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SantAgata de Goti
                                     

ⓘ SantAgata de Goti

SantAgata de Goti è un comune italiano di 10 898 abitanti della provincia di Benevento in Campania. Situato alle falde occidentali del Monte Taburno, confina con la provincia di Caserta.

Lintegrità paesaggistica del centro storico ha procurato a SantAgata de Goti il soprannome di "perla del Sannio". Il comune è bandiera arancione del Touring Club Italiano e il centro storico da novembre 2012 fa parte del circuito de I borghi più belli dItalia. Dal 2005 SantAgata de Goti fa parte dellAssociazione Nazionale Città del Vino.

                                     

1. Geografia fisica

Territorio

La città si divide in due parti: una moderna, edificata a partire dalla fine del XIX secolo e laltra di fondazione romana, situata su una rocca di tufo.

Il rimanente territorio comunale è prevalentemente collinare e ospita contrade, masserie e frazioni di varie dimensioni, sorte a partire dallepoca longobarda.

Idrografia

I corsi dacqua che attraversano il territorio comunale sono quasi tutti a carattere torrentizio. I principali sono il fiume Isclero, affluente del Volturno; e i torrenti Riello e Martorano, che si riversano nellIsclero.

Clima

Il clima è mediterraneo, quasi sempre mite, gradevole nelle notti estive, ed è umido solo nei periodi di pieno inverno; nei periodi in cui le escursioni termiche tra il giorno e la notte sono forti si stratifica una coltre di foschia densa, favorita per lo più dallIsclero; il più delle volte è una città ventosa.

                                     

2. Origini del nome

Il toponimo SantAgata de Goti si forma in differenti periodi storici. Nel corso dellVIII secolo infatti la città longobarda fu intitolata alla santa catanese probabilmente per volontà di Radoaldo e Grimoaldo, fratelli educati alla corte di Arechi di Benevento, che abitarono nella gastaldia di SantAgata, inclusa nella Contea di Capua, e contribuirono qui alla fondazione della chiesa di S. Agata de Amarenis, detta SantAgatella, oggi distrutta, in segno di devozione alla martire, dopo la conversione religiosa dal cristianesimo ariano a quello cattolico La seconda parte del toponimo si aggiunge in epoca normanna, con lavvento dei feudatari della famiglia Drengot dopo il 1117: come è noto, Rainulfo Drengot conte di SantAgata apparteneva alla cerchia dei" Potentes” con facoltà speciali e potere decisionale autonomo tra i quali quello di dare il suo nome alla fortezza. Ma col tempo il cognome Drengot sia in Francia che in Italia prese ad essere pronunciato diversamente fino a mutare allepoca degli Angiò in De-Goth. A seguito dellestinzione di eredi legittimi De-Goth dopo il 1140, il feudo santagatese passò ad altre famiglie conservando il nome normanno poiché lusanza di dare il proprio nome ai propri possedimenti non esisteva più.

Il feudo continuò a chiamarsi "SantAgata De-Goth" anche per gli Svevi fino alla morte di Manfredi. Giunto dalla Francia Carlo I dAngiò, nel 1266, egli si appropriò del feudo santagatese affidandolo a Bertrando di Artois Rainone, suo primo Consigliere, sposato una prima volta con Luisa Marra e una seconda con Guglielma Cantelmo, cameriera della regina Sancha, dalla quale ebbe il figlio Carlo, in realtà figlio naturale di Roberto dAngiò Secondo alcuni studiosi esisterebbero fonti storiche, mai pubblicate o citate in alcun testo, secondo le quali fu Roberto dAngiò a trasferire la proprietà del feudo a un ramo dei De-Goth provenienti da Aquitania e Guascogna venute in sud Italia in occasione della guerra a seguito del re; potrebbe essersi trattato di parenti del papa Clemente V, al secolo Bertrand De Goth, nominato nel 1312, terzo di dodici figli nati dal matrimonio fra Ida de Blanqueforte e Béraud De Goth, signore di Villandraut, Grayan, Livran e Uzeste. Un altro ramo della famiglia è riconducibile ai Conti di Armagnac: Giovanni I, morto nel 1376, si era sposato infatti con Reine De Goth di Lomagne, abitando sempre in Guascogna, regione annessa alle terre di Aquitania, al confine con la Spagna.

Fu certamente Carlo DArtois a ereditare il titolo di Conte di SantAgata" De-Goth" o "Dei Gothi" al plurale, riferendosi a un nucleo familiare nel 1343 divenendo poi Conte di Monteodorisio, in Abruzzo, sposando la contessa Giovanna di Scotto. Gli Artus detennero il feudo fino alla decapitazione dellultimo erede della famiglia, avvenuta nel 1401 Quando la regina Giovanna II dAngiò, allinizio del Quattrocento, assegnerà il feudo santagatese alla nobile famiglia De la Rath, di origine catalana, resterà comunque la denominazione "SantAgata De Gothi" ; secoli dopo lavvento degli Angioini, chi trascrisse, pronuncio o ascolto la dicitura "Feudo di SantAgata De Gothi", non immaginò un cognome di una famiglia dorigine francese, ma superficialmente, suggestionato da alcuni aspetti architettonici e storici, intese senzaltro "SantAgata fondata dai Goti" intesi come popolo di origine germanica invasori dellImpero Romano chiamati Goth appunto in inglese e francese in considerazione della loro presenza nel Sannio; ma mentre le tesi esposte sono dimostrabili dalle tracce normanne lasciate nella città, quella relativa a una fondazione o a un passaggio da parte dei Goti è a tuttoggi non dimostrabile concretamente.

                                     

3.1. Storia Età antica

Gli storici concordano sullipotesi che nellattuale territorio di SantAgata de Goti anticamente sorgeva la città sannita di Saticula. Necropoli sannite ricche di importanti ritrovamenti sono infatti venute alla luce nella zona a nordest del territorio santagatese, nellarea compresa tra il fiume Isclero ed il comune di Frasso Telesino. Il villaggio di Saticula venne citato da Virgilio nel testo dellEneide.

