, i quali si ritenevano scavalcati dallaccesso diretto a Mussolini che il generale dimostrava di avere: il maresciallo dItalia Pietro Badoglio, capo di stato maggiore generale una carica più formale che altro, visto che i capi di stato maggiore delle tre forze armate rispondevano direttamente a Mussolini si disse fermamente contrario allimpresa, mentre il sottocapo di stato maggiore dellesercito generale Mario Roatta promise linvio di rinforzi, altre tre divisioni e vari reparti autonomi, in attuazione delle direttive del piano "Emergenza G". Le unità già in Albania iniziarono a ridispiegarsi verso la frontiera greca, con la data per il completamento dello schieramento fissata al 1º settembre 1940.

Latteggiamento aggressivo dellItalia attirò lattenzione della Germania, che pur riconoscendo la Grecia come parte della sfera di influenza italiana voleva rimandare ogni azione contro il paese a dopo la sconfitta del Regno Unito e mantenere tranquilla il più a lungo possibile la situazione nei Balcani, onde non dare pretesti allUnione Sovietica per intervenire nella regione. Dopo pressioni da parte del ministro degli esteri tedesco Joachim von Ribbentrop, e con la sua attenzione richiamata ora dai preparativi per unoffensiva italiana nel teatro libico diretta alla conquista dellEgitto, il 22 agosto Mussolini ordinò di abbandonare ogni proposito di attacco alla Grecia e in una lettera a Hitler del 24 agosto dichiarò che le misure prese in Albania avevano unicamente valore difensivo; la campagna propagandistica orchestrata da Ciano e Jacomoni cessò improvvisamente come era cominciata, mentre il completamento dello schieramento dei reparti interessati dall"Emergenza G" fu posticipato prima al 1º ottobre e poi al 20 ottobre, relegando lazione a una delle "ipotesi plausibili" di conflitto nella regione balcanica. Come annotò il generale Quirino Armellini, addetto al Comando Supremo, "la verità è questa: che da una parte Ciano vuole la guerra alla Grecia per allargare i confini del suo Granducato; che Badoglio vede quanto sarebbe grave il nostro errore di accendere i Balcani e la Germania è di questo parere e la vuole evitare; che il Duce dà ragione ora alluno ora allaltro".



                                     

1.4. Antefatti La guerra per ripicca

Latteggiamento ondivago di Mussolini nei confronti della Grecia entrò a far parte delle direttive più o meno frammentarie che il duce indirizzava ai vertici delle forze armate nellagosto-settembre 1940: furono formulate richieste di operazioni nei teatri più disparati, dalla Jugoslavia alla Francia meridionale, dalla Corsica alla Tunisia, mai concretizzatesi in scelte precise e piani concreti; questo atteggiamento denunciava tanto in Mussolini quanto negli ambienti militari la mancanza di una strategia generale e di ampio respiro per proseguire il conflitto appena iniziato dallItalia, un criterio indicato da Armellini come "intanto entriamo in guerra, poi si vedrà". Riposti i piani per linvasione della Grecia, in settembre lesercito italiano iniziò ampi preparativi per un attacco alla Jugoslavia "Emergenza E" bloccati poi per intervento tedesco, visto che il governo di Belgrado stava dimostrando simpatie verso il campo dellAsse; infine, il 2 ottobre Mussolini concordò con il sottosegretario alla guerra generale Ubaldo Soddu un ampio piano di smobilitazione della forza alle armi dellesercito, in vista dellimminente stagione invernale: fu previsto il congedo di circa 600.000 uomini dei reparti schierati in Italia, lasciando solo 20 divisioni con gli organici completi o quasi e riportando le altre alla condizione del tempo di pace. Le forze in Albania ricevettero ordine di ripiegare dalle posizioni avanzate lungo la frontiera alla volta degli accampamenti invernali; ancora l11 ottobre, durante una riunione dei capi di stato maggiore delle forze armate, Badoglio comunicò che la campagna di Grecia era definitivamente accantonata.

Quello stesso 11 ottobre, una comunicazione di Hitler informò Mussolini che truppe tedesche avevano fatto il loro ingresso nel Regno di Romania, su richiesta del governo locale che temeva uninvasione da parte dellUnione Sovietica; in effetti, le unità della Wehrmacht avevano varcato la frontiera romena già il 7 ottobre precedente: il paese rivestiva unimportanza capitale per i tedeschi, visto che dai giacimenti petroliferi di Ploiești proveniva gran parte dei rifornimenti di carburante per la Germania e che la Romania costituiva un solido punto di partenza per linvasione dellURSS, ormai in avanzata fase di pianificazione. La mossa scatenò le ire di Mussolini: per lennesima volta Hitler attuava unimportante manovra politico-militare senza alcuna consultazione con lalleato, informandolo solo a cose fatte. Stando alla testimonianza dei Diari di Ciano, Mussolini dichiarò: "Hitler mi mette sempre di fronte al fatto compiuto. Questa volta lo pago della stessa moneta: saprà dai giornali che ho occupato la Grecia. Così lequilibrio verrà ristabilito" ; le precedenti obiezioni di Badoglio circa limpresa furono liquidate con un "do le dimissioni da italiano se qualcuno trova delle difficoltà per battersi con i greci".

Il piano dellEmergenza G accantonato ormai da tempo fu precipitosamente riattivato: il 13 ottobre Badoglio, informato da Soddu della decisione di Mussolini, diramò lordine perché tutte le forze destinate allEmergenza G fossero pronte allazione per il 26 ottobre seguente. Roatta fu informato della decisione il 14 ottobre, quando fu chiamato a colloquio da Mussolini insieme a Badoglio: alla richiesta di Mussolini circa il tempo necessario ad approntare tutte le forze necessarie allinvasione, Roatta, facendo riferimento non al piano dellEsigenza G ma a quello Guzzoni-Pariani dellagosto 1939 riguardante limpiego non di otto ma di venti divisioni, richiese almeno tre mesi per il trasporto in Albania delle unità mancanti; Badoglio, contraddicendo apertamente lordine da lui stesso dato appena il giorno prima, diede ragione a Roatta chiedendo di posticipare ulteriormente lazione: è possibile che il maresciallo puntasse a una tattica ritardatrice, facendo affidamento sui frequenti ripensamenti e marce indietro cui Mussolini aveva dato luogo nei mesi precedenti.

Il 15 ottobre fu convocata a Palazzo Venezia una riunione dei massimi esponenti coinvolti nel piano di aggressione alla Grecia: presieduta da Mussolini, alla riunione erano presenti Badoglio, Soddu, Roatta, Visconti Prasca, Ciano e Jacomoni; senza alcuna spiegazione non fu convocato alcun esponente per laeronautica e per la marina militare, come se la questione non riguardasse le altre forze armate. Loffensiva che Mussolini disse di voler attuare era una sorta di combinazione dellEmergenza G con il piano Guzzoni-Pariani: in una prima fase loccupazione dellEpiro e delle isole Ionie seguita poi da uninvasione a fondo della Grecia peninsulare fino alloccupazione di Atene, con la data di inizio fissata indefettibilmente al 26 ottobre. Badoglio, come del resto Roatta, si dimostrò cauto, approvando il piano dinvasione dellEpiro ma sostenendo la necessità di far affluire altre forze per completare loccupazione della Grecia, cosa che richiedeva almeno tre mesi per essere completata; Jacomoni dichiarò laperto sostegno del popolo albanese alloperazione e, pur mostrando alcune riserve cui però non diede molto peso, disse che il popolo greco era "ostentatamente noncurante", Ciano rafforzò il concetto sostenendo che vi fosse un forte scollamento tra una piccola classe dirigente, filo-britannica e anima della resistenza, e la massa della popolazione, "indifferente a tutti gli avvenimenti, compreso quello della nostra invasione". Visconti Prasca si dimostrò favorevole allattacco senza riserva alcuna: illustrando lazione contro lEpiro, sostenne che loperazione "è stata preparata fin nei minimi dettagli ed è perfetta per quanto umanamente possibile", che lentusiasmo delle truppe italiane era altissimo e che al contrario i greci non erano "gente che sia contenta di battersi" ; chiese che per il 24 ottobre fosse organizzato un incidente alla frontiera onde dare un pretesto allinizio delle ostilità, affermò che le unità italiane godevano di una superiorità di due a uno contro i greci in Epiro e che lafflusso delle nuove divisioni con cui proseguire la campagna si dovesse svolgere solo dopo loccupazione dellEpiro stesso e in particolare del porto di Prevesa. Mussolini chiuse quindi la riunione riassumendo il piano con "offensiva in Epiro, osservazione e pressione su Salonicco e, in un secondo tempo, marcia su Atene".

                                     

1.5. Antefatti I preparativi

Loperazione "perfetta per quanto umanamente possibile" si basava in realtà su vari presupposti affrontati in modo superficiale quando non pienamente ignorati nel corso della riunione. La questione dellintervento della Bulgaria contro la Grecia, uno dei presupposti per la riuscita di Emergenza G, era stata citata solo superficialmente da Mussolini senza troppo approfondire; laltro presupposto fondamentale, laccettazione passiva delloccupazione da parte dei greci, era dato per certo da Ciano e Jacomoni ma senza alcun fondamento a suo sostegno: nessun rapporto o comunicazione da parte dellambasciatore Grazzi o della missione diplomatica ad Atene sosteneva che il popolo greco avrebbe accettato passivamente linvasione italiana, che Metaxas sarebbe stato disposto a concessioni territoriali senza luso della forza, o che il governo ellenico non godesse del sostegno della massa della popolazione, e per quanto Ciano preferisse fare affidamento alla piccola rete di informatori messa in piedi da Jacomoni tramite notabili albanesi della Ciamuria anchessa, dopo una serie di resoconti esageratamente ottimistici circa la facilità di unazione offensiva nella regione, aveva riferito del forte clima anti-italiano che si registrava in Grecia dopo gli eventi dellaffondamento dello Elli e della campagna propagandistica dagosto, oltre a registrare laumento della mobilitazione delle truppe.

