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ⓘ Peste del 1630. La peste del 1630 fu unepidemia di peste diffusasi nel periodo tra il 1629 e il 1633 che colpì, fra le altre, diverse zone dellItalia settentrio ..




Peste del 1630
                                     

ⓘ Peste del 1630

La peste del 1630 fu unepidemia di peste diffusasi nel periodo tra il 1629 e il 1633 che colpì, fra le altre, diverse zone dellItalia settentrionale, raggiungendo anche il Granducato di Toscana, la Repubblica di Lucca e la Svizzera, con la massima diffusione nellanno 1630. Il Ducato di Milano, e quindi la sua capitale, fu uno degli Stati più gravemente colpiti.

Lepidemia è nota anche come peste manzoniana perché venne ampiamente descritta da Alessandro Manzoni nel romanzo I promessi sposi e nel saggio storico Storia della colonna infame.

                                     

1. Contesto storico

Tra il 1628 e il 1629 la popolazione dellItalia settentrionale era affamata da una grave carestia; nello stesso periodo il Ducato di Milano venne colpito da una grave crisi nellesportazione di prodotti tessili, uno dei settori manufatturieri principali.

Inoltre dal 1628, con la morte di Vincenzo II Gonzaga, ebbe inizio la guerra di successione di Mantova e del Monferrato che vide lo spostamento di truppe attraverso le Alpi, provenienti da zone infette e dedite a saccheggi e violenze; il loro passaggio accelerò la diffusione della pestilenza.

Alcuni casi di contagio in Piemonte si ebbero nel 1629 a Brianzone, a San Michele della Chiusa, a Chiomonte e nella stessa città di Torino. Probabilmente questa diffusione in Piemonte dellepidemia giunse dalle truppe francesi impegnate nei dintorni di Susa.

Il successivo passaggio di lanzichenecchi inviati dal Sacro Romano Impero, provenienti da Lindau e diretti a Mantova attraverso parte dello Stato di Milano, diffuse enormemente la peste.

In Valle dAosta il contagio si propagò nel maggio 1630 per il passaggio di quattro reggimenti di lanzichenecchi che si accamparono nei dintorni di Aosta.

                                     

2.1. La diffusione della peste nellItalia settentrionale Nello Stato di Milano

Le testimonianze principali che hanno tramandato i fatti del 1630 del Ducato di Milano sono le cronache del medico Alessandro Tadino 1580-1661 e fonte del Manzoni del canonico e anchegli medico Giuseppe Ripamonti 1573-1643. Entrambi furono testimoni diretti della grande pestilenza del 1630 di cui lasciarono due opere fondamentali per la comprensione di quanto accadde: il Tadino diede alle stampe nel 1648 il Raguaglio dellorigine et giornali successi della gran peste contagiosa, venefica, & malefica seguita nella Città di Milano ; il Ripamonti stampò nel 1640 la cronaca in latino Iosephi Ripamontii canonici Scalensis chronistae vrbis Mediolani De peste quae fuit anno 1630.

Nelle due cronache si trova un riferimento al primo caso di morte per peste nella città di Milano, ma con dettagli diversi: secondo il Tadino fu Pietro Antonio Lovato proveniente dal territorio di Lecco ed entrato in città il 22 ottobre; secondo il Ripamonti fu invece Pietro Paolo Locato proveniente da Chiavenna, città già infetta, ed entrato a Milano il 22 novembre: ospitato da una zia a Porta Orientale, si ammalò per morire in capo a due giorni allOspedale Maggiore, avendo già infettato gli altri abitanti della casa che morirono anchessi.

                                     

2.2. La diffusione della peste nellItalia settentrionale A Torino e in Piemonte

Dalle cronache e dai documenti si desume che tra il 1600 e il 1630, Torino e il suo territorio subirono molti episodi bellici di carattere politico o religioso; le guerre tra cattolici e valdesi contribuirono fortemente a destabilizzare lequilibrio sociale, provocando inevitabili ripercussioni sulleconomia locale.

A ciò si deve aggiungere una serie di avverse stagioni caratterizzate da condizioni meteorologiche sfavorevoli che provocarono quasi ovunque pesanti carestie e un calo enorme dei prodotti alimentari di prima necessità. A tal proposito si può ricordare un editto emanato dallo stesso Duca Carlo Emanuele di Savoia, al fine di calmierare i prezzi e limitare la speculazione sui prodotti della terra, nonché un ulteriore editto per la risistemazione e il risanamento. Guerre e fame costrinsero dunque migliaia di persone ad abbandonare le loro case, talvolta le campagne e vedersi costrette alla precaria condizione della mendicanza, muovendo verso i maggiori centri abitati tra cui appunto Torino che, nel 1630, contava circa 25 000 abitanti.

