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ⓘ Padergnone è stato un comune italiano di 809 abitanti della provincia di Trento. Dal 1º gennaio 2016 il comune, assieme ai comuni di Terlago e Vezzano, forma il ..




Padergnone
                                     

ⓘ Padergnone

Padergnone è stato un comune italiano di 809 abitanti della provincia di Trento.

Dal 1º gennaio 2016 il comune, assieme ai comuni di Terlago e Vezzano, forma il nuovo comune di Vallelaghi.

                                     

1.1. Storia Segni di Roma

Il primo atto amministrativo in grado di coinvolgere delle istituzioni della Conca dei Due Laghi sembra essere quello consumato nel secondo secolo d.C. dal toblinese Druìno, il quale, in qualità di amministratore dei campi dei Toblinati, dovette versare duecento sesterzi al collustrione vezzanese per ottenere lautorizzazione alla costruzione del tempietto dedicato ai fati e alla fate, di cui parla la lapide murata in Castel Toblino.

Con i suoi tre siti funerari depoca romana quello di Sottovi, della Croce e dei Cantoni e con lospitalità data alle famiglie di coloni romani i Paterni e i Barbati ai fini della produzione del vino retico, larea padergnonese, compresa comera fra il collustrio vezzanese a nord e il complesso abitativo dei Tublinates a sud, diede il suo specifico contributo alla romanizzazione molto intensa della Valle dei Laghi e partecipò alla formazione del pagus tardo-imperiale che la interessava. Questultimo si poneva come intermedio fra il territorio del muncipium Tridenti eretto nel 46 d.C. e quello del pagus Nomassi Lomaso in Giudicarie.

I pagi, naturalmente, erano tenuti alla lontana a rispettare le leggi romane, ma a livello locale ubbidivano, collandare del tempo, alle disposizioni dei magistri pagorum e dei curatores pagi, che si servivano delle cosiddette leges paganae antenate dei futuri statuti comunali ed erano dotati di tutte le competenze riguardanti la gestione del culto e di ciò che allora costituiva i pubblici servizi. Già in età augustea il municipium trentino, con confine al Gaidoss, venne assegnato alla tribù Papiria, ma il territorio fu attribuito alla tribù Fabia, appartenente al municipium di Brescia. Le terre attualmente trentine costituivano lultima propaggine settentrionale della X Regio Italica. Più oltre si profilavano le aree provinciali della Raetia e della Vindelicia.

                                     

1.2. Storia Verso la rarefazione istituzionale

Leco delle istituzioni romane resse anche nel 268 d.C., quando un esercito minaccioso di Alemanni, penetrato nellattuale Valle dei Laghi, fu sconfitto a stento dallimperatore Claudio II nella piana di Riva. Da allora un castrum, collocato sul Castìn, vegliava sulla conca padergnonese, e la nostra zona divenne importante, oltre che per motivi economici e civili, anche per ragioni militari. I soldati cristiani, apportatori di reliquie, la resero significativa anche dal punto di vista religioso: è probabile che ad essi risalga, infatti, il culto cristianizzatore di s.Valentino, di s.Massenza e dei santi Nerei.

Gli Alamanni si rifecero vivi nella zona anche nel 271, e nel 452 gli Unni, nel 464 gli Alani e nel 476 i Goti. Erano spinti a percorrere la nostra terra dalle temibili fortificazioni erette in Valle dellAdige, incoraggiati dalla viabilità locale messa a punto da secoli di presidio militare romano. Intorno ai magistri pagorum e ai curatores pagi come il toblinese Druino si andavano condensando alla bene e meglio i futuri nuclei delle pievi. Era iniziato il tempo della rarefazione istituzionale soprattutto delle campagne, temperata soltanto dallinsorgenza delle eredi di pagi: le pievi rurali.

