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ⓘ Piero Zuccheretti, allanagrafe Pietro, fu una delle vittime civili dellattentato di via Rasella, compiuto il 23 marzo 1944 a Roma da partigiani dei Gruppi di Az ..




Piero Zuccheretti
                                     

ⓘ Piero Zuccheretti

Piero Zuccheretti, allanagrafe Pietro, fu una delle vittime civili dellattentato di via Rasella, compiuto il 23 marzo 1944 a Roma da partigiani dei Gruppi di Azione Patriottica. Dopo cinquantanni di pressoché completo oblio nelle ricostruzioni dei protagonisti e nella storiografia, a partire dalla metà degli anni novanta la sua sorte è stata oggetto di aspre polemiche nonché di alcuni procedimenti giudiziali, questi ultimi conclusisi in senso favorevole ai partigiani. Alcune di tali controversie hanno riguardato una fotografia che secondo alcuni autori ritrarrebbe i suoi resti, la quale è stata dichiarata falsa da una sentenza, a sua volta contestata da una successiva inchiesta giornalistica.

                                     

1. Biografia

Piero Zuccheretti nacque nel 1931 da Luigi e Angela Anello, insieme al fratello gemello Giovanni. La sua estrazione sociale era modesta; il padre era macellaio; il nonno materno Pietro Anello esercitò lattività di fotografo, gestendo a partire dal 1929 un piccolo laboratorio fotografico nel centro di Roma. I due gemelli Giovanni e Piero furono divisi alla nascita: Piero fu subito affidato al nonno. Dalletà di undici anni fino alla morte, Piero lavorò come apprendista in un negozio di ottico in via degli Avignonesi, di cui suo nonno era uno dei proprietari.

Secondo Pierangelo Maurizio, che nel suo libro ha pubblicato varie fotografie del piccolo Piero, questultimo "era un bellissimo bambino, capelli castano chiari, occhi vivi di brace". I due gemelli erano affettivamente molto legati. Nei ricordi del fratello Giovanni, Piero "aveva un carattere molto forte, era molto svelto, per esempio se cera qualcuno che me voleva menà, veniva lui, me difendeva da tutti".

                                     

2. La morte

La dinamica della morte di Piero Zuccheretti non è del tutto chiara. Al momento dellattentato egli si recava al lavoro presso il negozio di ottica in via degli Avignonesi, strada parallela a via Rasella.

Zuccheretti venne investito in pieno dalla deflagrazione del congegno esplosivo innescato da Rosario Bentivegna in via Rasella un carretto della nettezza urbana contenente diciotto chili di tritolo e schegge di metallo, rimanendo ucciso sul colpo. Il corpo del ragazzo fu dilaniato dalla violenza dellesplosione e il tronco proiettato per decine di metri.

In unintervista raccolta da Pierangelo Maurizio, Giovanni Zuccheretti ha ipotizzato che Piero si fosse immesso in via Rasella perché attratto dai canti dei soldati tedeschi del Polizeiregiment "Bozen" che proprio in quel momento percorrevano la via. "È stato un vero appuntamento con la morte. Piero non voleva andare a lavorare. Poi a casa lo convinsero. E lui salì sullautobus. Ma era pieno, zeppo, come sempre. Qualcuno – ci hanno raccontato – lo spinse, e Piero scivolò giù. Ma rincorse lautobus e salì sul predellino: se solo avesse aspettato unaltra corsa, non sarebbe morto. Per una fatalità incomprensibile, poi, lautobus sul quale si trovava Piero saltò la fermata a via del Tritone. Così mio fratello scese a Piazza Barberini, allangolo di via Quattro Fontane. Le note di quella canzone allegra rotolavano sui sampietrini, arrivarono fino a lui. E invece di imboccare via degli Avignonesi, scese giù per via Rasella, ad aspettare i soldati davanti al carrettino". Bentivegna, tuttavia, sostenne di non aver visto il bambino avvicinarsi alla bomba.