Fu completamente ignorato uno studio delle forze greche eseguito quello stesso ottobre 1940 da parte del Servizio informazioni militare, secondo cui anche in caso di attacco bulgaro i greci sarebbero stati in grado di schierare almeno sette divisioni lungo la frontiera con lAlbania; in compenso, si diffusero tra i vertici militari italiani voci circa unimminente rivolta delle popolazioni albanesi della Ciamuria istigata dagli italiani o di operazioni di corruzione di alti ufficiali greci perché favorissero linvasione: non vi è alcuna risultanza documentale che si sia mai tentato di attuare concretamente questi propositi, salvo la messa a disposizione di Jacomoni di un fondo di cinque milioni di lire al fine di creare "situazioni ambientali, sia al di qua che al di là della frontiera, necessarie a uno svolgimento idoneo degli avvenimenti", e molto probabilmente impiegato solo in operazioni di propaganda e per stipendiare informatori.

Badoglio ebbe nella fase dei preparativi un atteggiamento singolare: come scrive Cervi, il maresciallo "approvava ma ostacolava, ostacolava ma approvava. Sapeva che limpresa nasceva male, ma non era né così risoluto da opporsi a essa, né così arrendevole da accettarla senza riserve". Il 17 ottobre Badoglio si riunì con i capi di stato maggiore delle tre forze armate, Roatta per lesercito, il generale Francesco Pricolo per laeronautica e lammiraglio Domenico Cavagnari per la marina, i quali si espressero unanimemente contro limpresa di Grecia: Roatta rinnovò le sue perplessità sullesiguità dei reparti schierati per linvasione, Pricolo era preoccupato per leccessiva dispersione delle forze aeree italiane, occupate proprio in quel momento a inviare un corpo aereo in Belgio in appoggio ai tedeschi nella battaglia dInghilterra e a sostenere le operazioni in Libia, Cavagnari paventò lisolamento del Dodecaneso e leccessivo onere posto in capo alle forze navali, già duramente impegnate contro la flotta britannica per garantire il flusso dei rifornimenti verso il teatro nordafricano. Badoglio si disse daccordo con questi rilievi, ma la sua risoluzione svanì il giorno seguente quando si presentò a colloquio con Mussolini: influenzato anche da un precedente colloquio con Soddu, sostenitore di Visconti Prasca e ormai convinto anchegli della facilità dellimpresa, lunica cosa che il maresciallo chiese e ottenne fu un lieve posticipo della data dinizio dellinvasione; la dichiarazione di guerra alla Grecia fu quindi spostata dal 26 al 28 ottobre: la coincidenza con lanniversario della marcia su Roma risultò perciò un evento non preventivato.

I presupposti per un successo svanirono ben presto uno dopo laltro. Il 16 ottobre il capo di gabinetto di Ciano Filippo Anfuso si recò dallo zar Boris III di Bulgaria con una lettera di Mussolini che chiedeva lintervento del paese nellimminente campagna contro la Grecia; la risposta fu un rifiuto: lesercito bulgaro era insufficientemente equipaggiato per una guerra moderna e il paese temeva un attacco dalla confinante Turchia. Anche leffetto sorpresa venne meno: lambasciatore greco a Roma Politis, imitato anche dal suo collega a Berna, informò Atene il 25 ottobre che uninvasione italiana poteva avere inizio nel periodo tra il 25 e il 28 ottobre; anche i diplomatici tedeschi in Italia dimostrarono di avere sentore delloperazione: lambasciatore Hans Georg von Mackensen riferì a Berlino il 19 ottobre che loffensiva italiana contro la Grecia sarebbe partita il 23 ottobre seguente, e che avrebbe riguardato loccupazione dellintera nazione. Quello stesso 19 ottobre Mussolini redasse una lettera per Hitler, poi spedita il 23 ottobre ma effettivamente recapitata il 25, nella quale accennava molto vagamente alla sua intenzione di occupare la Grecia, senza del resto fornire una data precisa per lazione; forse abituato ai continui cambiamenti di programma di Mussolini, il Führer non espresse subito la sua contrarietà allinvasione ma propose un incontro tra i due dittatori per discutere della questione di persona: la data fu fissata al 28 ottobre, giusto poche ore dopo linizio delloperazione.

Redatto da Ciano il 20 ottobre, lultimatum che lambasciatore Grazzi dovette recapitare a Metaxas alle 03:00 del 28 ottobre era congegnato per risultare inaccettabile: facendo riferimento a incidenti di frontiera avvenuti tra il 25 e il 27 ottobre precedente e orchestrati dalle stesse autorità italiane, lItalia chiedeva la facoltà di occupare, entro tre ore dal recapito del testo, "alcuni punti strategici" del territorio greco fino alla conclusione del conflitto con il Regno Unito, minacciando di ricorrere alluso della forza se le unità greche si fossero opposte. A Grazzi, che in un disperato tentativo cercava di indurre Metaxas a evitare la guerra accettando le richieste formulate nellultimatum, il dittatore fece notare che ciò era fisicamente impossibile: in appena tre ore non si poteva convocare il governo e i vertici militari, approvare la richiesta e comunicare alle truppe alla frontiera di non opporsi ai reparti italiani, oltre al fatto che non era specificato chiaramente quali fossero questi "punti strategici" da cedere allItalia e che nessuna garanzia veniva data allintegrità territoriale futura della Grecia. Rientrato in ambasciata Grazzi, Metaxas convocò il consiglio dei ministri e chiamò lambasciatore britannico Palairet chiedendo limmediata assistenza del Regno Unito, in particolare per fornire forze aeree e inviare la flotta nelle acque elleniche onde impedire eventuali invasioni anfibie del Peloponneso ipotesi temuta dai greci ma nemmeno presa in considerazione dai pianificatori italiani. La mattina del 28 ottobre, mentre Mussolini e Hitler si incontravano a Firenze, la campagna italiana di Grecia aveva preso avvio già da alcune ore.

                                     

2.1. Le forze in campo Italia

Il comportamento di Visconti Prasca, che non chiese tempestivamente ulteriori truppe pur rendendosi conto dellesiguità delle forze a sua disposizione per tentare operazioni più estese delloccupazione del solo Epiro, è stato spiegato con questioni di gerarchia militare: già la guida di otto divisioni avrebbe richiesto listituzione di un comando di armata con due corpi darmata subordinati uno per il fronte dellEpiro a sud-ovest, uno per quello della Macedonia a nord-est, ma Visconti-Prasca era un generale di corpo darmata e metterlo a capo di unarmata avrebbe comportato la sua promozione a generale darmata, scavalcando ufficiali di anzianità maggiore alla sua e violando le regole scritte e non scritte dello stato maggiore riguardo alle promozioni. Poiché sostituirlo non era possibile per via della piena fiducia riposta in lui da Mussolini, alla fine Visconti Prasca ottenne di avere sotto di sé due corpi darmata pur continuando a rimanere un generale di corpo darmata, ma la situazione non poteva durare se altre divisioni fossero nel frattempo affluite: pertanto, Visconti Prasca voleva le nuove truppe solo quando la conquista dellEpiro avrebbe garantito una sua promozione per meriti sul campo. La conseguenza pratica di tutto ciò fu che gli italiani iniziarono la campagna con forze del tutto insufficienti per la realizzazione dei loro obiettivi strategici e schierate su una linea del fronte troppo ampia per le loro capacità.

Incaricato delloccupazione dellEpiro era il Corpo darmata della Ciamuria poi XXV Corpo darmata del generale Carlo Rossi, così schierato: allestrema ala sud-ovest, lungo la zona costiera, era collocato il "Raggruppamento Litorale" circa 5 000 uomini, una formazione composita costituita dal 3º Reggimento della 21ª Divisione fanteria "Granatieri di Sardegna", da alcuni squadroni di cavalleria appartenenti al 7º Reggimento "Lancieri di Milano" e al 6º Reggimento "Lancieri di Aosta", da alcune batterie di artiglieria e da una formazione di volontari albanesi; al suo fianco stavano, da sud a nord, la 51ª Divisione fanteria "Siena" 9 000 uomini e la 23ª Divisione fanteria "Ferrara" 16 000 uomini di cui 3 500 albanesi, con in seconda schiera la 131ª Divisione corazzata "Centauro" 4 000 uomini con 163 carri armati. Davanti alla Macedonia occidentale, con funzioni prettamente difensive, era schierato il XXVI Corpo darmata del generale Gabriele Nasci con la 49ª Divisione fanteria "Parma" 12 000 uomini alla frontiera e in riserva la 29ª Divisione fanteria "Piemonte" 9 000 uomini e la 19ª Divisione fanteria "Venezia" 10 000 uomini; a congiunzione dei due corpi darmata era la 3ª Divisione alpina "Julia" 10 800 uomini, incaricata di occupare il massiccio del Pindo, mentre a protezione della frontiera tra Albania e Jugoslavia era stata lasciata la 53ª Divisione fanteria "Arezzo" 12 000 uomini di cui 2 000 albanesi. Sul totale di 140 000 uomini disponibili in Albania 84 battaglioni combattenti più unità di retrovia e carabinieri, sarebbero stati 87 000 con 654 pezzi dartiglieria quelli impiegati nella prima fase offensiva contro la Grecia; in aggiunta, a Brindisi la 47ª Divisione fanteria "Bari" si stava preparando a uno sbarco anfibio a Corfù mentre altre quattro divisioni erano in preparazione per la seconda fase delloffensiva, la marcia su Atene, con arrivo al fronte previsto per la metà di novembre.