Già nel 343 a.C. il console Aulo Cornelio Cosso aveva stabilito sulla rocca tufacea un castrum, ossia un accampamento invernale per i soldati veterani. Nel 315 a.C., durante le vicende inerenti alla seconda guerra sannitica, Saticula venne occupata dal dittatore Lucio Emilio, ma il villaggio resistette in assedio per due anni e fu preso solo grazie allintervento di Quinto Fabio Massimo Rulliano. Quindi divenne colonia romana, restando fedele a Roma durante la seconda guerra punica.

Furono i Romani i primi ad accamparsi sulla rocca fondando un "Castrum", nel quale in un primo momento vennero ad abitare i soldati veterani stanziati a Capua e successivamente, nel 42 a.C., nacque una vera e propria colonia dellImpero per opera di Ottaviano Augusto Viparelli, pagg. 13-20. In generale i Romani non costruivano muri di cinta laddove le condizioni geologiche consentivano una difesa naturale; anche in questo caso usarono la difesa dei fiumi per cui fu sufficiente tracciare sulla rocca, come era duso, il "cardo" e il "decumano" a incrocio e aprire le porte alle estremità dei due percorsi. Presso il "Pretorium", spazio a ridosso della porta sud, i Romani costruirono lalloggio del generale simile a un tempio e negli spazi di risulta le baracche per i soldati; si trattò probabilmente di un accampamento invernale, quindi costruito in pietra. Con la riforma dellesercito romano avvenuta nel IV secolo ad opera di Diocleziano e larrivo dei Romani dOriente, il "Castrum" si trasformò in "Kastron": i costoni tufacei che fungevano da basamento al villaggio furono resi più inaccessibili costruendo al di sopra di essi una cinta muraria perimetrale composta da case accostate luna allaltra in aderenza, aventi pochissime aperture estremamente piccole e mantenendo le tre porte vedi voce Castrum, Wikipedia. Ciò avvenne probabilmente nel periodo in cui la popolazione che abitava nella valle a nord est, nellarea intorno allantica città sannita di Saticola ebbe bisogno di maggior protezione e il vecchio "Kastron" - che da ancora oggi il nome a questarea chiamata popolarmente "Castrone" - non offriva più adeguata protezione. Il nuovo "Kastron" mantenne la stessa struttura anche in epoca longobarda poiché i barbari non avevano cognizioni di ingegneria difensiva.



                                     

3.2. Storia Alto medioevo

Il "Castrum" accresciuto dalla popolazione saticulana, rimasta senza casa a partire dal 42 a.C., divenne una nuova città e restò sotto il controllo dei Romani dOriente fino allinvasione longobarda del Sannio: il re Agilulfo, salito al potere nel 590, fu autore della divisione delle regioni longobarde in ducati, divisi a loro volta in contee e gastaldie ; lelemento minimo di questa suddivisione, la gastaldia, fu sottoposto allamministrazione del duca-gastaldo, sorta di governatore perpetuo. Intorno a lui uno stuolo di" fedeli” detti gasindi. Furono così create nel Sannio il Ducato di Spoleto e quello di Benevento, cellule madri della più piccola Contea di Capua, a sua volta contenente la Gastaldia di SantAgata Di Resta-Abbate. A seguito dellintensa politica di conversione dei Barbari al cristianesimo operata da Papa Gelasio e da Papa Gregorio Magno, si ebbe un numero impressionante di fondazioni di strutture religiose su tutto il territorio longobardo, soprattutto in prossimità dei castelli, dove ledificio ecclesiale veniva utilizzato come cappella ad uso esclusivo del fondatore, il castellano, per un esercizio del culto limitato alla sua famiglia Ircani Menichini. Loratorio o la basilica venivano dedicati ad un santo che appartenesse al mondo cristiano legato a Costantinopoli o allOriente: cominciò così nella città la pratica del culto di SantAgata, martire catanese le cui reliquie provenivano da Costantinopoli, per contrastare larianesimo Cammilleri attraverso la fondazione della prima chiesa dedicata alla Santa catanese, SantAgata de Amarenis, voluta da una famiglia longobarda, appunto, e oggi non più esistente.

Grande regista della conversione longobarda e della crescita di potere sulla scena politica della Chiesa Romana, Papa Gregorio Magno lo ammiriamo negli affreschi chiesa dellAnnunziata a SantAgata. Pur dominato dallidea della fine del mondo, votato al distacco dalla vita materiale su esempio di Benedetto da Norcia, volle convertire lumanità, riformare la Chiesa e renderla più attiva. Ebbe in ciò laiuto della regina longobarda Teodolinda, moglie di Autari e poi di Agilulfo, disposta a convertirsi al cristianesimo e a convertire gli uomini della sua famiglia. Si maturò così la "Conversione Suprema" dei barbari invasori nel 653, sotto il re Ariperto Vitolo.

Nel 774, con la sconfitta di Adelchi, Principe di Benevento a Verona da parte di Carlo Magno re dei Franchi, la dominazione longobarda si concluse nelle terre del Sannio ma gli ultimi gastaldi indipendenti che avevano coltivato prudentemente buoni rapporti con i Bizantini, alleandosi con questi, riuscirono a mantenere il potere agendo in maniera autonoma: tra questi furono i gastaldi di SantAgata.Rainone, pagg. XXXV - XXXVI.

Infatti, nonostante la conversione al cristianesimo e la devozione verso SantAgata, al punto da mutare il nome della città, la stessa risulta alleata ai Bizantini nell866 quando fu assediata da Ludovico II, erede di Carlo Magno, ansioso di annettere le terre" ribelli”. Nell871, unita ad altre città del Sannio della Campania e della Lucania, SantAgata oramai città di gastaldi ribelli, si rivoltò nuovamente contro limperatore Ludovico II, preferendo schierarsi ancora dalla parte dei Bizantini. Nell871 il gastaldo era un tale Isembert, che vantava parentele con Bassaggio, abate dellabbazia di Montecassino, mentre nell877 gli succedette Marino: entrambi sono citati da Francesco Viparelli a proposito di un legame con il patriarca di Costantinopoli. Il tessuto urbano era caotico, fatto di abitazioni rudi poiché i popoli barbari non conoscevano le tecniche edilizie e architettoniche come afferma Tacito nel suo studio antropologico sui Germani; in qualche caso venivano utilizzate anche le grotte naturali come rifugio contro i nemici.