Nella stessa intervista Giovanni Zuccheretti si dice sicuro che, al momento dellesplosione, Piero fosse "appoggiato" o "addirittura si erano già defilati dietro langolo, il fronte della colonna tedesca stava avanzando verso di lui cantando e nulla esisteva più, tra lui e il carrettino bomba, che potesse fermarlo. Forse fu proprio il rombo del passo cadenzato dei soldati del Bozen, e la loro canzone di guerra ad attirare il ragazzino verso via Rasella".

Scrive Alessandro Portelli: "Il 23 marzo 1944, Piero Zuccheretti girava langolo fra via del Boccaccio e via Rasella per andare a lavorare e veniva dilaniato dallesplosione".

Secondo il gappista Pasquale Balsamo, che partecipò allattacco, un gruppo di bambini seguiva la colonna di militari che stava cantando, ma egli stesso e il partigiano Fernando Vitagliano li cacciarono via calciando lontano il loro pallone. Diversa e più particolareggiata la versione resa dallo stesso Balsamo nel 1954: "una frotta di bambini si era accodata alla colonna nazista per giocare ai soldati. Fu un attimo terribile per tutti. Era troppo tardi per procrastinare di un solo secondo lazione; il segnale, ormai, era stato dato. I due gappisti fecero appena in tempo a "rapire" uno di quegli ignari bambini e trascinarsi piangenti per il gioco guastato, tutti gli altri".

Liana Gigliozzi nata nel 1941, in unintervista raccolta nel 1997, ricorda: "Vedemmo due uomini risalire la strada, erano vestiti da spazzini. Uno dei due, ho poi saputo, era Rosario Bentivegna. "Andate via, bambini" ci dissero. Sentii una spinta, qualcuno ci scaraventò, a me e mio fratello, nel negozio del calzolaio" che si trovava allangolo con via delle Quattro Fontane. Dopo aver riportato la testimonianza di Pasquale Balsamo, Portelli scrive: "A metà di via Rasella, un altro bambino è meno fortunato. Forse mentre Bentivegna si allontanava verso via Quattro Fontane, Piero Zuccheretti sbucava alle sue spalle dallangolo di via del Boccaccio vicino al carretto" via del Boccaccio è la strada che unisce via degli Avignonesi a via Rasella.

Secondo Giovanni Zuccheretti, il riconoscimento del bambino avvenne da parte del padre e dello zio in due luoghi diversi: a via Rasella e allobitorio; il padre riuscì agevolmente a operare il riconoscimento del bambino in quanto, nonostante lo smembramento del corpo provocato dallesplosione, la testa era rimasta intatta e il volto completamente indenne.

Il 26 marzo, lAgenzia Stefani attribuì allazione dei partigiani la morte di sette italiani, indicandoli come "quasi tutti donne e bambini", mentre quattro giorni dopo lUnità clandestina riportò che "donne e bambini" erano stati uccisi dai colpi esplosi dai tedeschi in seguito allattentato.

I funerali del bambino furono celebrati il 28 marzo presso la Chiesa Nuova.

                                     

3.1. I processi Il processo Kappler 1948-1952

Nel 1948 fu celebrato il processo di primo grado allesecutore delleccidio delle Fosse Ardeatine, Herbert Kappler. Il 3 giugno, durante lesame dellimputato, Kappler dichiarò che quando era giunto in via Rasella in seguito allattentato era rimasto "commosso nel vedere la strage della quale era stato vittima anche un bambino". Affermò fra laltro Kappler durante il processo: "Dellesame delle macerie pensai di occuparmene io ma quando vidi una coscia e un braccio di bimba passai ad altri lincarico. Sentivo lo stesso risentimento avuto in altre occasioni in seguito a bombardamenti aerei".

Il 12 giugno fu chiamato a deporre come testimone Rosario Bentivegna. Il presidente del tribunale, tra laltro, gli domandò: "Perché fu scelta proprio via Rasella, posto poco opportuno per la presenza di italiani che furono anchessi colpiti, tra cui un bambino?". Bentivegna replicò: "Il mio caposquadra Carlo Salinari ricevette lordine e noi lo eseguimmo. Ripeto, lordine fu dato da Amendola".