Un elemento di debolezza intrinseco alle formazioni italiane era dato dalla consistenza organica delle divisioni. Sulla base della riforma Pariani del 1938, le divisioni di fanteria italiane avevano abbandonato il sistema "ternario" o "triangolare" ovvero con un organico di tre reggimenti di tre battaglioni ciascuno, adottato da quasi tutti gli eserciti del mondo, in favore di uno "binario" due reggimenti di tre battaglioni luno; lintenzione era quello di alleggerire i reparti per renderli più agili e rapidi nei movimenti oltre che moltiplicare il numero di divisioni disponibili, ma in definitiva servì solo a impoverire di uomini e potenza di fuoco le unità a fronte dei 15 000 uomini di una "ternaria" una divisione "binaria" ne schierava 10/11 000 senza per questo aumentarne la velocità di spostamento che dipendeva più dalla disponibilità di autocarri e veicoli motorizzati, sempre carente. Come rinforzo per le deboli divisioni binarie si previde di aggregare ai loro organici una legione di due battaglioni della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale di limitato valore bellico a causa del carente addestramento e della penuria di armi pesanti in dotazione o battaglioni di truppe albanesi, ma anche così una divisione italiana aveva tra sei e otto battaglioni contro i nove della divisione greca.

Larmamento dei soldati italiani era costituito da un miscuglio di armi dellepoca della prima guerra mondiale in particolare per quanto riguarda le artiglierie campali e altre progettate negli anni 1930: equipaggiamenti standard per la fanteria erano i fucili Carcano Mod. 91, i fucili mitragliatori Breda Mod. 30, le mitragliatrici Fiat Mod. 14/35 e Breda Mod. 37 e i mortai Brixia Mod. 35 e 81 Mod. 35. Un elemento di vantaggio era costituito dalla presenza di una divisione corazzata, visto che i greci non disponevano di carri armati o moderne armi anticarro, ma la "Centauro" era equipaggiata solo con carri leggeri CV33, piccoli veicoli armati unicamente di mitragliatrici, e solo a campagna iniziata arrivò un battaglione di più moderni carri medi M13/40; il terreno montuoso e i sentieri fangosi dellEpiro non erano comunque una regione favorevole allimpiego di forze corazzate. Cosa ben più grave, le forze italiane iniziarono una campagna invernale su un terreno montuoso senza un adeguato equipaggiamento da montagna carenti si rivelarono cappotti e scarponi a causa degli scadenti materiali autarchici con cui erano realizzati e con un sistema logistico insufficiente: a fronte della necessità di 10 000 tonnellate di rifornimenti giornalieri necessari per alimentare la campagna, i due porti principali di Durazzo e Valona avevano in condizioni ottimali una capacità di scarico massima di 3 500 tonnellate incrementata a fine febbraio ad appena 4 100 tonnellate, mentre per portare i rifornimenti al fronte si doveva fare affidamento solo su muli e cavalli visto che gli autocarri inviati in Albania a metà novembre erano solo 107; croniche le carenze delle trasmissioni, le stazioni radio funzionavano con difficoltà nel clima umido e freddo e i collegamenti telefonici tra lItalia e lAlbania dovettero essere potenziati a campagna già iniziata.

LItalia godeva di un sostanziale vantaggio sui greci per quanto riguardava la componente aerea. Al 10 novembre la Regia Aeronautica schierava in Albania, sotto il comando del generale Ferruccio Ranza, otto squadriglie da bombardamento con 31 velivoli Savoia-Marchetti S.M.79 e 24 Savoia-Marchetti S.M.81, nove squadriglie da caccia con 47 Fiat G.50, 46 Fiat C.R.42 e 14 Fiat C.R.32 e due squadriglie da ricognizione con 25 IMAM Ro.37; nelle basi aeree della Puglia erano invece dislocate sedici squadriglie da bombardamento con 60 CANT Z.1007, 18 S.M. 81, 18 Fiat B.R.20 e 23 idrovolanti CANT Z.506, due nuove squadriglie di bombardieri in picchiata con 20 Junkers Ju 87 di origine tedesca, quattro squadriglie da caccia con 12 Macchi M.C.200, 33 G.50 e 9 C.R.32, per un totale di circa 400 velivoli. I velivoli italiani erano in maggioranza datati ma ancora relativamente competitivi nel 1940; il problema più grave era la strategia dimpiego: laviazione rivendicava un ruolo autonomo e indipendente dallesercito, ma aveva pochi velivoli e dalle caratteristiche inadeguate per condurre massicce incursioni in profondità contro obiettivi di rilevanza strategica, oltre a disporre di un servizio informazioni molto inefficiente il quale non solo sovrastimava le forze aeree nemiche ma non era neppure capace di localizzare con precisione tutte le basi aeree sul suolo greco. Gli aerei italiani furono molto più spesso chiamati a missioni di supporto diretto al suolo, sia con bombardamenti sulla linea del fronte che per paracadutare rifornimenti ai reparti isolati, un compito poco amato dai piloti i quali non avevano ricevuto addestramento specifico a ciò; i collegamenti interforze erano solo a livelli di vertice: la pratica di distaccare ufficiali dellaviazione al suolo con i reparti terrestri per guidare le missioni di supporto aereo era sconosciuta.



                                     

2.2. Le forze in campo Grecia

La lenta procedura di mobilitazione delle forze greche portò progressivamente sotto le armi circa 500 000 uomini, di cui più o meno 300 000 comprese truppe dei servizi e di retrovia furono prima o poi schierati contro gli italiani. Lo stato maggiore greco entrò in guerra sulla base delle linee del piano IB approntato precedentemente, il quale prevedeva una guerra difensiva contro laggressione congiunta di Italia e Bulgaria; quando si rese conto che i bulgari non avrebbero partecipato al conflitto, Papagos iniziò a trasferire sempre più unità dal settore della Tracia a quello dellEpiro, fino a schierare sul fronte albanese la maggior parte delle divisioni più efficienti a sua disposizione.

Allo scoppio della guerra lesercito greco Ellinikós Stratós schierava in Epiro l8ª Divisione fanteria rinforzata da una brigata addizionale di fanteria e da una di artiglieria per un totale, comprese le unità di presidio statico, di 15 battaglioni di fanteria e 16 batterie e mezzo di artiglieria con altri 7 battaglioni schierati in rinforzo nelle retrovie; la Macedonia occidentale era difesa dalla 9ª Divisione fanteria e dalla 4ª Brigata fanteria, per un totale di 22 battaglioni e 22 batterie e mezzo, mentre come giunzione tra le due forze vi erano due battaglioni, una formazione mista di cavalleria e una batteria e mezzo di artiglieria schierate nella zona del Pindo. Già il 14 novembre il numero delle divisioni greche schierate contro gli italiani era salito a sette, per poi arrivare a quattordici nel gennaio 1941; le divisioni greche avevano struttura triangolare tre reggimenti di tre battaglioni ciascuno, risultando così singolarmente più consistenti delle corrispettive divisioni italiane. Le forze greche furono organizzate in due armate: lArmata dellEpiro del generale Markos Drakos e lArmata della Macedonia occidentale del generale Ioannis Pitsikas.

Lequipaggiamento delle forze terrestri greche era datato, risalendo in massima parte al periodo della prima guerra mondiale: la fanteria era equipaggiata con fucili Mannlicher-Schönauer e mitragliatrici Saint-Étienne mod. 1907, Hotchkiss Mle 1914 e Schwarzlose, lartiglieria era piuttosto carente ma compensata da una buona disponibilità di mortai Brandt 81 mm Mle 1927 con artiglieri molto bene addestrati; non vi erano carri armati o autoblindo, e la motorizzazione dei reparti era affidata a pochi autocarri racimolati alla meglio.

La Regia aviazione greca Ellinikí Vasilikí Aeroporía era inferiore numericamente rispetto alla sua corrispettiva italiana: fonti greche indicano il totale dei velivoli a 38 caccia, 9 bombardieri leggeri, 18 bombardieri pesanti e 50 tra ricognitori e aerei per la cooperazione con le truppe al suolo, altri autori riportano un totale di 44 caccia, 39 bombardieri e 66 tra ricognitori e aerei dappoggio. Solo una piccola parte dei velivoli greci era rappresentata da aerei moderni e competitivi, con un gran numero di apparecchi ormai tecnologicamente superati; i tipi più moderni erano rappresentati dai caccia Bloch MB 150 francesi e PZL P.24 polacchi e dai bombardieri Potez 630 francesi, Fairey Battle e Bristol Blenheim britannici.

La Regia marina ellenica Vasilikó Nautikó era una forza piccola: dopo laffondamento dello Elli, la flotta comprendeva lincrociatore corazzato Georgios Averof ormai obsoleto e impiegato come nave scuola, due vecchie navi da difesa costiera pre-dreadnought classe Kilkis, non più bellicamente efficienti, dieci cacciatorpediniere di cui quattro obsoleti unità della classe Aetos e sei moderni quattro della classe Kountouriotis di costruzione italiana e due classe Vasilefs Georgios di costruzione britannica, tredici torpediniere per la maggior parte datate, sei sommergibili relativamente moderni e altre unità ausiliarie.