                                     

3.3. Storia Periodo normanno

NellXI secolo SantAgata si ritrova come feudo acquisito come "beneficio" imperiale dalla famiglia Drengot Più precisamente, nel 1097 ne divenne conte Roberto, nipote di Asclettino, uno dei capostipiti della famiglia. Nel 1102 diventò conte di Caiazzo. Con i titoli di Conte di Alife, Caiazzo, Telese e SantAgata prese in moglie Gaitelgrima e fu poi padre di Rainulfo III e Riccardo. Roberto ordinò la ristrutturazione, o forse il parziale rifacimento, della chiesa di San Menna, attualmente una delle più notevoli del centro. La chiesa assunse nello schema strutturale limpronta del romanico, subendo invece nelle decorazioni influssi bizantini attraverso le tecniche di posa dei mosaici ricavati da materiale di spoglio recuperato.

Il primogenito ed erede, Rainulfo, da adulto ebbe aspetto talmente imponente da prendere il soprannome di "Rainone". Seguendo il principio della primogenitura, nel 1108 Rainone ricevette dal padre, tra i benefici, le terre di SantAgata, Alife, Caiazzo, Avellino, Airola. Egli entrò a far parte di quella schiera di indipendenti, i Potentes, ritenuti tali non per il titolo, ma per il fatto di possedere una fortezza; una di queste fortezze fu la rocca di SantAgata, opportunamente trasformata.

Nel 1130, linvestitura di Ruggero II dAltavilla con il titolo di re di Sicilia scontentò la piccola nobiltà normanna, soprattutto quella che aveva raggiunto i vertici del potere e minacciava di diventare indipendente: di questa faceva parte lo stesso Rainulfo conte di SantAgata. Ruggero giudicò arrivato il momento di appropriarsi materialmente della fortezza santagatese, lasciata fino a quel momento libera e indipendente; il feudo, cresciuto spaventosamente in estensione nel corso degli anni, grazie alle acquisizioni dei territori portati in dote dalle mogli, rappresentava evidentemente una tentazione fortissima: le terre di Rainone infatti, oltre ad Alife, Caiazzo, SantAgata de Goti e Telese, compresero in alcuni periodi anche Avellino, Mercogliano, Ariano e Troia.

Il re Ruggero ingaggiò una prima battaglia contro i Baroni del Regno sul fiume Sarno nel 1132. Secondo lo storico santagatese Fileno Rainone, in tale occasione ebbe parte attiva il conte Rainone, divenuto nel frattempo cognato di Ruggero. Il re aveva rapito sua sorella, moglie di Rainone, e il nipote di questultimo Roberto, legittimo erede. La risposta a questo sopruso infatti non si era fatta attendere e Rainone era riuscito ad avere la meglio sul cognato, con il supporto di Roberto II di Capua e Sergio VII di Napoli. Così re Ruggero retrocedette, forse per indurre Rainone ad arrendersi.

Ruggero tornò alla carica nel 1133 riconquistando ad una ad una le terre perdute: mettendo in atto la tattica della provocazione, dopo la vittoria Ruggiero compì atti crudeli e saccheggi in tutte le terre della contea, allo scopo di eliminare il Principe di Capua e i suoi sostenitori tra i quali il Conte di SantAgata. Secondo Fileno Rainone, il feudatario lasciò la sua fortezza con tutto il suo esercito per scontrarsi lealmente col nemico, prendendo purtroppo un percorso sbagliato: Ruggero, scegliendo altre strade, giunse a SantAgata entrando vittorioso nella città senza difesa. Tuttavia Rainone non si era ancora arreso: tornato alla carica dopo qualche tempo, conobbe dapprima una vittoria, poi una sconfitta. Infine, nel 1137, aiutato dal papa Innocenzo II e dallimperatore Lotario II di Germania, riuscì a riconquistare le terre di SantAgata e ad assumere il titolo di duca di Puglia.

Lultima, decisiva battaglia tra Rainone di SantAgata Drengot e Ruggero di Sicilia si svolse il 29 ottobre 1137, secondo John Julius Norwich a Rignano Garganico. Rainone intervenne con un esercito di 800 soldati tedeschi inviati da Lotario, uniti alle milizie marittime pugliesi, contro il suo antico alleato, Sergio, passato dalla parte di Ruggiero; e riportò una nuova grande vittoria su Ruggero.

La battaglia portò alla fuga del re Ruggiero, il quale si rifugiò col figlio a Salerno; nonostante ciò una dura rappresaglia dei suoi sostenitori vide le terre del feudo campano di Rainone saccheggiate e messe a ferro e fuoco, mentre i suoi possedimenti pugliesi restarono immuni dalla vendetta. Con la morte di Rainone, avvenuta il 30 aprile 1139 per un attacco di febbre malarica, Ruggiero poté impadronirsi definitivamente del feudo di SantAgata de Goti. Probabilmente il figlio di Rainone, Roberto Drengot, fu affidato a un protettore avendo perduto tutte le terre del feudo. Egli visse a Roma col titolo di Conte di Tuscolo, famiglia già imparentata con i Drengot dal 1046 e probabilmente prese i voti, dato che non vi sono più notizie di eredi legittimi.

Nel periodo normanno SantAgata iniziò a prendere una fisionomia simile a quella attuale. Il fortellicium fu realizzato a partire dallXI secolo: i Normanni sfruttarono le cave di tufo già presenti nel borgo, utilizzandole poi come "conserve" e cisterne, alcune delle quali visitabili ancora oggi, e con tale pietra costruirono i contrafforti addossati ai costoni naturali: questo sistema, unito ad una cinta di case-cortina, rese le mura inespugnabili a ovest, mentre a est fu arricchito da una rete di torrette davvistamento. Secondo Fileno Rainone furono costruite e rinsaldate nella stessa epoca le porte daccesso alla cittadella, divenute quattro: le prime due localizzate fuori dal circondario della città, la terza porta a Oriente lattuale porta San Marco, la quarta porta a Settentrione della città, chiamata Porta dei Ferrari, poi demolita nel XIX secolo. Secondo alcuni tale porta doveva il nome alla presenza di una inferriata di protezione ma anche probabilmente perché immetteva lungo la strada di uscita dal borgo, sulla quale davano le botteghe dei fabbri ferrai.