Il 2 gennaio 1630 venne segnalato il primo caso di peste a Torino: si trattava di un calzolaio. Non è un caso che sovente le prime vittime erano coloro che lavoravano a diretto contatto con calzature o con oggetti quotidiani in contiguità con il suolo che, troppo spesso, mancava delle più elementari condizioni igieniche. Torino, come le maggiori città piemontesi, vide aumentare la diaspora dalle campagne e dai territori limitrofi, fino a vietare lingresso agli stranieri e chiudere le porte della città. Lepidemia si diffuse rapidamente, coinvolgendo anche altri centri della provincia come Pinerolo ed estendendosi poi ai territori del cuneese quali: Alba, Saluzzo e Savigliano. A Torino la situazione raggiunse il culmine della gravità con il sopraggiungere del caldo estivo che favorì la trasmissione del morbo.

Di fondamentale rilevanza furono la figura dellarchiatra e protomedico di Casa Savoia Giovanni Francesco Fiochetto e dellallora neosindaco Gianfrancesco Bellezia. Il primo è il più famoso tra i vari medici che rimasero in città durante la pestilenza ed è per questo conosciuto come il medico della peste per essere intervenuto, tra il 1630 ed il 1631, instaurando una rigorosa disciplina sanitaria tra la popolazione torinese e che avrebbe fatto scuola negli anni a venire. Il secondo rimase in maniera pressoché continuativa in città, che fu invece abbandonata dalle maggiori figure istituzionali. Gli stessi Savoia si rifugiarono a Cherasco. Eletto Decurione nel 1628 e poi primo sindaco della città proprio nel funesto anno 1630, Bellezia affrontò coraggiosamente il suo mandato diventando il fulcro dellorganizzazione sanitaria attivatasi per affrontare lemergenza. Inoltre dovette anche contenere listeria del popolo nei confronti di episodi di sciacallaggio.

Lepidemia, seppur gestita con coscienzioso scrupolo, fu debellata solo verso novembre del 1630, con il favore del freddo. Su una popolazione di circa 25 000 abitanti, Torino contò la perdita di ben 8 000 persone. Nellanno seguente e in quello successivo fu registrato un numero enorme di matrimoni. Il 7 aprile dello stesso anno la Pace di Cherasco decretò la fine della guerra per la successione del Ducato di Mantova e si andò quindi ristabilendo un relativo equilibrio; dal mese di settembre i registri di Torino tornarono a riempirsi di nuove nascite. Tuttavia ci vollero quasi due secoli prima di raggiungere nuovamente il numero di abitanti precedente al 1630.



                                     

2.3. La diffusione della peste nellItalia settentrionale Nella Repubblica di Venezia

La pestilenza apparve nella città della laguna nel 1630 durante la guerra di successione di Mantova e del Monferrato, in cui si trovò coinvolta anche Venezia, tra le truppe asburgiche che accesero i primi focolai di peste.

Si tramanda che a portare il morbo in Laguna sia stato lambasciatore di Carlo di Gonzaga-Nevers cioè il contendente alla successione mantovana appoggiato dai veneziani. Questi, già infettato dalla peste, si recò a Venezia per svolgere la propria missione diplomatica: benché messo in quarantena le misure precauzionali evidentemente non vennero gestite con efficacia.

Il diplomatico mantovano avrebbe contagiato alcuni veneziani con i quali era venuto in contatto, i quali a loro volta, avendo libero accesso alla città, diffusero il morbo tra la popolazione. La peste prese così rapidamente ad infuriare.

Quella del 1630 fu unepidemia particolarmente virulenta: tra il luglio e lottobre di quel tragico anno tra la città e il resto del dogado veneziano morirono allincirca 150 000 persone, pari al 40% della popolazione: in luglio e agosto del 1630 i registri del Magistrato Supremo di Sanità riportano che nella città di Venezia i decessi furono 48, per toccare il picco nel novembre dello stesso anno, con 14 465 morti. Testimonianza della peste nellentroterra è il drammatico quadro di Giambattista Tiepolo conservato nella chiesa di Santa Tecla a Este PD, dove la santa è raffigurata fuori delle mura della città, mentre prega Dio tra cadaveri abbandonati e scene di disperazione. La peste fu infine dichiarata debellata il 21 novembre 1631. Come voto per la fine della terribile pestilenza il governo di Venezia decretò che si erigesse la basilica di Santa Maria della Salute, terminata nel 1632. Parimenti, a Vicenza, alla fine della peste fu deciso lampliamento della Basilica di Monte Berico. La grande pestilenza che colpì Venezia venne minuziosamente descritta da un futuro medico, testimone oculare della peste, Cecilio Folio, che intorno al 1680 descrisse i fatti del 1630-1631 in una sua opera citata da Giovanni Bianchi nel 1833.

                                     

3. Mortalità

Dati sulla mortalità in alcune città italiane nel periodo 1630-1631.

In mancanza di dati dettagliati, si stima che in Italia settentrionale tra il 1630 e il 1631 morirono per la peste 1.100.000 persone su una popolazione complessiva di circa 4 milioni.