                                     

2.3. Le forze in campo Regno Unito

Il Regno Unito iniziò a fornire aiuti alla Grecia già ai primi di novembre: una brigata di fanteria fu inviata a presidiare lisola di Creta, in modo che la divisione di fanteria reclutata localmente potesse essere dispiegata in Epiro contro gli italiani; la Royal Air Force inviò subito in Grecia una squadriglia di bombardieri leggeri Bristol Blenheim, seguita nelle settimane successive da altre squadriglie di bombardieri Blenheim e Vickers Wellington e di caccia Gloster Gladiator, questi ultimi ceduti poi ai greci e sostituiti dai più moderni caccia Hawker Hurricane. Il 16 novembre arrivarono al porto del Pireo 2 200 soldati britannici e 310 automezzi dei reparti di supporto a terra della RAF, seguiti poi da reparti di artiglieria contraerea con altri 2 000 uomini e 400 automezzi; il comando dei reparti britannici in Grecia fu poi assunto dal vice maresciallo dellaria John DAlbiac.

I greci accettarono di buon grado laiuto britannico, ma posero limiti al suo impiego onde non fornire alla Germania un pretesto per iniziare le ostilità contro la Grecia stessa: i reparti di caccia furono dislocati negli aeroporti dellEpiro, ma i bombardieri furono confinati molto più a sud nelle basi aeree intorno ad Atene, in modo che non potessero rappresentare una minaccia per i pozzi petroliferi di Ploiești cari alla Germania; a ogni modo, i bombardieri britannici sfruttarono gli aeroporti greci per condurre raid contro le principali basi navali nel sud della penisola italiana come Brindisi, Taranto e Napoli.

                                     

3.1. La campagna Loffensiva di Visconti Prasca

Allalba del 28 ottobre le forze italiane si mossero lungo il fronte da Gramos al mare: stando ai resoconti italiani le unità si mossero alle 6:00, ora di scadenza dellultimatum, mentre secondo fonti greche i primi reparti superarono la frontiera già alle 5:30. Il Raggruppamento Litorale mosse lungo la costa alla volta della foce del fiume Kalamas, mentre al suo fianco le divisioni "Siena" e "Ferrara" avanzarono in due colonne lungo la valle del fiume Vojussa con in appoggio i reparti motorizzati e corazzati della "Centauro", con obiettivo il ponte di Perati e la cittadina di Kalibaki; più a nord, gli alpini della "Julia" mossero sul massiccio del monte Smólikas, parte della catena del Pindo e alto 2 600 metri, divisi in cinque colonne con obiettivo finale la cittadina di Metsovo, al fine di isolare le truppe greche nellEpiro da quelle nella Macedonia occidentale. Il maltempo, iniziato già il 26 ottobre, ostacolò ben presto lavanzata: le forti piogge ingrossarono il corso dei torrenti e trasformarono i sentieri in strisce di fango, con gli alpini della "Julia" che si ritrovarono a doversi aprire la strada lungo viottoli in mezzo a boschi; le piogge ostacolarono anche lintervento dellaviazione, annullando in parte il principale vantaggio di cui godevano gli italiani: furono condotti bombardamenti nelle retrovie greche contro i porti di Patrasso e Prevesa, il canale di Corinto e laeroporto di Tatoi vicino Atene, ma il supporto diretto ai reparti avanzanti nellEpiro si rivelò nullo.

Il mare in tempesta portò il 29 ottobre alla cancellazione del progettato sbarco a Corfù, eliminando lunico elemento di dinamismo nel piano italiano: loffensiva si risolse in un mero movimento in avanti lungo la frontiera, un attacco frontale su un terreno che il nemico conosceva bene senza i vantaggi del fattore sorpresa o dellappoggio aereo. Nei primi tre giorni lavanzata italiana fu ostacolata più dal maltempo che dai difensori greci: il generale Papagos, nominato comandante in capo delle forze elleniche e affiancato dal generale Konstantinos Pallis come capo di stato maggiore dellesercito, aveva organizzato la sua prima linea difensiva lungo il corso del fiume Kalamas, ancorata sulla destra ai massicci della catena del Pindo, con una seconda linea di difesa più indietro lungo i fiumi Arachthos e Venetikos fino al corso dellAliacmone; gli avamposti lungo la frontiera albanese furono abbandonati le unità dellEpiro ricevettero lordine di condurre una difesa elastica, ritardando il più possibile le forze italiane mentre lArmata della Macedonia occidentale del generale Pitsikas, continuamente rinforzata da reparti richiamati dalla frontiera bulgara, andava concentrandosi per unoffensiva in territorio albanese verso Coriza.

Le prime avanguardie italiane raggiunsero il Kalamas il 29 ottobre, mentre la "Julia" continuava a muoversi cautamente in avanti lungo i rilievi del Pindo raggiungendo Konitsa e Samarina: il trasporto dei rifornimenti lungo un terreno di 1 500 e più metri di quota si rivelò subito molto difficile, le forze a disposizione della divisione si dimostrarono troppo esigue per condurre la manovra a tenaglia verso Metsovo. La manovra della "Julia", penetrata per più di 40 chilometri in territorio nemico, impensierì i greci che temevano un isolamento delle loro forze nellEpiro da quelle nella Macedonia, e il 1º novembre larmata di Pitsikas iniziò la sua offensiva in direzione dellAlbania: le divisioni italiane "Parma" e "Piemonte", frettolosamente rinforzate dai reparti della "Venezia" richiamata dalla frontiera jugoslava, furono ingaggiate frontalmente ed entro il 3 novembre le prime unità greche raggiunsero il fiume Devoli in territorio albanese. Il 2 novembre la "Julia" raggiunse il corso del fiume Vojussa e catturò la cittadina di Vovousa, 30 km a nord dellobiettivo Metsovo, ma quello stesso giorno iniziarono gli attacchi greci alle fragili retrovie della divisione: gli alpini si ritrovarono ben presto isolati, privi di contatti radio con il comando e riforniti solo da lanci da parte degli aerei.

Mentre la divisione "Bari", poi seguita dalla 101ª Divisione motorizzata "Trieste", veniva frettolosamente inviata in Albania a puntellare lo schieramento italiano e il generale Nasci distaccava alcuni reparti della "Centauro" per ristabilire i contatti con la "Julia", Visconti Prasca continuò con il suo attacco in Epiro: i difensori greci, rinforzati dallarrivo di tre nuove divisioni e di un reggimento scelto di euzoni, tennero duro lungo il corso del fiume Kalamas, difficilmente guadabile per gli italiani, ma tra il 4 e il 5 novembre la "Siena" riuscì a stabilire una testa di ponte lungo la sponda sud, ricongiungendosi con il Raggruppamento Litorale che aveva attraversato la foce del fiume già il 28 ottobre. Il fronte stava ruotando, con gli italiani in avanzata verso sud-est e i greci in movimento verso nord-ovest, con la "Julia" a fare da perno; ormai circondata, la divisione alpina ricevette il 7 novembre lordine da Nasci di ritirarsi: dopo duri combattimenti contro i reparti greci infiltrati alle spalle e otto giorni senza un vitto regolare, la "Julia" riuscì infine a sottrarsi allaccerchiamento e a ripiegare su Konitsa il 10 novembre dopo aver perso un buon quinto dei suoi effettivi.

Mentre lo schieramento italiano arrancava in Epiro e dava pericolosi segni di cedimento sul Pindo e nel settore di Coriza, Visconti Prasca "un esaltato" lo definì il generale Pricolo dopo un incontro faccia a faccia il 2 novembre continuava a dirsi fiducioso sulla riuscita delloffensiva e a definire come "non inquietante" la situazione al fronte. La controffensiva greca stava però impensierendo gli alti comandi italiani, e il 6 novembre lo stato maggiore generale ordinò listituzione di un gruppo darmate in Albania forte di due armate: la IX Armata del generale Mario Vercellino avrebbe difeso il settore di Coriza con le divisioni "Piemonte", "Parma", "Venezia" e "Arezzo" e quello del Pindo con la "Julia", la "Bari" e la 2ª Divisione alpina "Tridentina" di prossimo arrivo, lXI Armata del generale Carlo Geloso avrebbe proseguito loffensiva in Epiro con le divisioni "Siena", "Ferrara" e "Centauro" più altre quattro divisioni in fase di afflusso; altre tre divisioni sarebbero state concentrate in Puglia come riserva. Visconti Prasca fu presto messo da parte: il 9 novembre il generale fu formalmente sostituito al comando delle truppe italiane in Albania dal generale Soddu e designato a comandare la costituenda XI Armata, ma già l11 novembre fu sostituito da Geloso e il 30 novembre posto in congedo assoluto per decisione del consiglio dei ministri.