Il lato sul fiume Martorano restò sempre la parte più inespugnabile, alla quale si arrivava solo in barca, guadando il fiume. Una volta giunti sotto la cinta difensiva alta più di 150 metri, non cera modo per i nemici di entrare se non cingendo dassedio la città: i più scaltri sapevano che, mentre a est e a sud la presenza delle torrette di avvistamento visibili ancora oggi permetteva di scoprire in anticipo i nemici e prepararsi così alla difesa, da ovest si poteva invece arrivare sotto i costoni restando nascosti tra la vegetazione; in questo modo era possibile cingere dassedio la città scavando cunicoli alla base delle alte pareti tufacee, in corrispondenza delle "conserve" cisterne e cantine sotterranee più grandi, in modo da svuotarle dellacqua e del cibo, costringendo gli abitanti velocemente alla resa. Dato il notevole spessore delle mura alla base, si cercava di scavare da entrambe le parti, avvalendosi di un traditore allinterno della città che aiutasse il nemico a penetrarla. Ancora oggi nei costoni sul Martorano si notano gli ingressi ai cunicoli, sfocianti nei sotterranei e nelle cantine delle abitazioni private, usati a partire dal Cinquecento per uscire ed entrare segretamente dalla rocca, soprattutto dai religiosi stanziati in gran numero nel borgo, allinterno delle insulae monastiche costruite su questo versante. Sul lato est della fortificazione sopravvive un discreto numero di torrette davvistamento e di presidio, talvolta abbandonate, oppure inglobate in residenze private e riadattate nelluso. Le torri quadrangolari, come la Lamia di porta San Marco, fanno parte del fortellicium normanno.

Col passar del tempo le case-cortina della fortezza servirono da "scudo" alle due strade perimetrali via Riello e via Martorano sulle quali affaccia un secondo ordine di residenze parallelo di tipo nobiliare e tale conformazione è rimasta intatta ad oggi. Guardando il prospetto dellabitato a est e a ovest, si distinguono splendidi episodi architettonici del Seicento e del Settecento misti alledilizia medievale, mentre al di là della murazione fortificata si celano giardini pensili e orti, utilizzati nel Medioevo come fonte di approvvigionamento durante gli assedi, parzialmente trasformati in rigogliosi giardini tra il XVII e il XIX secolo, con laggiunta di terrazze e belvedere, nellambito delle ricostruzioni urbane del XVI e XVIII secolo.

La torre annessa al castello ubicata nella villa comunale di piazza Trieste, di forma cilindrica, fu aggiunta nel Cinquecento per rafforzare la difesa sul versante est, allindomani delle lotte dinastiche degli Angio- Durazzo Catapane.

                                     

3.4. Storia Dal periodo angioino alla fine del feudalesimo

Dopo una parentesi in cui il feudo passò con alterne vicende nelle mani di Federico II di Svevia, esso passò sotto la protezione diretta degli Angiò, re di Napoli. A seguito della non documentata alienazione da parte degli Angiò a Bertrand de Goth, il feudo fu gestito dalla regina Giovanna I.

Furono gli Artus, ramo naturale di origine nobile, a ricevere in beneficio dalla regina il feudo di SantAgata de Goti. Carlo I Artus, figlio naturale di Carlo II dAngiò, erede del titolo di conte di SantAgata nel 1343 e poi Conte di Monteodorisio, in Abruzzo, sposò la contessa Giovanna di Scotto ne ebbe due figli: Luigi e Carlo II. Fu il primogenito ad ereditare il feudo santagatese, mentre il secondo ebbe il quello abruzzese. Tuttavia nel 1345 Carlo II si rese esecutore dellassassinio di Andrea dUngheria, marito della regina Giovanna, nel castello di Aversa, molto probabilmente per favorire il suocero Niccolò Acciaiuoli; e finì decapitato. Luigi, sposato con Isabella di Celano, ricevette quindi anche il feudo del fratello. Suo successore fu il figlio primogenito Ludovico, morto il 5 settembre 1370 e sepolto nella chiesa di San Francesco a SantAgata; da questa data il titolo passò a suo fratello Giovanni Artus, unito in matrimonio con la nipote di papa Urbano VI. Costui non lasciò eredi se nel 1390 il terzo fratello, Carlo III, già Signore di Maddaloni, fu designato conte di Monteodorisio e di SantAgata de Goti. Ancora nel 1401 Ladislao Artus era feudatario di SantAgata: ma, ribelle al re, fu imprigionato e decapitato senza lasciare eredi.

Nel 1432, estinti gli Artus, la regina Giovanna II dAngiò prese sotto la sua protezione Baldassarre De la Rath, nobile di origine catalana, Conte di Caserta, e gli donò il feudo di SantAgata. Scomparsa Giovanna, subentrò alla guida del regno Alfonso dAragona, re tra il 1443 e il 1458; costui continuò a proteggere i De La Rath i quali si batterono strenuamente per conservare la proprietà sul feudo per qualche tempo. Una componente della famiglia, Caterina de la Rath, duchessa di Caserta, sposò in prime nozze Cesare, figlio di Ferdinando dAragona, a cui fu dato il titolo di marchese di SantAgata de Goti; ma nel 1509 sposò in seconde nozze Andrea Matteo Acquaviva, già duca dAtri, bramoso di potere, il quale cercò continuamente e con ogni mezzo di acquisire benefici e proprietà al fine di accrescere la sua potenza allinterno del Regno di Napoli. Pare infatti che con la riunione dei feudi abruzzesi del padre, quelli pugliesi della madre e quelli campani, lucani e calabresi della seconda moglie, il casato degli Acquaviva fosse riuscito ad affermarsi come una delle sette famiglie più potenti del Regno di Napoli. Matteo insegnò allAccademia Pontaniana e tradusse le opere del Plutarco: fu un feudatario ricordato come un vero principe umanista.

Con la continua mutazione dello scenario politico, i De la Rath persero il feudo che, alla morte di Andrea Matteo Acquaviva 1529, passò prima a Giovanni de Rye e alla famiglia Ram e poi, nel 1572, fu venduto a Giovanni Camillo Cossa, che prese il titolo di Duca di SantAgata. I Coscia tennero il feudo sino al 1674. Suo figlio Giovan Paolo sposò Cornelia Pignatelli, nobile benefattrice, alla quale SantAgata deve la ristrutturazione dellantica casa di accoglienza e cura fondata dai Cavalieri Ospitalieri nel 1229. Fu proprio nel 1529 che ciò avvenne, e fu affidata la cura ed assistenza degli infermi poveri ai Fatebenefratelli di Napoli: lospedale prese il nome di "San Giovanni di Dio".