Il dirigente comunista Giorgio Amendola, il quale in qualità di comandante dei GAP romani aveva ideato e ordinato lattentato, depose il 18 giugno. Alla domanda del presidente del tribunale "Ma nel compiere questi attentati vi preoccupavate che non venissero colpiti anche dei civili?", Amendola rispose:

Alcuni testimoni affermarono lesistenza di vittime civili: Umberto Presti, generale della PAI e comandante della polizia della "città aperta", alludienza del 15 giugno parlò di tre morti italiani, due uomini e un bambino ; il 18 giugno Filippo Mancini riferì invece di due vittime italiane dellesplosione, indicandole come "un bambino ed un vecchio".

La sentenza di primo grado, emessa il 20 luglio 1948, contiene in narrativa un accenno a Zuccheretti: "Sul luogo rimanevano uccisi, oltre ai militari tedeschi, due civili, dei quali per uno un bambino si è accertato, dato il particolare laceramento del corpo, che la morte avvenne a seguito dello scoppio della bomba".



                                     

3.2. I processi Il processo civile per lattentato 1949-1957

Nel 1949, un gruppo di feriti dellattentato e parenti delle vittime delleccidio delle Fosse Ardeatine agì in sede civile avverso i tre membri di sinistra della giunta militare del CLN centrale – Giorgio Amendola, Riccardo Bauer e Sandro Pertini – e i gappisti Carlo Salinari, Franco Calamandrei, Rosario Bentivegna e Carla Capponi, al fine di ottenere un risarcimento dei danni. La sussistenza del diritto al risarcimento fu esclusa in tutti e tre i gradi di giudizio 1950, 1954, 1957, in quanto lattentato fu giudicato un atto di guerra attribuibile allo Stato italiano e dunque legittimo per lordinamento giuridico italiano. I genitori di Piero Zuccheretti non parteciparono al processo, non essendone stati informati.

                                     

3.3. I processi Il processo Priebke 1996

Nel corso del processo allex capitano delle SS Erich Priebke, celebrato presso il Tribunale militare di Roma nel 1996, il difensore dellimputato inserì Giovanni Zuccheretti in una lista di quattro persone da escutere quali testimoni a discarico. Tuttavia alla fine la difesa rinunciò a tali testimonianze.

                                     

3.4. I processi Il procedimento penale per lattentato 1997-1999

Nel 1996 Giovanni Zuccheretti, insieme a Luigi Iaquinti nipote dellaltra vittima dellesplosione, Antonio Chiaretti, presentò una denuncia contro gli ex gappisti avviando un procedimento penale che fu oggetto di durissime polemiche. Il 16 aprile 1998, il GIP Maurizio Pacioni del Tribunale di Roma dichiarò che lattentato di via Rasella non era stato "un legittimo atto di guerra", ma una strage perseguibile penalmente, concludendo tuttavia con un provvedimento di archiviazione poiché "lattentato può essere configurato come una strage, ma rientra sotto lamnistia emanata con il Regio decreto del 5 aprile 1944", in quanto il suo fine rispondeva allobiettivo di "liberare lItalia dai nazisti".

I partigiani coinvolti nel procedimento – Rosario Bentivegna, Carla Capponi e Pasquale Balsamo – ricorsero, contestando fra laltro la qualificazione dellattentato come strage anziché come atto legittimo di guerra. Nel 1999 la Cassazione Penale accolse il ricorso e annullò larchiviazione del reato per estinzione causa intervenuta amnistia, sostituendola con la non previsione del fatto come reato e riaffermando la legittimità dellattentato in quanto azione di guerra.



                                     

4.1. Documenti, storiografia e memorialistica Dal dopoguerra agli anni ottanta

Il 9 giugno 1948, durante il processo contro Herbert Kappler, il settimanale LEuropeo pubblicò un articolo del giornalista e storico Paolo Monelli in cui questultimo, ricostruendo la vita e il carattere dellimputato, commentò con sarcasmo la "commozione" dichiarata da Kappler alla vista dei morti di via Rasella, mettendola a confronto con la ferocia dimostrata dal medesimo nelleseguire leccidio delle Fosse Ardeatine:

Monelli trascrisse poi alcuni passi del suo articolo fra cui quello sopra citato nelle note alla sesta edizione del suo classico Roma 1943, pubblicata nel 1963.