                                     

3.2. La campagna La controffensiva greca

La mobilitazione delle forze italiane dirette in Albania si incrociò con la smobilitazione invernale decisa da Mussolini e Soddu il 2 ottobre e non revocata allinizio delle ostilità con la Grecia, scatenando un completo caos organizzativo: divisioni ridotte al 50% della dotazione organica completa furono frettolosamente ricostruite con reparti prelevati da altre formazioni, ufficiali furono spediti a comandare unità mai viste prima e comandi furono allestiti in fretta e furia e senza personale. Il rafforzamento dello schieramento italiano in Albania si svolse con momenti di ansia se non di panico, con una scarsa capacità di fronteggiare situazioni impreviste dimostrata dai comandi italiani: le divisioni furono inviate al fronte a pezzi, reggimenti e battaglioni appena sbarcati venivano subito inviati in linea per fronteggiare nuove emergenze spezzando lunitarietà organica delle formazioni e privandole dei reparti di supporto normalmente necessari per un corretto funzionamento delle unità sul campo; la strettoia dei porti albanesi, con la loro scarsa capacità di scarico, si rivelò deleteria per lafflusso di reparti e armi pesanti, e si fece quindi ricorso al trasporto aereo 48.000 uomini e 5.400 tonnellate di rifornimenti furono portate al fronte in questo modo durante la campagna anche grazie al decisivo contributo di 65 aerei da trasporto Junkers Ju 52 della Luftwaffe tedesca intervenuti in aiuto.

I rovesci iniziali patiti durante loffensiva di Visconti Prasca ridussero in frantumi il morale dei reparti italiani e instillarono nei comandi una condotta guardinga e una valutazione a volte troppo pessimistica della situazione. Le prime disposizioni di Soddu furono di fermare loffensiva in Epiro pur mantenendo la testa di ponte oltre il Kalamas, e di sistemare i reparti in posizione difensiva lungo lintero fronte; vi era timore per la tenuta dellestremo fianco sinistro italiano, nella zona del Lago Prespa, e fu proprio qui che i greci attaccarono: dopo lungo tergiversare e ormai in superiorità numerica rispetto al nemico, le forze dellArmata della Macedonia occidentale del generale Pitsikas attaccarono allalba del 14 novembre lungo il fronte italiano che andava dallistmo tra i due laghi di Prespa alla valle del fiume Devoli tramite il massiccio del monte Ivan, con alle spalle la solida posizione difensiva del monte Morova. Loffensiva colpì in pieno la non ancora organizzata IX Armata, mettendo sotto pesante pressione le unità italiane e aprendo falle nel loro fronte; Nasci arretrò le sue unità dal Devoli al massiccio del Morova, ma la posizione divenne insostenibile quando i greci occuparono Erseke, sgombrata per errore dai reparti italiani.

Il 19 novembre Soddu decise di attuare un ripiegamento dalla valle del Devoli verso una nuova linea difensiva distante anche 50 chilometri dalle posizioni iniziali: la ritirata si svolse in modo sufficientemente ordinato, ma molto materiale dovette essere abbandonato e numerosi reparti albanesi si sbandarono dandosi alla fuga; il 22 novembre le forze greche fecero quindi il loro ingresso a Coriza, suscitando grandi festeggiamenti in patria. La mossa di Soddu scoprì il fianco sinistro dellXI Armata di Geloso in Epiro: la "Julia", non ancora ricostruita dopo il disastro del Pindo, fu subito rispedita al fronte per sostenere la Divisione "Bari", duramente impegnata dai greci nella zona di Perati e aggirata sul fianco dopo la perdita di Erseke, e Geloso iniziò una serie di ripiegamenti abbandonando il poco terreno conquistato durante loffensiva di un mese prima. Il terreno montuoso le forti nevicate rallentavano la progressione dei greci, che tuttavia proseguì: il 24 novembre il corpo darmata del generale Georgios Tsolakoglu colpì lestrema ala sinistra della IX Armata italiana, appena attestatasi sulle nuove posizioni decise da Soddu, catturando il 28 novembre la città di Pogradec sul confine jugoslavo.

La crisi continua sul fronte greco-albanese spinse Mussolini a cercare un capro espiatorio per il disastro. Il 23 novembre Roberto Farinacci scagliò un violento attacco allo stato maggiore generale dalle colonne del suo giornale Il Regime Fascista, mossa forse ispirata da ambienti del governo; Badoglio pretese la pubblicazione di una smentita, e inviò a Mussolini una lettera di dimissioni: probabilmente il maresciallo confidava in un intervento a suo sostegno del re, ma Vittorio Emanuele III non si mosse e il 4 dicembre Badoglio fu rimpiazzato nella carica di capo di stato maggiore generale dal generale Ugo Cavallero. Una nuova crisi si aprì intanto sul fronte italiano: lXI Armata era sotto forte pressione e il generale Geloso chiedeva con insistenza a Soddu il permesso di ritirarsi su una linea più corta e difendibile vicino Tepeleni, azione rifiutata dal comandante in capo visto che avrebbe portato come conseguenza labbandono di una larga fascia di territorio albanese; la pressione greca era però costante e i reparti italiani stavano progressivamente arretrando. Il 2 dicembre i greci sfondarono il fronte italiano vicino Permeti, aprendosi la strada verso il passo di Klisura più a nord; Soddu si fece prendere dal panico e in una comunicazione telefonica con Guzzoni il 4 dicembre sostenne lopportunità di "addivenire a una soluzione politica del conflitto": non è chiaro se Soddu stesse sostenendo la necessità di un armistizio con i greci o di un intervento tedesco nella guerra, ma quando il colloquio fu riferito a Mussolini il dittatore spedì subito Cavallero in Albania ad affiancare il comandante del gruppo darmate. Secondo alcune testimonianze, Mussolini ebbe un episodio depressivo in concomitanza con il crollo delle forze italiane in Albania.

Gravemente a corto di rifornimenti e rinforzata solo da reggimenti e battaglioni sciolti avviati al fronte alla rinfusa, lXI Armata continuò a cedere terreno: il 5 dicembre i greci occuparono Delvine, seguita il 6 dicembre da Porto Edda e l8 dicembre da Argirocastro; per quello stesso 8 dicembre larmata di Geloso aveva infine completato il ripiegamento sulla nuova linea di difesa da tempo chiesto dal generale, accorciando il suo fronte da 140 a 75 chilometri in linea daria. Neve e freddo ostacolavano i rifornimenti di entrambi gli schieramenti, ma gli attacchi greci continuarono nei settori centrale e occidentale del fronte: pesanti combattimenti si verificarono sul monte Tomorr e a Klisura, e lo sbandamento di alcuni reparti della Divisione "Siena" nella zona del litorale consentì ai greci di conquistare Himara il 22 dicembre; il morale dei reparti italiani era bassissimo, episodi di sbandamento si verificavano anche in unità considerate "scelte" e i comandanti tendevano ad avere una mentalità difensiva. Come rilevò il comando italiano, "liniziativa avversaria era dovuta essenzialmente a una superiorità organizzativa" e "la nostra debolezza fondamentale stava nel dover combattere con raggruppamenti non organici" ; una progettata offensiva per riprendere Himara in gennaio con la appena sopraggiunta 6ª Divisione fanteria "Cuneo" dovette essere rapidamente accantonata quando un nuovo attacco greco nella zona di Tepeleni-Klisura obbligò a smembrare la divisione e avviarne i reparti a tamponare qui e là le falle dello schieramento italiano: lattacco greco fu poi bloccato il giorno di Natale sulle rive del fiume Osum, reso inguadabile dalle avverse condizioni meteo.



                                     

3.3. La campagna Lo stallo e loffensiva di primavera

Linsolita "guida a due" delle forze italiane in Albania da parte della coppia Soddu-Cavallero ebbe termine alla fine di dicembre: il 29 Soddu fu richiamato a Roma "per conferire", e il 30 dicembre Cavallero assunse il comando diretto del gruppo darmate in Albania cumulandolo con quello di capo di stato maggiore generale. Le offensive greche avevano spinto i reparti italiani sul bordo meridionale del "ridotto centrale albanese", la zona del paese che racchiudeva i centri più strategicamente importanti i porti di Valona e Durazzo e la capitale Tirana che dovevano essere assolutamente tenuti; benché le cifre esatte delle truppe impegnate nelle "battaglie di arresto" del novembre-dicembre 1940 siano contestate fonti greche sostengono lesistenza di una certa superiorità numerica degli italiani, negata invece dalle fonti italiane e difficili da calcolare per la frammentarietà delle formazioni organiche italiane, solo alla fine dellanno le forze di Cavallero raggiunsero la parità numerica con i greci: al 1º gennaio 1941 gli italiani avevano in Albania più di 272 000 uomini con 7 563 automezzi e 32 871 quadrupedi, radunati in 20 divisioni e alcune unità autonome.

Mussolini tambureggiava i comandi chiedendo con insistenza offensive e contrattacchi, e Cavallero progettò un attacco per i primi di gennaio dalla zona di Tepeleni per riprendere Himara e Porto Edda, ma ancora una volta furono i greci a muovere per primi attaccando il 6 gennaio il passo di Klisura, via daccesso alla pianura davanti a Berat: la Divisione "Julia", ormai decimata, cedette dopo tre giorni di pesanti combattimenti e il 10 gennaio i greci occuparono Klisura. La 7ª Divisione fanteria "Lupi di Toscana" fu subito spedita a tamponare la falla: smobilitata a fine ottobre, ricostruita ai primi di dicembre con uomini di altri reparti e giunta in Albania ai primi di gennaio, la divisione fu avviata al fronte con solo i suoi due reggimenti di fanteria, senza artiglieria e reparti di supporto logistico, a sostenere una serie di attacchi e contrattacchi, andando infine incontro a uno sbandamento generale il 16 gennaio dopo aver perso 2 200 uomini. La conquista di Klisura, culmine di una penetrazione che raggiungeva i 50 chilometri dalla vecchia frontiera greco-albanese, fu lultimo importante successo ottenuto dalle forze di Papagos; i greci continuarono con attacchi su piccola scala lungo tutto il fronte, catturando ancora alcune posizioni e guadagnando lembi di terreno qui e là: ancora nella prima metà di febbraio si sviluppò una dura battaglia per la conquista del massiccio del Trebeshina e della cittadina di Tepeleni, conclusasi poi con qualche lieve guadagno territoriale per i greci pagato però con pesanti perdite. La linea difensiva allestita da Cavallero iniziò a reggere, mentre le divisioni italiane riguadagnavano progressivamente la loro normale struttura organica e la situazione logistica iniziava a migliorare.