Giulio Antonio Acquaviva, figlio di Andrea Matteo, consolidando le politiche del padre, si impossessò ancora una volta del feudo di SantAgata divenendo nel 1579 Principe di Caserta e di Teano, su iniziativa del re Filippo II dAsburgo. La lotta tra le famiglie per il possesso della rocca di SantAgata continuò, se nel 1585 Francesco De la Rath, italianizzato in Della Ratta, marito di Donna Altobella Gesualdo, riuscì ancora una volta a riconquistare favori e titolo", in ciò contrastato vivamente da Giovan Paolo Cossa, il quale riuscì ad avere la meglio nello stesso anno, ottenendo anche il feudo di Mirabella in Principato Ultra.

Il feudo di SantAgata, dopo ulteriori efferate lotte dinastiche, venne acquisito dalla nipote di Diomede Carafa II, della famiglia dei Carafa della Stadera, duchi di Maddaloni e Frosolone; terzo Conte di Maddaloni, sposato tre volte, Diomede fu uomo ricco di discendenze e morì nel 1523. Alla fine del Seicento 1693, la nipote Giovanna Emilia Carafa portò in dote a suo marito Domenico Marzio Pacecco Carafa, il feudo di SantAgata, contribuendo a renderlo Conte.

Nel frattempo il Capitolo della cattedrale di SantAgata de Goti, sempre più potente sul territorio, modificò la sua gerarchia aggiungendo ai canonici, dal 1546, nuove figure, le cosiddette "dignità": larcidiacono, il decano, i primicerii e il tesoriere. Dunque, dalla metà del Cinquecento, dieci parrocchie sulle diciassette esistenti a SantAgata furono rette dal Capitolo o da un gruppo di canonici o da una dignità, e "fatto è che il Capitolo si trovò ad essere una "potenza" per il numero dei membri, per la disponibilità economica, per laccentramento della cura danime, per il monopolio su ogni altra celebrazione di culto".

Lacquisizione di nuovi possedimenti contribuì non poco allespansione del potere clericale nella città. I personaggi più importanti della famiglia Acquaviva, Andrea Matteo III, vissuto tra il 1456 e il 1529, e Claudio Acquaviva, vissuto tra il 1543 e il 1615, generale dei Gesuiti, feudatario al tempo del vescovo Felice Peretti, divenuto Papa Sisto V, molto probabilmente furono protagonisti e fautori di questa acquisizione.

Nel 1696 la famiglia Carafa della Stadera di Maddaloni acquistò il feudo e il castello di SantAgata nellambito di una precisa strategia che durava da tre secoli, ideata dai regnanti della casa dAragona, protettori di questa dinastia per la fedeltà e la lealtà dimostrata nel tempo. Infatti ai Carafa, nati come famiglia nel Trecento da un ramo dei Caracciolo napoletani e suddivisi in varie discendenze in base alle loro attività e fortune, era assegnato da sempre il compito di proteggere e controllare i più importanti snodi viari della Campania. Fu Marzio Carafa duca di Maddaloni 1645-1703 ad acquisire il castello di SantAgata, insieme ai suoi otto casali; egli morì appena quattro anni dopo, dunque non ebbe molto tempo per abitarlo: daltronde i Carafa di Maddaloni possedevano molte dimore sparse in Terra di Lavoro, non tutte abitate e abitabili. Queste dimore, una volta acquisite, venivano assegnate a vari membri della famiglia in eredità, in modo che ciascuno iniziasse un nuovo ramo per proprio conto, espandendo il potere del casato.

Il castello di SantAgata fu assegnato alla figlia di Marzio, la duchessa Caterina Carafa della Stadera di Maddaloni sposata con Domenico Carafa principe di Colubrano: la neosposa decise senzaltro di abitare presso le sue terre, poiché alcune sale del castello riportano degli affreschi testimonianza di un rinnovamento che mai sarebbe avvenuto in una dimora disabitata. La duchessa morì nel 1756, e i suoi eredi principi di Colubrano furono padroni, nelle terre del feudo, anche dellarea chiamata "Ferriera vecchia" lungo il fiume, fino allabolizione del feudalesimo.

Alla fine del Settecento gli Eletti di SantAgata de Goti avviarono una serie di ristrutturazioni urbane allo scopo di migliorare la vivibilità della città, divenuta residenza di alcune famiglie patrizie provenienti dal Regno di Napoli, a seguito dellattenzione dimostrata dai Borbone verso SantAgata: Carlo di Borbone nella prima metà del Settecento aveva incluso questo territorio nei suoi piani di sviluppo delle industrie siderurgiche promuovendo la costruzione di una Ferriera lungo il fiume Isclero, forse derivata da una Ferriera già esistente appartenuta ai feudatari Carafa. Nel Catasto onciario del 1752 la "Ferriera Nova" è già menzionata e appartiene a un nucleo di otto Ferriere sparse nel Regno: in essa si lavorava materiale proveniente dallisola dElba utilizzando legname delle foreste di Cervinara mentre si producevano armi di difesa.

Lattenzione del re fu orientata anche verso gli scavi archeologici e i ritrovamenti sul territorio santagatese, che vennero studiati, catalogati e conservati in gran parte da Fileno Rainone, e oggi sono custoditi nel museo privato della famiglia Mustilli, imparentata con i Rainone. A partire dalla seconda metà del Settecento furono risistemate le aree a nord di SantAgata con la formazione della villa Comunale di piazza della Torricella 1790-91 e la regimentazione di alcune sorgenti antichissime nellarea di Reullo, già interessata dalla costruzione delle condotte dacqua alla Ferriera e del ponte Viggiano. Sulle proprietà di alcuni Eletti e Dignità del Capitolo Cattedrale a Reullo, in contrada Bocca e nel territorio circostante fuori le mura furono costruiti lavatoi pubblici a servizio della popolazione, oggi ancora esistenti e in parte utilizzati dagli abitanti.