Nel 1965 fu pubblicata, postuma, una nuova edizione della monografia sulleccidio delle Fosse Ardeatine del professor Attilio Ascarelli, lanatomopatologo che, dopo la liberazione di Roma, aveva curato il recupero delle salme dei suppliziati. In questa edizione furono pubblicati due documenti che fanno riferimento a Zuccheretti. Il primo è presentato come la trascrizione di "alcuni appunti stenografici trovati al Ministero della Cultura Popolare": in essi si legge che, dopo lattentato, vi erano in via Rasella "trentadue morti tedeschi adagiati in fila da un lato della strada e due morti italiani, un uomo e un bambino di circa 10 o 12 anni". Il secondo documento è la sentenza di primo grado contro Kappler, in cui si fa riferimento a un bambino ucciso dallesplosione della bomba.

La prima dettagliata inchiesta sui fatti del marzo 1944 fu pubblicata dal giornalista statunitense Robert Katz nel 1967 ed edita in italiano lanno successivo dalla Editori Riuniti, con il titolo Morte a Roma. In tale opera, nella quale lautore si schiera decisamente in favore della legittimità morale dellazione gappista, non si fa alcuna menzione di vittime civili della bomba. Zuccheretti non è menzionato nemmeno nelle successive edizioni in italiano del libro di Katz 1971, 1974, 1994, 1996, mentre è nominato nella sola introduzione alla sesta edizione, del 2004, in riferimento al processo per diffamazione intrapreso da Bentivegna contro Il Giornale nel 1996, allora giunto alla conclusione del secondo grado di giudizio. Qui Katz ammette di essere stato a conoscenza delle testimonianze, durante il processo Kappler, circa la morte di un bambino a causa dellattentato; tuttavia egli sostiene di aver sempre ritenuto non probanti tali testimonianze, e di aver viceversa pensato che non ci fossero abbastanza prove per escludere il bambino dal novero dei civili uccisi dal fuoco di reazione tedesco anziché dalla deflagrazione della bomba. Katz afferma inoltre di aver sempre prestato fede alle testimonianze dei gappisti, che dichiararono di aver allontanato tutti i civili dalla via prima dellesplosione.

Lo storico Giovanni Sabbatucci ritiene la mancata menzione di Zuccheretti in Morte a Roma particolarmente sorprendente, considerata la minuziosità di Katz nel descrivere la vicenda fin nei minimi particolari. Secondo Sabbatucci omissioni e reticenze di questo tipo nelle ricostruzioni di parte gappista hanno contribuito ad alimentare le "leggende nere" di parte opposta sullattentato.

Nel film Rappresaglia del 1973, basato sul libro di Katz, lomissione trasmoda in negazione, mostrandosi subito dopo lattentato il comandante del "Bozen" che, alla domanda di Kappler "Sono morti anche dei civili?", risponde: "No, non cera nessuno nella strada, solo noi".

Matteo Mureddu, allora capitano dei carabinieri e funzionario della Real Casa in servizio presso il Palazzo del Quirinale, nonché membro del Fronte clandestino di resistenza dei carabinieri, in un suo libro di memorie edito nel 1977, menziona con nome e cognome Piero Zuccheretti come vittima dellattentato, affermando di averne visto il "cadavere dilaniato" in via Rasella.

In unintervista del 1982, allorché lintervistatore osservò "Pochi sanno che in via Rasella morirono anche dei romani. Compreso un bambino", Rosario Bentivegna rispose: "Cè chi dice fossero due, chi sette i civili morti in seguito allazione. Questa cosa non è mai stata accertata. Non si è mai saputo chi fossero, come si chiamassero. Ho fatto fare delle ricerche anche allanagrafe. E niente. Non va dimenticato che, dopo lesplosione, i tedeschi superstiti spararono a lungo, a casaccio".