A fine febbraio 1941 Cavallero si sentì abbastanza pronto per pensare a una massiccia offensiva; le forze italiane dislocate in Albania avevano raggiunto la consistenza di 25 divisioni, guadagnando finalmente una vera superiorità numerica sui greci: ai 54 reggimenti a disposizione di Cavallero se ne contrapponevano 42 greci. Discussioni si aprirono tra Cavallero e il sottosegretario alla guerra Guzzoni circa lobiettivo previsto per la progettata offensiva: Guzzoni spingeva per un attacco sul fianco sinistro della IX Armata ora guidata dal generale Alessandro Pirzio Biroli per riconquistare Pogradec, primo passo di unazione più ampia che avrebbe dovuto portare alla rioccupazione di Coriza e a un proseguimento dellavanzata verso la Macedonia occidentale, mossa che doveva ricongiungersi con lattesa offensiva tedesca contro la Grecia in partenza dalla Bulgaria; Cavallero invece optò per un attacco dellXI Armata in Val Desnizza, tra i monti Trebescines e Mali Qarishta, volto alla riconquista di Klisura, azione sostanzialmente fine a sé stessa e priva di altri sbocchi strategici che non fossero lallentamento della pressione greca su Tepeleni e Valona. Il piano presentava diversi punti discutibili: invece di assalire il settore più debole dello schieramento nemico si attaccava quello più forte, lobiettivo era un saliente ma invece di attaccarlo alla base per tagliarlo fuori e circondare le truppe che lo difendevano lo si attaccava alla sommità con un assalto frontale.

Mentre gli italiani si preparavano alla loro offensiva, Papagos insisteva con gli attacchi in direzione di Tepeleni, oltre la quale si estendevano le zone pianeggianti e lo strategico porto di Valona; il comandante dellArmata dellEpiro generale Drakos si lamentò per le pesanti perdite e i minimi guadagni territoriali che questi attacchi comportavano, ma per tutta risposta il 6 marzo fu sollevato dal comando e sostituito con il generale Pitsikas, a sua volta rimpiazzato alla guida dellArmata della Macedonia occidentale dal generale Tsolakoglou. Le forze greche continuarono con le loro spallate contro le vette dei monti Scindeli, Golico e Trebescines, conquistando qualche altura ma senza ottenere lo sperato sfondamento in direzione di Valona.

Il 9 marzo il lungamente progettato attacco italiano ribattezzato "offensiva di primavera" prese infine avvio; lo stesso Mussolini, giunto in Albania il 2 marzo precedente, assistette allinizio dellattacco da un posto di osservazione vicino alle prime linee. Circa 300 cannoni, seguiti poi dai bombardieri, colpirono ripetutamente le posizioni greche, aprendo la via allattacco del VII Corpo darmata del generale Gastone Gambara sostenuto dal XXV Corpo darmata a sud-ovest e dal IV Corpo darmata a nord-est: comprese le truppe dappoggio furono 50 000 uomini in 12 divisioni le unità impiegate dagli italiani nelloffensiva. Dopo un inizio apparentemente confortante, lattacco italiano segnò il passo a poche ore dallavvio: dopo pesanti combattimenti anche corpo a corpo e perdite sanguinose, i reparti di Gambara non riuscirono a conquistare che poche posizioni in alcuni casi perdute a seguito di contrattacchi greci. Loffensiva italiana proseguì ininterrottamente con attacchi e contrattacchi praticamente attorno alle stesse posizioni fino al 16 marzo, quando fu infine bloccata per concorde decisione dei vertici militari italiani: le perdite ammontarono a circa 12 000 uomini tra morti e feriti più di quanti erano andati perduti nella campagna fino a quel momento, con solo miseri guadagni territoriali.

Il 19 marzo Cavallero avviò i preparativi per una nuova offensiva dellXI Armata in direzione di Klisura, praticamente nello stesso settore dove era fallita loffensiva precedente; la data per il nuovo attacco fu fissata al 28 marzo, ma lazione fu ben presto accantonata a causa dellimprovvisa piega degli avvenimenti che aveva preso vita in Jugoslavia.

                                     

3.4. La campagna Lattacco tedesco e la fine

Lattacco italiano alla Grecia era stato accolto con disappunto dai tedeschi: oltre al fatto che Mussolini aveva volutamente ignorato gli appelli di Hitler, la conduzione del piano era stata giudicata molto negativamente dagli esperti militari tedeschi, i quali si aspettavano una fulminea invasione sul modello di quella da loro attuata in Norvegia in particolare contro lisola di Creta, strategica per il controllo delle rotte navali nel Mediterraneo orientale; inoltre, il Regno Unito veniva ora a disporre di una base sul continente europeo e di campi daviazione potenzialmente utili a condurre raid contro i pozzi petroliferi di Ploiești, vitali per la Germania. Il 4 novembre 1940 Hitler prese quindi la decisione di intervenire nei Balcani, e il 12 novembre lOberkommando der Wehrmacht emanò una direttiva per definire loperazione: linvasione tedesca della Grecia, da attuarsi nel gennaio 1941 mediante un raggruppamento di 10 divisioni a partire dal territorio della Bulgaria, fu calata in un più ampio piano di intervento della Germania nellarea del Mediterraneo, comprendente anche loccupazione di Gibilterra operazione Felix, lappoggio tedesco alla Francia di Vichy e linvio di un contingente in Nordafrica per cooperare con gli italiani alla conquista dellEgitto.

Dopo aver scartato linvio di truppe da combattimento tedesche una divisione da montagna e unità corazzate per sostenere il fronte in Albania operazione Alpenveilchen, manovra ritenuta troppo umiliante dagli italiani, lOKW si concentrò unicamente sullattacco alla Grecia da est operazione Marita mentre Hitler si dava da fare per consolidare la posizione politica della Germania nei Balcani: il 20 novembre lUngheria fu convinta ad aderire al patto tripartito seguita il 23 novembre dalla Romania, mentre manovre diplomatiche assicurarono la neutralità della Turchia; il 1º marzo 1941, dopo lunghe pressioni politiche da parte della Germania, la Bulgaria sottoscrisse il patto tripartito e il giorno seguente unità tedesche iniziarono a entrare nel paese. La Jugoslavia perdurava a mantenere un atteggiamento neutrale, ma le sue linee ferroviarie erano considerate molto importanti dai tedeschi per lo svolgimento delloffensiva e per il rapido rischieramento dei reparti una volta conclusa, onde non far tardare il progettato piano di invasione dellUnione Sovietica e forti furono le pressioni sul reggente Paolo Karadordević perché portasse il suo paese a fianco dellAsse; il 25 marzo il governo jugoslavo sottoscrisse la sua adesione al patto tripartito, ma gli eventi presero una piega inaspettata: dopo varie manifestazioni anti-tedesche nel paese, il 27 marzo un colpo di stato a Belgrado ad opera di ufficiali filo-britannici portò alla deposizione del reggente e alla nomina di un nuovo governo sotto il generale Dušan Simović. Il nuovo governo cercò di mantenere la neutralità del paese, rifiutandosi di ratificare ladesione al patto tripartito senza per questo troncare i rapporti con la Germania, ma Hitler ordinò immediatamente di preparare linvasione della Jugoslavia, da svolgersi in concomitanza con lattacco alla Grecia.

La Grecia non era pronta a sostenere un attacco tedesco dalla Bulgaria. Da tempo malato, Metaxas morì il 29 gennaio 1941 per le complicazioni seguite a un intervento chirurgico; nuovo primo ministro divenne quindi Alexandros Korizis, anche se il governo risultò strettamente controllato dal re Giorgio II. I greci andavano molto orgogliosi delle loro vittorie in Albania, e pretesero di conservare il terreno guadagnato anche quando la minaccia tedesca ormai incombeva su di loro; laver concentrato le unità migliori sul fronte albanese, tuttavia, aveva comportato il notevole alleggerimento delle difese al confine bulgaro-greco, con appena tre deboli e incomplete divisioni lasciate a presidio dei fortini della "linea Metaxas": i greci chiesero che la difesa del paese dallattacco tedesco fosse assunta dal Regno Unito Papagos pretese linvio in aiuto della Grecia di nove divisioni con adeguato supporto aereo, ma il comandante del Middle East Command generale Archibald Wavell, responsabile di un teatro che andava dai Balcani a nord allEtiopia a sud e dalla Libia a ovest alla Persia a est, non aveva sufficienti forze per andare incontro alle richieste di Atene. Il dilemma se lasciare la Grecia al suo destino o tentare di correre in suo aiuto fu infine risolto dalla decisione di Winston Churchill di inviare un corpo di spedizione nel paese ai primi di marzo, dopo lingresso delle truppe tedesche in Bulgaria: al comando del generale Henry Maitland Wilson, il contingente comprendeva due divisioni di fanteria, una brigata corazzata e reparti di supporto per un totale di 53 000 uomini.