Seguì la tendenza urbanistica dellepoca la formazione dellasse viario con orientamento nord-sud, in una operazione di parziale "sventramento" del tessuto urbano medievale, giudicato oramai inutile e in qualche caso malsano. Al suo posto fu avviata la costruzione, prospiciente alla strada, di alcune residenze di famiglie patrizie, alcune delle quali attualmente sono tuttora residenti sul posto. Le trasformazioni si protrassero fino a tutto lOttocento, come attestano le date di fondazione degli edifici in questione; davanti ad ogni chiesa dotata di sagrato in molti casi lo spazio fu ampliato come piazza o come "Largo": nacquero così la piazza Ludovico Viscardi davanti alla chiesa di SantAngelo de Munculanis, la piazza del Carmine davanti alla chiesa della Madonna del Carmine, la piazza Trento davanti la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, nonché il Largo antistante la chiesa di San Francesco, il Largo Santa Maria delle Grazie davanti allomonima chiesa, mentre nel Largo Ostieri e nel Largo del Toro le chiese fondate in tempi molto antichi, forse inutilizzate e decadenti, scomparvero. Il Largo della Torricella ospitava fino alla fine del Seicento una chiesa non ben identificata ma la sua denominazione è da associarsi allesistenza di una cisterna, collegata a un mulino, chiamata popolarmente in Campania allepoca "torricella", appunto, localizzata ancora oggi in una cavità sotterranea alla piazza, al di sotto del palazzo Mosera, ex mulino. Anche il Largo Lapati o Largo Italia si apre davanti a quella che era stata nel Cinquecento una casa di Canonici secolari ubicata senzaltro nei pressi di una chiesa scomparsa, mentre il Largo Scuola Pia si attesta al lato del convento delle Suore Redentoriste, la cui ultima ristrutturazione si ebbe ai tempi di Alfonso Maria de Liguori.

La Diocesi di SantAgata de Goti, esistente dal 970, ha avuto importanti vescovi tra i quali SantAlfonso Maria de Liguori, alla guida della diocesi per tredici anni, e Felice Peretti, vescovo dal 1566 al 1571, divenuto Papa con il nome di Sisto V.

Dal 2004 è stata insignita del marchio "Bandiera arancione" dal Touring Club Italiano.

Dal 2012 è entrata a far parte dellassociazione Borghi più belli dItalia.



                                     

4.1. Monumenti e luoghi dinteresse Architetture religiose

  • Cattedrale dellAssunta
Edificio fondato nel 970, ricostruito nel XII secolo e completamente modificato nel XVIII secolo. Conserva pregevoli opere artistiche afferenti alle varie epoche di ristrutturazione ed una cripta romanica con archi su capitelli di rara lavorazione scultorea.
  • Chiesa di SantAngelo de Munculanis
Edificio romanico presenta una struttura a pianta basilicale a tre navate. Originariamente la struttura prevedeva unabside più grande, poi tagliata e ristretta. Lingresso principale, orientato verso sud, è preceduto da un pronao composto due massicce colonne di spoglio, e sul quale si innalza il campanile. I lavori di restauro hanno portato alla luce, oltre alla struttura medievale, una cripta sotto le navate con sepolture a "scolatoio". Unaltra cripta, successivamente riempita era collocata sotto il presbiterio.
  • Chiesa dellAnnunziata
Chiesa del XIII secolo costruita appena fuori dalla porta sud della fortificazione normanna, annessa ad una struttura "Hospitaliera" fondata nel Duecento. Gli affreschi dellabside risalgono al XIV secolo; sulla controfacciata invece è possibile ammirare un monumentale affresco del XV secolo raffigurante il Giudizio Universale. Di pregio è anche la pala daltare del 1483 realizzata dal pittore napoletano Angiolillo Arcuccio raffigurante lAnnunciazione. La chiesa fu completata nel 1238 e conserva limpianto basilicale con tetto a capriate e monofore tipici dellepoca; la facciata di linea barocca presenta un portale tardocinquecentesco, conseguenza dei restauri dellannesso ospedale patrocinati dalla duchessa Cornelia Pignatelli e dallUniversità di SantAgata nel 1591. Dopo il terremoto dellOttanta sapienti restauri hanno messo in risalto le varie stratificazioni architettoniche della chiesa e gli splendidi affreschi.
  • Chiesa di San Menna
Promotore della chiesa fu il normanno Roberto Drengot che nel 1097 successe al padre come conte di SantAgata e nel 1102 diventò conte di Caiazzo: in entrambi i feudi egli decise di ristrutturare chiese già esistenti: a SantAgata, acquisì questa chiesa fondata in epoca bizantino - longobarda e intitolata a San Pietro, alla Santa Croce e al Salvatore, posta di fronte al castello mentre a Caiazzo dispose di una basilica intitolata alla Madre di Dio. Per nobilitare questultima, Roberto concepì lidea di collocare al suo interno le reliquie di un santo eremita molto noto a quel tempo: Menna, uomo poverissimo vissuto ai tempi dei Longobardi. La principessa Teoderica nel 975 aveva fatto erigere in sua memoria una chiesetta a Tocco, un villaggio situato sul versante orientale del monte Taburno, ricadente nella diocesi di Benevento. Poco lontano, a Foglianise, era sorta una seconda chiesa e probabilmente altre ne erano sorte nel Sannio; ma in nessuna di esse erano custodite ufficialmente delle reliquie. Su indicazioni dellAbate Madelmo del monastero di Santa Sofia di Benevento, Roberto scoprì il corpo integro delleremita Menna sepolto sotto laltare della chiesa di Tocco e lo portò con sé al fine di promuoverne il culto presso i pellegrini e i cavalieri posti a loro protezione che da Capua partivano per andare in Puglia a imbarcarsi verso la Terra Santa: Menna veniva infatti venerato come protettore delle madri poiché ridava loro il latte in caso di mancanza e il culto della Madre di Gesù che allatta era appunto il prediletto dai Templari. Il conte Roberto portò il corpo del Santo a Caiazzo, ma ciò non riscosse lapprovazione dal vescovo per cui il feudatario non poté realizzare subito il suo progetto; fu il vescovo Adalardo di SantAgata a cogliere al volo lopportunità per il paese: promise al conte grande venerazione per le reliquie da parte dei santagatesi e appoggio le opere di rifacimento della cappella comitale che le avrebbe ospitate. Con una solenne cerimonia, gli abitanti di SantAgata insieme a quelli di Airola guidati dallAbate del monastero benedettino di San Gabriele attesero larrivo delle reliquie sulle rive del fiume Isclero. Qui i due religiosi caricarono il corpo sulle spalle tra i canti esultanti della folla fino al borgo e lo collocarono nella chiesa appena restaurata sotto laltare di San Pietro. Era il 30 marzo ma non è noto di quale anno; è però certo che il 4 settembre del 1110 il Papa Pasquale II, rifugiato nel Sannio sotto la protezione di Roberto, consacrò la bellissima chiesa intitolandola a San Menna confessore: da questo momento essa divenne il più famoso centro di culto del Santo in Campania, autore di una serie di miracoli che riguardarono il Conte e i pellegrini; accanto ad essa sorse una piccola casa monastica che ospitò fino al 1135 monaci di Regola agostiniana e Benedettini di Airola.
  • Chiesa e convento di San Francesco
Nella prima metà del Quattrocento una piccola comunità francescana era stanziata nella chiesetta oggi diroccata di San Francesco Vetere fuori le mura, fondata, secondo linterpretazione di alcuni studiosi, dallo stesso Santo durante il suo viaggio verso Avellino di ritorno dal Santuario di San Michele Arcangelo del Gargano agli inizi del Duecento. Due secoli dopo i Francescani di SantAgata ebbero nel secondo marito di Giovanna II regina di Napoli, un sostenitore: Giacomo di Borbone, infatti, sposato nel 1415 alla regina, nel 1435, dopo una vita di intrighi e battaglie, prese i voti nellOrdine ritirandosi in Francia. A quel tempo i feudatari di SantAgata erano i De la Rath, famiglia catalana protetta dalla Regina e da Alfonso dAragona; i Francescani ottennero da essi di poter abbandonare la piccola struttura isolata sulla collina continuamente preda dei ladri e di ricevere un convento e una chiesa allinterno del borgo. Rimaneggiata nel Settecento, epoca in cui lOrdine era molto coinvolto nella vita secolare, la chiesa di San Francesco contiene al suo interno elementi di diverse datazioni come la tomba di Ludovico Artus, feudatario di SantAgata fino al 1370, il soffitto ligneo a cassettoni settecentesco e una preziosa pavimentazione dipinta nella bottega napoletana del Maestro Giuseppe Massa, originario di Pietrastornina Av, autore del chiostro di Santa Chiara a Napoli, raffigurante scene della vita di San Francesco, oltre a una successione di cappelle votive segnate dagli stemmi delle famiglie patrizie locali. Nel Settecento fu parzialmente ristrutturato anche il convento, con laggiunta dello splendido portale marmoreo allingresso; nellOttocento, con il riutilizzo della struttura come Casa Comunale, al primo piano fu realizzata la Sala Consiliare, affrescata con paesaggi santagatesi e con un dipinto del 1899 raffigurante SantAgata, del pittore Vincenzo Severino, in cui sarebbero presenti significati massonici. Lex convento conserva la divisione interna in celle monastiche e il chiostro, in cui è conservata la stele commemorativa della primitiva casa monastica.
  • Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli
Ledificio sorge accanto al Monastero delle Suore Redentoriste che utilizzano la chiesa per le loro funzioni religiose. Fu costruita nel XVIII secolo per volere di SantAlfonso Maria de Liguori sulle rovine di una precedente cappella intitolata a San Bartolomeo de Ferraris.
                                     