Nella prima edizione del suo libro di memorie Achtung Banditen! 1983, Bentivegna scrive in una nota: "La propaganda nemica diffuse la voce che civili, residenti o di passaggio, erano stati coinvolti nellazione di via Rasella. Non risulta, dalle fonti storiche consultate, che in via Rasella vi siano stati caduti civili. La stessa furibonda reazione dei nazisti, immediatamente successiva allazione dei partigiani, non sembra che abbia portato alla morte di alcun civile quando avevo letto la perizia Ascarelli, che peraltro non aveva identificato i resti dei civili coinvolti nellazione di via Rasella, indicando il corpo del povero Zuccheretti come quello di una giovane ragazza. Ma non mi ero sentito responsabile".

                                     

5.1. La controversia sulla fotografia La pubblicazione

In prossimità dellinizio del processo contro Erich Priebke, sui media italiani si aprì un vivace dibattito riguardante sia le responsabilità morali per leccidio delle Fosse Ardeatine, sia la liceità e lopportunità dellattentato di via Rasella. Vari organi di stampa, perlopiù di orientamento conservatore o revisionista, condussero unaccesa campagna dopinione contro i gappisti che avevano compiuto lattentato, talora anche basandosi su posizioni che ricalcavano le tesi difensive proposte dallo stesso Priebke.

Il 24 aprile 1996 il quotidiano Il Tempo pubblicò una fotografia che mostrava un tronco e una testa umana, sostenendo che si trattava dei resti mortali di Piero Zuccheretti. La foto accompagnava un articolo di Pierangelo Maurizio in cui veniva riportata una testimonianza di Giovanni Zuccheretti, fratello gemello di Piero. Giovanni sosteneva di aver ricevuto la fotografia qualche anno prima, da alcuni conoscenti; ipotizzava che, al momento dellesplosione, il piccolo Piero fosse seduto sopra il carrettino contenente la bomba, e affermava che i partigiani lavessero visto senza però fare nulla per salvarlo. Altre fotografie ritraevano i presunti resti del corpo e una panoramica di via Rasella dopo lesplosione, con – indicato da una freccia – il punto ove sarebbe stato ritrovato il corpo di Zuccheretti.

Il 26 aprile lo stesso quotidiano pubblicò un altro articolo di Pierangelo Maurizio contenente unintervista a Gustavo Mayone, nipote di Leonardo Mayone che allepoca dei fatti lavorava in via Rasella come tipografo. Leonardo sarebbe riuscito a sfuggire al rastrellamento tedesco dopo lattentato, e avrebbe custodito per decenni le fotografie di cui sopra. Nellintervista Gustavo Mayone affermava che suo zio Leonardo non gli aveva mai voluto confidare da chi avesse avuto quelle fotografie, scattate a detta dello stesso Leonardo da un suo amico fotografo.

Sempre su Il Tempo comparve una testimonianza di Guido Mariti, collega di Leonardo Mayone presso la tipografia in via Rasella. Secondo Guido Mariti, Herbert Kappler, poco dopo lattentato, avrebbe dato ordine di scattare delle fotografie che sarebbero state immediatamente sviluppate in un laboratorio fotografico nella stessa via Rasella. Il fotografo, amico dello stesso Guido Mariti, avrebbe poi dato una copia delle fotografie a questultimo, e unaltra copia a Leonardo Mayone, alla condizione che non le mostrassero mai ai genitori di Zuccheretti.

L8 maggio successivo Il Giornale riprese la foto, in prima pagina e in grande formato, a corredo di un articolo di Francobaldo Chiocci nel quale i gappisti venivano nuovamente accusati di aver proceduto con lesecuzione dellattentato nonostante avessero visto il bambino seduto sulla carretta con lesplosivo; inoltre si ipotizzava che i partigiani, "mentre fuggivano", avessero visto saltare in aria Piero Zuccheretti, "la testa staccata dal tronco".

Secondo Alessandro Portelli, "la foto del bambino fatto a pezzi sul selciato è licona principale di questa campagna".