Il 6 aprile 1941 la Germania diede inizio al suo duplice attacco simultaneo a Jugoslavia e Grecia; oltre a mobilitare unarmata al confine italo-jugoslavo, Cavallero ricevette ordine nei giorni precedenti lattacco di sospendere ogni ulteriore offensiva in Albania e di spostare invece delle divisioni sul confine albanese-jugoslavo per parare eventuali attacchi da quel lato: piani per una collaborazione greco-jugoslava per cacciare gli italiani dallAlbania erano stati effettivamente tracciati nei giorni precedenti, e ancora il 4 aprile Papagos aveva tentato un attacco in direzione di Tepeleni e l8 aprile azioni sul fianco sinistro della IX Armata. Lattacco tedesco travolse la Jugoslavia, costretta a capitolare dopo appena dodici giorni di combattimenti, rendendo insostenibile la posizione degli Alleati nel nord della Grecia: la 12. Armee del feldmaresciallo Wilhelm List, in schiacciante superiorità in fatto di corazzati, artiglieria e aerei, attaccò la Grecia con due divisioni corazzate, sei divisioni di fanteria o da montagna e il reggimento motorizzato "Leibstandarte SS Adolf Hitler", aggirando la linea Metaxas tramite un movimento attraverso la Macedonia jugoslava e infrangendo al linea di resistenza allestita dal corpo di spedizione britannico sul fiume Aliacmone.

Lavanzata tedesca oltre lAliacmone minacciava di tagliare fuori lintero dispositivo greco in Albania, ma solo il 12 aprile Papagos si decise a ordinare il ripiegamento delle sue divisioni dal fronte greco-italiano anche se per le resistenze dei comandanti sul campo, più che restii e contrariati al pensiero di abbandonare le loro conquiste, il movimento non iniziò prima del 13 aprile. Le forze italiane si spinsero avanti nel vuoto lasciato dai greci in ritirata: si verificarono ancora diverse azioni di retroguardia, sebbene il morale e la coesione dei reparti greci peggiorassero di giorno in giorno. Il 14 aprile le truppe italiane rioccuparono Coriza, seguita il 18 aprile da Argirocastro; quello stesso giorno i tedeschi erano in prossimità di Larissa, con il reggimento "Leibstandarte" che puntava su Giannina dopo aver sostenuto duri scontri al passo di Metsovo sul Pindo. Il comando greco era allo sbando: il generale Pitsikas, al comando dellArmata dellEpiro, voleva che fosse firmato un armistizio con ancora le truppe greche insediate in territorio albanese, ma Papagos e il re Giorgio II gli intimarono di resistere a oltranza; vista la riluttanza di Pitsikas a mettersi contro lalto comando, la situazione fu presa in mano dal generale Tsolakoglu, comandante dellArmata della Macedonia occidentale, e da due comandanti di corpo darmata dellArmata dellEpiro, i generali Georgios Bakos e Panagiotis Demestichas, i quali il 20 aprile offrirono la resa ai tedeschi in un incontro con il comandante del "Leibstandarte" Josef Dietrich a Giannina. Larmistizio era tutto in chiave anti-italiana: non ci sarebbe stata resa dei reparti greci allItalia, le unità tedesche si sarebbero interposte tra le truppe italiane e quelle greche una volta che queste avessero evacuato il territorio albanese fermandosi alla frontiera, i soldati ellenici sarebbero stati smobilitati senza essere presi prigionieri e gli ufficiali avrebbero conservato il loro armamento personale.

I toni dellarmistizio firmato da Dietrich scatenarono le proteste di Mussolini: il feldmaresciallo List non convalidò il testo e obbligò Tsolakoglu a firmarne un altro il 21 aprile che imponeva sostanzialmente una resa incondizionata delle forze greche, ma Cavallero ordinò di proseguire le operazioni in modo da penetrare il più possibile in territorio nemico. La confusa situazione venutasi a creare tra greci in ritirata le truppe italiane che via si imbattevano nei tedeschi avanzanti fu infine risolta nel pomeriggio del 22 aprile, quando Tsolakoglu si convinse a inviare dei suoi plenipotenziari a chiedere la resa anche agli italiani; alle 14:45 del 23 aprile a Giannina fu infine siglato larmistizio conclusivo delle ostilità sul fronte greco-albanese: firmarono Tsloakoglu per la Grecia, il generale Alfred Jodl per la Germania e il generale Alberto Ferrero per lItalia.

                                     

4. Operazioni navali

Lavvio della campagna di Grecia pose un ulteriore peso sulla Regia Marina, incaricata di sostenere le armate stanziate in Albania e Libia; lattacco italiano contribuì altresì allisolamento delle basi dellEgeo, che i britannici presero di mira con azioni di disturbo promosse dai porti e dalle basi aeree in Grecia. Alla fine del 1940 le forze italiane erano disperse e isolate e la situazione peggiorò con il venir meno della promessa tedesca di fornitura di materie prime, che lOKW riteneva più utili per sostenere il previsto attacco allUnione Sovietica.

Cancellata la pianificata operazione di sbarco a Corfù, comprendente limpiego anche del 1º Reggimento "San Marco" poi avviato al fronte, il sostegno della Regia Marina alle operazioni dellesercito in Albania si concretizzò in ventiquattro missioni di bombardamento costiero contro lestremo fianco sinistro greco, operate dagli incrociatori leggeri della 7ª Divisione di stanza a Bari e da alcuni cacciatorpediniere. Sommergibili italiani furono dislocati nel Mar Egeo e nelle acque a sud di Creta per operare contro il traffico greco e i convogli britannici diretti in Grecia ma, a fronte della perdita di due battelli Neghelli e Anfitrite lunico successo fu ottenuto dall Ambra: il 31 marzo 1941 affondò lincrociatore leggero HMS Bonaventure. Maggior successo ebbero i mezzi dassalto della Xª Flottiglia MAS, che in un fortunato attacco nella notte tra il 25 e il 26 marzo 1941 affondarono nella baia di Suda Creta lincrociatore pesante HMS York e una petroliera.

Benché dotata di mezzi limitati, la piccola flotta sottomarina greca compì diverse missioni nel canale dOtranto e al largo delle coste albanesi, affondando in totale cinque navi mercantili: le perdite più gravi furono inflitte dal Proteus, che il 29 dicembre 1940 affondò il piroscafo Sardegna da 11 452 tonnellate finendo però a sua volta speronato e affondato con la perdita di tutto lequipaggio dalla torpediniera Antares e dal Triton, che il 23 marzo 1941 silurò il mercantile Carnia da 5 154 tonnellate. Anche la Royal Navy si dedicò a intralciare il traffico navale tra lItalia e lAlbania, sia con sommergibili sia tramite incursioni di superficie: la più importante azione avvenne nella notte tra l11 e il 12 novembre 1940 in concomitanza con la notte di Taranto. Una squadra di tre incrociatori leggeri e due cacciatorpediniere penetrò nel canale dOtranto attaccò un convoglio italiano e colò a picco quattro mercantili senza subire perdite. Pure la RAF rivolse parte delle sue forze a missioni contro le navi italiane, pur senza raccogliere particolari successi. Tuttavia, il 14 marzo 1941, nel corso di unincursione aerea notturna contro Valona, aerosiluranti britannici affondarono per errore la nave ospedale Po.

In generale, il ruolo principale della Regia Marina nel conflitto con la Grecia si concretizzò nellorganizzazione e nella scorta dei convogli di rifornimento diretti in Albania: malgrado la scarsa capacità degli approdi albanesi furono trasportati con successo 501 000 uomini, 15 000 automezzi, 74 700 quadrupedi e 584 000 tonnellate di materiali. Nel complesso si contarono 13 mercantili e due torpediniere di scorta affondate, con la perdita 358 uomini e di circa l1% del materiale trasportato.

In generale la Regia Marina si dimostrò capace di detenere un certo predominio nel Mediterraneo centrale, insidiato tuttavia dalle forze britanniche con base a Malta prova ne fu unincursione aerea su Napoli l8 gennaio 1941. La flotta italiana non aveva peraltro un forte margine di superiorità sulla Mediterranean Fleet; lappoggio aeronautico da Sicilia e Sardegna era carente anche perché le forze locali erano già impegnate nelle missioni di rifornimento in Africa e Albania; la Luftwaffe, con i pochi reparti inviati in Italia, non era in grado di dare un apporto significativo. Le due aeronautiche dellAsse ebbero notevoli problemi di coordinamento, ben evidenziati durante gli attacchi effettuati tra il 9 e il 10 gennaio su convogli britannici incaricati di rifornire Malta; i risultati ottenuti, infatti, furono relativamente modesti e il migliore fu il danneggiamento della portaerei HMS Illustrious, ma generarono nellammiraglio Andrew Cunningham una notevole incertezza e lo convinsero a sospendere per un certo periodo ulteriori azioni di questo tipo, accordando così una pausa alla Regia Marina: essa poté reindirizzare le sue energie alla difesa e incremento delle linee di rifornimento. Per il resto del 1941 entrambi i contendenti limitarono le operazioni delle rispettive marine militari allombrello protettivo delle unità aeree basate a terra; difatti la Regia Aeronautica difettava di velivoli capaci di colpire duramente e con precisione navi da guerra non volendo i tedeschi cedere un rilevante numero di Junkers Ju 87, mentre i britannici erano stati momentaneamente privati dellunica portaerei in Mediterraneo e, in primavera, persero anche gli aeroporti greco-cretesi. Per questi motivi strategici si rivolsero a un più intenso utilizzo dei sommergibili e della Force K stanziata a Malta.