4.2. Monumenti e luoghi dinteresse Architetture civili

Esempio di architetture seicentesche sono:

  • Palazzo costruito da Cornelia Pignatelli donato allOspedale San Giovanni di Dio annesso alla chiesa della SS. Annunziata.
  • Palazzo Rainone
  • Laboratorio di trasformazione e conservazione dellazienda vinicola Mustilli edificio coperto da una gigantesca volta a botte
  • Palazzo Jovene del Girasole
  • Palazzo Vescovile, più volte trasformato

Fra il XVIII e il XIX secolo nacquero meravigliose residenze a corte, ricche di giardini pensili e orti, residui dei piccoli terreni utilizzati tra le mura in caso di assedio. Ne sono un esempio:

  • Residenza Mongillo;
  • Palazzo Canelli;
  • I due palazzi Mustilli; uno dei due conserva una ricca collezione archeologica comprendente vasi, bronzi, monete, fioccaglie, monili ecc., rinvenuti nel territorio di Saticula, ereditati dalla famiglia Rainone che si estinse nella famiglia Mustilli, e Minieri de Marco;
  • Palazzo del vescovo Jannotta;
  • Palazzo Ciardulli, poi passato in eredità alla famiglia Bellotti - Passarelli;
  • Palazzo Mosera, di origini cinquecentesche, caratterizzato da un frantoio del XIX secolo; attualmente sede dellAssociazione Pro S. Agata - Pro Loco e di una ricca biblioteca;
  • Palazzo Tidei;
  • Palazzo de Silva;
  • Palazzo Picone;
  • Palazzo Viscardi;
  • Palazzo De Masi.
  • Palazzo Testa, destinato ad essere Stazione Ferroviaria ma trasformato successivamente in residenza signorile;
  • Palazzo Bellotti - Passarelli, con bel cortile in stile pompeiano, arricchito da decorazioni e colonne bianche e piano nobile affrescato;

Fra il Settecento e lOttocento fu realizzato anche il cimitero comunale, con unampia esedra in stile neoclassico e una serie di sepolcri e cappelle patrizie di grande eleganza.