Nel libro Operazione via Rasella, pubblicato nellottobre del 1996, Bentivegna e Cesare De Simone opinano che la foto del cadavere di Zuccheretti sia "probabilmente lennesimo falso. Infatti nella foto dei miseri resti umani si nota distintamente che i sampietrini della strada terminano contro il cordolo di un marciapiede; invece a via Rasella non vi erano marciapiedi, quel 23 marzo 44, come provano tutte le foto depoca".

Frattanto la fotografia del cadavere veniva anche depositata agli atti del processo Priebke. Alludienza del 5 giugno 1997 testimoniò Sergio Volponi, figlio di Guido uno dei rastrellati dai tedeschi in via Rasella dopo lattentato, successivamente ucciso alle Fosse Ardeatine; il testimone affermò che la foto era autentica e dichiarò che, dopo leccidio delle Ardeatine, un fotografo aveva dato alla madre dello stesso teste quattro fotografie scattate in via Rasella subito dopo lattentato, fra cui quella ritraente i resti di Zuccheretti peraltro diversa dalle altre tre, in quanto non riportante la stampa del carattere Agfa e pertanto sviluppata su un diverso materiale.

Lo storico Alessandro Portelli, che intervistò Giovanni Zuccheretti nel dicembre del 1997 – durante la preparazione di un saggio di storia orale sulle Fosse Ardeatine – testimonia nel suo libro che questultimo, durante lintervista, gli mostrò unaltra foto di Piero Zuccheretti; Portelli afferma di aver riscontrato la somiglianza fra il bambino ivi ritratto e il cadavere raffigurato nella foto di cui si discute lautenticità.

                                     

5.2. La controversia sulla fotografia Il processo civile intentato da Bentivegna

Per reagire alla campagna di stampa, Rosario Bentivegna, con atto di citazione notificato in data 14 giugno 1996, citò per danni presso il Tribunale di Milano il giornalista Chiocci, lallora direttore de Il Giornale Vittorio Feltri e la casa editrice del quotidiano, la Società Europea di Edizioni S.p.A. Fra le asserzioni che Bentivegna contestava in quanto false e lesive per la sua reputazione vi erano quelle secondo cui i partigiani avessero visto Zuccheretti vicino alla bomba prima di accendere la miccia, e secondo cui il bersaglio dellattacco gappista fosse costituito da vecchi soldati disarmati di cittadinanza italiana; inoltre Bentivegna riteneva insultante lequivalenza morale fra lui e Priebke affermata da Il Giornale.

Il Tribunale di Milano respinse la richiesta di Bentivegna, affermando che gli articoli in questione rispettavano il diritto di cronaca e di critica. Nella sentenza – fra laltro – si affermava che "le condizioni del cadavere del bambino quali risultano anche dalle foto in atti della testa a terra, staccata dal tronco, sembrano giustificare la tesi della sua estrema prossimità al carretto contenente lesplosivo".

Avverso tale sentenza, nellottobre del 1999, Bentivegna presentò ricorso alla Corte dAppello di Milano. Richiestone da Bentivegna, lo storico Carlo Gentile ottenne dallArchivio federale Bundesarchiv di Coblenza una serie di trentuno fotogrammi, scattati immediatamente dopo lattentato da un tale Koch, fotografo del servizio di propaganda dellesercito tedesco. Le immagini furono accolte come prova durante ludienza dell11 aprile 2000, assieme ad un appunto dello stesso Gentile. Fra tali immagini non vi erano però quelle pubblicate da Il Giornale e Il Tempo, né Gentile riteneva che queste ultime potessero aver mai fatto parte del rullino conservato al Bundesarchiv: ciò anche in considerazione della "differenza sotto laspetto qualitativo tra le fotografie di Koch e quelle pubblicate sui due giornali italiani". Gentile concludeva il proprio appunto con una valutazione analoga a quella contenuta nel libro di Bentivegna De Simone del 1996: "Allepoca dellattentato non esisteva alcun marciapiede in quella strada. Poiché a pochi centimetri dal corpo dilaniato inquadrato nellimmagine in questione appare il cordolo di un marciapiede è a mio avviso del tutto improbabile che possa essere stata scattata a via Rasella il 23 marzo 1944".