                                     

5.1. Conseguenze Loccupazione della Grecia

Il 27 aprile le prime unità tedesche fecero il loro ingresso ad Atene, mentre tra il 28 e il 30 aprile le truppe italiane occuparono con una serie di operazioni anfibie e lanci di paracadutisti le isole Ionie; entro il 30 aprile i tedeschi avevano completato loccupazione della Grecia continentale, e il 20 maggio seguente diedero avvio allinvasione dellisola di Creta: paracadutisti e forze aerotrasportate tedesche conquistarono lisola entro il 1º giugno al termine di pesanti scontri con i difensori anglo-greci. Concluse le ostilità la Grecia fu sottoposta a un duro regime di occupazione, e nonostante i tedeschi avessero insediato ad Atene un governo collaborazionista presieduto dal generale Tsolakoglu il territorio greco finì spartito tra le nazioni dellAsse:

  • la Germania occupò militarmente le regioni strategicamente più importanti come la Macedonia centrale e orientale con limportante porto di Salonicco, la capitale Atene, le isole dellEgeo Settentrionale, le zone di confine con la Turchia e gran parte dellisola di Creta;
  • la Bulgaria ottenne la Tracia e, in seguito, la Macedonia orientale;
  • lItalia ottenne il controllo della maggior parte della Grecia continentale, oltre alle isole Ionie con Corfù, Zante e Cefalonia, alle Cicladi, alle Sporadi Meridionali con Samo, Furni e Icaria e alla punta orientale di Creta.

La spartizione territoriale della Grecia fu fondamentalmente decisa dai tedeschi e comunicata agli italiani come un fatto compiuto "i germanici ci hanno comunicato un confine, noi non potevamo che prenderne atto" riconobbe lo stesso Mussolini, come del resto linsediamento ad Atene del governo Tsolakoglu; i progetti dellItalia circa lannessione di vari territori greci furono rimandati dagli stessi tedeschi al momento della vittoria finale nella guerra. Loccupazione militare delle regioni greche, affidata allXI Armata, rappresentò un impegno gravoso per lItalia quanto a uomini e risorse impiegate, anche se molto discontinua quanto a opposizione armata incontrata: la Resistenza greca fu molto attiva nelle regioni settentrionali, Epiro e Tessaglia, mentre nel Peloponneso e nelle isole non fu mai particolarmente forte, lasciando alle unità italiane lì stanziate compiti più di polizia che di repressione violenta. A dispetto dellostilità dimostrata al momento della resa nellaprile 1941, con il passare del tempo latteggiamento della popolazione greca divenne più benevolo nei confronti degli italiani, il cui comportamento in linea di massima aveva poco a che fare con i metodi di occupazione violenta dei tedeschi; ad ogni modo, loccupazione dellAsse rappresentò un periodo durissimo per la Grecia: il crollo della produzione agricola e delle importazioni alimentari provocò carestie, malnutrizione e malattie, causa di almeno 360.000 morti nella popolazione greca più di metà delle perdite umane registrate dalla Grecia in tutto il conflitto.

                                     

5.2. Conseguenze Perdite e bilanci

La campagna di Grecia costò alle forze italiane 13 755 morti, 50 874 feriti, 12 368 congelati, 52 108 ammalati e 25 067 dispersi; circa il destino di questi ultimi, 21 153 di essi furono prigionieri di guerra catturati dai greci e liberati nellaprile 1941, gli altri risultano in massima parte caduti non identificati: sommando anche i morti negli ospedali per ferite e malattie riportate nella campagna non calcolati con precisione, il totale delle vittime italiane è stimabile in più di 20 000. La Regia Aeronautica subì la perdita di 65 aerei in azione 32 bombardieri, 29 caccia e 4 ricognitori e 14 distrutti al suolo, più altri 10 velivoli danneggiati gravemente e 61 lievemente; tra gli aviatori si contarono 229 morti e 65 feriti in azione. Stime ufficiali delle perdite greche indicano 13 408 morti e 42 485 feriti, altre stime indicano circa 14 000 morti, tra 42 500 e 61 000 feriti e 4 250 dispersi. Durante la campagna non si registrarono particolari crimini di guerra e, in generale, il trattamento dei prigionieri fu sostanzialmente corretto da entrambe le parti: i prigionieri italiani ricevettero sempre uno scarso vitto durante la detenzione, ma i soldati greci al fronte non vivevano in condizioni migliori; i prigionieri greci catturati dagli italiani mai conteggiati con precisione, circa alcune migliaia non furono rilasciati ma portati a lavorare in Italia, in condizioni di trattamento in genere peggiori di quelle riservate ai prigionieri britannici.

Quella di Grecia fu la maggior singola campagna mai intrapresa dal Regio Esercito nella seconda guerra mondiale a meno di non considerare come una singola campagna gli eventi delloperazione Achse seguenti l8 settembre 1943: in sei mesi di ostilità furono impiegate al fronte 28 divisioni e quattro reggimenti autonomi tre di cavalleria, uno di granatieri, e allaprile 1941 gli effettivi in Albania ammontavano a 513 500 uomini 20 800 ufficiali e 481 000 sottufficiali e soldati italiani, 11 700 albanesi con 13 166 automezzi e 65 000 quadrupedi. A titolo di paragone, la forza italiana inviata in Russia nellautunno del 1942 ammontava a 230 000 uomini, mentre le truppe impiegate in Nordafrica tra il 1941 e il 1943 fluttuarono tra i 130 000 e i 150 000 uomini.

Lenorme dispiego di risorse messo in campo dagli italiani portò però solo magri risultati. Lesercito greco non rappresentava un avversario formidabile: lequipaggiamento era di qualità pari se non inferiore a quello italiano, laddestramento era simile anche se superiore nellimpiego dei mortai come lo era il sistema logistico affidato più a quadrupedi che a veicoli a motore, mentre un indiscutibile fattore di vantaggio fu lampia mobilitazione popolare che sostenne le truppe e garantì un alto morale nei combattenti mobilitazione frutto anche della poco accorta politica di provocazione intrapresa dallItalia nei mesi precedenti il conflitto, cosa che oltretutto fece venire meno il fattore sorpresa per gli attaccanti. I comandi greci non brillarono per particolare genialità: i generali ellenici furono abili nel guadagnare subito liniziativa delle operazioni e nel mantenerla fin quasi alla fine delle ostilità, ma la condotta tattica si caratterizzò unicamente in una serie di assalti di fanteria con una buona preparazione di fuoco, con progressi costanti ma lenti, senza sfruttamento in profondità anche per le difficoltà di manovrare su un terreno montuoso in pieno inverno e senza approfittare adeguatamente dello stato di crisi in cui si vennero a trovare le forze italiane in determinati momenti.

La prova offerta dagli alti comandi italiani fu disastrosa. La campagna di Visconti Prasca fu impostata sul presupposto, frutto più di autosuggestioni che di concrete valutazioni, secondo cui la Grecia non avrebbe offerto resistenza perché impegnata dalla Bulgaria, o perché avrebbe passivamente accettato linvasione italiana e quindi loperazione fu attuata con truppe e mezzi insufficienti per la lunghezza del fronte e secondo un piano tattico di modesta portata, nulla di più di un movimento logistico in avanti, una marcia di trasferimento dallAlbania allEpiro; i vertici militari accettarono più che supinamente limpostazione semplicistica della campagna decisa da Mussolini, Ciano e Visconti Prasca: gli stati maggiori avevano ormai da tempo abbandonato il loro ruolo tecnico nelle decisioni politico-militari preferendo rimettersi totalmente alla volontà del duce, sulla base degli apparenti successi fino ad allora ottenuti. La controffensiva greca causò una crisi protrattasi ininterrottamente fino a febbraio, un succedersi di ritirate e cedimenti circoscritti, ma costanti e apparentemente inarrestabili, al punto di ingenerare una continua ansia e senso di catastrofe nei comandi italiani con conseguente collasso della struttura organizzativa, incapace di coordinare lafflusso di rinforzi organici al fronte e di sistemare la pessima situazione logistica. Mediocre fu anche il comportamento delle truppe: pesarono laddestramento carente, poco innovativo e insufficiente anche per via della smobilitazione decisa nellottobre 1940, linadatta preparazione degli ufficiali inferiori, lequipaggiamento totalmente inadeguato a una guerra di montagna in inverno, la disgregazione dei servizi e la mancanza di una motivazione nei soldati, stante limpossibilità di una chiara esposizione delle ragioni della guerra.

La campagna di Grecia fu decisa da Mussolini per riaffermare il ruolo di autonomia dalla Germania delle decisioni italiane circa la conduzione del conflitto il concetto secondo cui lItalia dovesse condurre una "guerra parallela" a quella dei tedeschi, nonché per riequilibrare i rapporti politici tra i due soci di maggioranza dellAsse; allopposto, la concomitanza degli insuccessi in Albania con la disastrosa sconfitta patita dalle truppe italiane in Nordafrica durante gli eventi delloperazione Compass dicembre 1940-febbraio 1941 segnarono la fine di ogni progetto di ruolo autonomo dellItalia dalla Germania: con larrivo del Deutsches Afrikakorps in Libia e lintervento tedesco nei Balcani cessò di fatto ogni presupposto di una "guerra parallela" dellItalia, e da quel momento in poi le forze italiane si ritrovarono in pratica subordinate alle decisioni strategiche decise autonomamente da Berlino.