                                     

4.3. Monumenti e luoghi dinteresse Castello ducale

Dopo lanno 1000 i Normanni Drengot, divenuti beneficiari del feudo, trasformarono la città e la rudimentale torre longobarda in fortellicium, ossia fortezza, composta da un vero e proprio castello in pietra di tufo sorto vicino alla porta sud e da un sistema di rafforzamento del kastron mediante contrafforti e torri di avvistamento; Roberto Drengot, conte di Alife, Caiazzo, Airola e SantAgata de Goti, stabilì nel castello la sua dimora di fronte alla cappella comitale, ai piedi della quale si vede ancora oggi la cava di fabbrica detta" la fossa”. Le torri quadrangolari normanne oggi si percepiscono ancora: il castello conserva traccia degli ambienti altomedievali al piano terra, mentre allesterno è evidente il corpo aggettante aggiunto nellOttocento con una serie di botteghe. Nella corte interna si ammirano ancora i bellissimi decori murali a motivi geometrici quattrocenteschi le modifiche cinquecentesche, realizzati per trasformare la fortezza in residenza nobiliare di prestigio: pare infatti che in epoca angioina vi fosse ospitata per qualche tempo Giovanna I, regina di Napoli e di Provenza, protettrice del feudatari" Artus” di stirpe cadetta, provenienti da quella terra. Dopo il 1400, estinti gli Artus, il castello fu abitato alternativamente dai De la Rath, dai Cossa, e dagli Acquaviva. Nel Cinquecento, allo scopo di rafforzare la difesa verso est, fu realizzata una nuova torre circolare usata come prigione fino ai tempi moderni. La superficie su cui si estende il castello è pari a più di 3000 metri quadrati: a ridosso della porta sud, attuale piazza Tiziano Della Ratta, doveva essere lo spazio riservato alladdestramento equestre e alla preparazione dei soldati, poi trasformato in piazza del mercato, oggi utilizzato come parcheggio. Nel 1696 la famiglia Carafa della Stadera di Maddaloni acquistò il castello già molto rimaneggiato come premio del re per la fedeltà e la lealtà dimostrata nel tempo: ai Carafa, famiglia napoletana nata nel Trecento, suddivisa in varie discendenze in base ad attività e fortune, era infatti assegnato da secoli il compito di proteggere e controllare i più importanti snodi viari dellodierna Campania. Fu Domenico Marzio Carafa duca di Maddaloni, morto nel 1703, ad acquisire il castello di SantAgata alla fine del Seicento; egli non ebbe molto tempo per abitarlo: daltronde i Carafa di Maddaloni possedevano molte dimore sparse in Terra di Lavoro non tutte abitate e abitabili. Esse, una volta acquisite venivano assegnate a vari membri della famiglia in eredità, in modo che ciascuno iniziasse una nuova cellula per proprio conto. Il castello di SantAgata fu assegnato alla figlia di Domenico Marzio, la duchessa Caterina Carafa della Stadera di Maddaloni sposata con Domenico Carafa principe di Colubrano, poco più che ventenne: la coppia decise di abitare presso il feudo poiché alcune sale del castello riportano testimonianza di un rinnovamento che mai sarebbe avvenuto in una dimora non abitata. Fanno parte delle decorazioni gli affreschi a immagini cosiddette "grottesche" della sala al primo piano dove il pittore Tommaso Giaquinto realizzò agli inizi del Settecento una scena raffigurante Diana e Atteone. NellOttocento il castello fu ceduto nelle sue parti di volta in volta a famiglie patrizie locali e al Comune, determinando una frammentazione delle proprietà e delle funzioni, messa in risalto dal restauro degli anni Ottanta.
                                     

5.1. Cultura Musei

La chiesa della Madonna del Carmine in piazza del Carmine ospita un museo che raccoglie reperti della vita di SantAlfonso Maria de Liguori, che si festeggia in agosto.

Occasionalmente e per alcuni periodi dellanno la chiesa di San Francesco ospita importanti mostre archeologiche internazionali come quelle multimediali dedicate ai due vasi del maestro ceramografo Assteas, ritrovati nella necropoli di Saticola e custoditi abitualmente a Montesarchio e a Napoli.

Inoltre, in occasione della celebrazione del cinquantesimo anniversario della firma dei trattati di Roma, in rappresentanza della propria cultura e della storia millenaria del Vecchio Continente, lItalia ha scelto come opera uno vaso greco raffigurante il ratto di Europa e proveniente da SantAgata de Goti. Vaso a figure rosse di tradizione ateniese, risalente a metà circa del IV secolo a.C., realizzato presso lofficina ceramica di Paestum e a firma di Assteas. La sua provenienza da SantAgata de Goti non sorprende perché alcune delle opere migliori della fabbrica pestana sono state rinvenute in questo centro campano-sannita.



                                     

5.2. Cultura Cinema

SantAgata è stata spesso set cinematografico, vi sono stati girati infatti molti film e cortometraggi. Tra gli altri Il resto di niente, ispirato allomonimo romanzo di Enzo Striano, La mia generazione, con Silvio Orlando, Claudio Amendola e Stefano Accorsi, Limbroglio nel lenzuolo con Maria Grazia Cucinotta e Nathalie Caldonazzo e Si accettano miracoli di Alessandro Siani 2014.

                                     

5.3. Cultura Eventi

  • Giugno: Infiorata del Corpus Domini. Organizzata dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso fondata da Gaetano Mosera, ufficiale borbonico, alla fine dellOttocento. Ogni anno nel mese di giugno le piazze del centro storico ospitano infiorate e altari in onore della processione alle quali possono partecipare anche i visitatori.
  • Suoni di Terra. festival multiculturale che si svolge ogni anno tra lultima settimana di agosto e gli inizi di settembre
                                     

6. Economia

Prodotti tipici

Il territorio santagatese è tradizionalmente votato alla produzione di olio, vino, frutta mele e ciliegie in special modo, ortaggi, cereali e legumi.

Fra le specialità di frutta si coltiva la mela annurca, prodotto che nel 2006 ha ottenuto il marchio IGP Indicazione geografica protetta. Il frutto, piccolo e schiacciato, si caratterizza per le proprietà organolettiche: polpa bianca compatta, acidula e profumata. Era già conosciuta e apprezzata nellantichità romana, e citata da Gaio Plinio Secondo noto come Plinio Il Vecchio che nel suo Naturalis Historia ne localizza lorigine nella zona di Pozzuoli; la mela annurca viene coltivata in tutta la Regione Campania.

Di gran qualità sono i vini, bianchi e rossi, prodotti a SantAgata de Goti, fra cui sono rinomati soprattutto la falanghina, che ha ricevuto la denominazione DOC con la dicitura SantAgata dei Goti Falanghina, e laglianico, etichetta DOC SantAgata dei Goti Aglianico riserva.

                                     

7. Amministrazione

Altre informazioni amministrative

Il comune fa parte della Comunità montana del Taburno e del consorzio G.A.L. Taburno.

Servizi ospedalieri

  • CMR-Centro Medico Erre Privato
  • Ospedale "SantAlfonso Maria de Liguori"