Capovolgendo lesito della sentenza di primo grado, nel 2003 la Corte dappello di Milano accolse il ricorso di Bentivegna e condannò Chiocci, Feltri e la Società Europea di Edizioni S.p.A. a pagare allo stesso Bentivegna la somma di euro 45.000.00 a titolo di risarcimento danni.

La Corte dappello rilevò, negli articoli di giornale in questione, una serie di affermazioni ritenute false e lesive dellonorabilità di Bentivegna; in particolare: la foto del cadavere di Zuccheretti fu giudicata falsa; i soldati del Polizeiregiment "Bozen" non erano affatto disarmati e non è vero che avessero tutti la cittadinanza italiana; i caduti civili per lattacco partigiano furono due e non sette; laccusa della mancata presentazione era falsa. La Corte qualificò inoltre lattacco partigiano come un legittimo atto di guerra contro un nemico straniero, e condannò la parificazione morale tra partigiani e nazisti e in particolare lequiparazione tra Priebke e Bentivegna, in quanto gravemente lesiva dellonorabilità personale e politica di questultimo.

Contro la sentenza di appello, che dava loro torto, Feltri e la Società Europea di Edizioni S.p.A. proposero ricorso per cassazione. Con sentenza in data 6 agosto 2007 la Sezione III Civile della Corte di Cassazione respinse il ricorso, confermando in toto la sentenza dappello che pertanto divenne cosa giudicata. Secondo la Cassazione, una volta accertata "la falsificazione della fotografia, non vi era più alcuna possibilità di accertare in quale punto si trovasse il ragazzo e in quale preciso momento egli fosse comparso nel teatro dellesplosione rispetto al momento in cui era stata accesa la miccia". La sentenza di Cassazione rigettava quindi – assumendo la falsità della fotografia – anche la ricostruzione della meccanica della morte di Piero Zuccheretti proposta da Il Giornale.

                                     

5.3. La controversia sulla fotografia Opinioni sullautenticità della fotografia

Le conclusioni di Carlo Gentile sulla falsità della foto sono state accolte dallo storico Robert Katz, sia nel suo libro Roma città aperta 2003, sia nellintroduzione alla sesta edizione di Morte a Roma 2004.

Nel 2004 Sergio Volponi, pur esprimendo lopinione che allepoca del processo Priebke la fotografia fosse stata "usata in maniera strumentale per fomentare una stupida polemica revisionista della destra becera e cialtrona", mise in discussione il giudizio espresso dalla Corte dappello di Milano in merito alla fotografia medesima, di cui ribadì lautenticità affermando che quello che Gentile aveva ritenuto essere il cordolo di un marciapiede sarebbe in realtà "la soglia di una casa".

Nel marzo 2009, uninchiesta giornalistica di Gian Paolo Pelizzaro, pubblicata dal mensile Storia in rete e ripresa dal quotidiano Il Tempo, contestò la valutazione della Corte dappello di Milano circa la fotografia, in quanto i giudici avevano acquisito senza nessun riscontro ulteriore il parere di Carlo Gentile, espresso senza che lo studioso avesse effettuato alcun sopralluogo sul posto. Sulla base di un sopralluogo fotografico, Pelizzaro ritiene che il particolare identificato da Gentile come cordolo di un marciapiede sarebbe in realtà la modanatura del basamento di travertino del palazzo sulla sommità di via Rasella, a circa un metro di distanza dallincrocio con via delle Quattro Fontane. Il basamento di travertino in quel punto presenterebbe infatti le stesse venature, crepe e scheggiature riconoscibili nellimmagine. Il tronco sarebbe quindi stato scagliato a una decina di metri a monte del luogo dellesplosione. Lo stato dellimmobile consente ancora oggi un utile raffronto con la fotografia rispetto ad allora è stato solo realizzato un marciapiede asfaltato.

La fotografia ritrae un volto intatto, compatibilmente con la testimonianza di Giovanni Zuccheretti secondo cui furono le buone condizioni del volto a permettere al padre il riconoscimento del bambino.

Il giurista Giuseppe Tucci, in un libro pubblicato nellottobre 2012, ricostruendo la campagna stampa contro Bentivegna e giudicandola rivolta a delegittimare lintera Resistenza romana, scrive fra laltro: "A distinguersi, però, per i toni e per il cinismo con cui vengono alterati fatti ormai giuridicamente e storicamente accertati è "il Giornale", diretto da Vittorio Feltri, che già nel 1996 inizia la sua campagna, utilizzando persino fotografie raccapriccianti della testa di un bambino, morto accidentalmente il 23 marzo 1944 in via Rasella, che poi risultarono un vero e proprio falso".



                                     

5.4. La controversia sulla fotografia Lultimo libro di memorie di Rosario Bentivegna

Nel 2011 fu pubblicato il libro di memorie di Rosario Bentivegna Senza fare di necessità virtù, in cui lex gappista ricostruisce la campagna stampa contro di lui contemporanea al processo Priebke. Bentivegna giudica "piuttosto inverosimile" la versione a suo tempo proposta da Pierangelo Maurizio circa la provenienza della foto del cadavere di Zuccheretti, richiama la conclusione del documento processuale di Carlo Gentile circa la presenza in tale foto del "cordolo di un marciapiede", e sostiene che vi siano ulteriori "elementi da considerare" che proverebbero la falsità della foto. Secondo Bentivegna, che menziona al riguardo una perizia redatta nel 1997 dal dott. Vero Vagnozzi consulente di balistica forense presso il Tribunale di Roma, "ladolescente, vittima delle esplosioni, doveva verosimilmente trovarsi in prossimità dellordigno a una distanza di qualche metro dal punto di scoppio, comera desumibile dalla smembratura del corpo e dalle tracce di bruciatura sui capelli". Immediatamente dopo lo scoppio della bomba fatta esplodere dai gappisti vi furono parecchie altre esplosioni, dovute alle bombe a mano che i soldati del "Bozen" portavano attaccate alla cintola. Conclude Bentivegna: "Figurarsi, dunque, se dopo tante esplosioni di quel tipo potessero essere mantenute quelle incredibili condizioni di conservazione fisiognomica di una parte del capo del povero Zuccheretti. Limmagine pubblicata da "Il Giornale" e da "Il Tempo" era dunque un evidente falso".

Sebbene lo stesso Bentivegna avesse ormai da lungo tempo riconosciuto lesistenza di due vittime civili della bomba gappista, nella recensione del volume per lUnità, Bruno Gravagnuolo scrisse: "Falso che due civili siano stati colpiti dal gesto di guerra partigiana. La loro morte fu causata dai tedeschi che sparavano allimpazzata e dalle loro granate".

Nel 2012, dopo la morte di Bentivegna, sulle pagine di Storia in rete il giornalista Gian Paolo Pelizzaro deplorò che, in Senza fare di necessità virtù, lex gappista non avesse fatto alcuna menzione dellinchiesta circa lautenticità della foto pubblicata dalla stessa rivista nel 2009, "rilanciata da "Il Tempo" e "Avvenire" e acquisita anche da Wikipedia in italiano", e definì lultimo libro di Bentivegna una "occasione mancata".

                                     

6. La memoria

Sulla tomba di Zuccheretti al riquadro 53 del cimitero del Verano una lapide recita: "Piero. Lodio degli uomini ti uccise vittima innocente di un odioso conflitto. Perdesti la tua giovane vita nelleccidio di via Rasella, lasciando in straziato dolore la mamma, il papà, il fratello, gli zii, il nonno".

Nel maggio 1996, dopo linizio del processo a carico di Erich Priebke, la tomba divenne luogo di una commemorazione da parte di alcuni esponenti di Alleanza Nazionale, i quali vi deposero una corona di fiori. Il gesto suscitò alcune polemiche: secondo la giornalista Fiamma Nirenstein, esso suggeriva "una equiparazione fra i boia delle Fosse Ardeatine e i partigiani".

La morte del ragazzo ha ispirato unopera dellartista statunitense Cy Twombly.

Nel 2017 il Comune di Tolentino gli ha dedicato una via.