Quando, nella seconda metà del secolo VI, arrivarono i Longobardi, San Martino in monte divenne terra di frontiera. Come tutti gli altri San Martino che compongono il sistema giudicariese, anche il territorio dei due laghi fu sede di una guarda inerpicata sullomonimo gahagi, dove gli arimanni custodivano gelosamente la loro identità ariana contro quella cristiana dei conquistati. La piccola chiesa dallabside quadra, quando anche i longobardi si fecero cristiani, fu intitolata al santo vescovo di Tours, la cui vita è il paradigma dellesistenza di questo popolo. San Martino fu confine fra la diocesi di Milano e quella di Aquileia, la prima fedele, nelle controversie teologiche della seconda metà del secolo VI, alla chiesa romana, e laltra propugnatrice, fino agli inizi del secolo VIII, dello scisma tricapitolino.

I Longobardi non erano un popolo molto compatto. Fra il re e i nobili, detti duchi, non correva buon sangue. Fino ad un certo momento la nostra zona appartenne al patrimonio regio, ma in seguito il potente duca di Trento Evìno morto nel 595 annetté al suo ducato gau, che confinava con quello di Brescia, anche il territorio padergnonese con tutta lodierna Valle dei Laghi e forse anche il Basso Sarca. Nonostante essa dovesse risentire ancora per molto della sua situazione di frontiera, fu verosimilmente questa circostanza a costituire la prima formale e debole assegnazione della zona alla sfera istituzionale trentina. Accanto al gau trentino si andava configurando la ripartizione territoriale della Judicaria Summa Laganensis, che comprendeva il Basso Sarca, Le Giudicarie, le Valli di Ledro e del Chiese, e dipendeva direttamente dal re o, in suo nome, da un giudice con poteri autonomi rispetto ai duchi.

I Longobardi impiegarono quasi cento anni ad imparare il latino e a capire che i reati andavano puniti dalla legge e non con fàide di famiglia, e che in caso di controversie giudiziarie ci volevano prove e testimoni anziché improbabili giudizi di Dio. Dei latini sottomessi, quelli che non erano schiavi erano solo semiliberi gravati di pesanti tributi. Ciò nonostante la gente del luogo imparò più dai Longobardi che da qualsiasi altro popolo invasore. I Longobardi davano grande importanza alle assemblee, che erano tutelate dallEditto di Rotari 643 d.C., tanto quelle règie e quelle generali degli arimanni art.8, quanto quelle ducali o placiti e quelle pievane, chiamate conventus ante ecclesiam o fabulae inter vicinos art.346. I vicini avevano diritto di prestare giuramento in mancanza di uno dei giudici detti sacramentales; ad essi spettava larbitrato per stabilire eventuali danni provocati al bestiame o verificatisi in seguito ad incendio doloso. Era anche riconosciuta ai vicini una forma di proprietà comune, indivisa e indivisibile, ignota al diritto romano e matrice dei futuri usi civici. Fu da questa cultura vicinale longobarda che poterono nascere, più tardi, Regole e Comuni.

                                     

1.3. Storia Listituzionalizzazione della pieve

La Chiesa di Roma non amava gli ariani Longobardi, e più di una volta si rivolse ai Franchi per toglierli di mezzo. Delle varie incursioni franche in territorio longobardo, quella del 590, comandata da Cedino, ebbe la ventura di distruggere il castrum Vitiani, per poi inoltrarsi oltre il Casale a radere al suolo il castrum Ennemase Lomaso. Dopo che i Franchi, nel secolo VIII, scesero per conquistare, il circondario padergnonese fece parte del Sacro romano impero di Carlo e poi del Sacro romano impero Germanico dei Sassoni e del Franconi.

Carlo dei Franchi lasciò dapprima i duchi al loro posto, dopo aver sterminato con inaudita ferocia ogni rimasuglio di arianesimo nostrano: la sua violentissima dearianizzazione è consegnata al leggendario racconto delle sue imprese contenuto nel Privilegio di Santo Stefano di Carisolo. In seguito, però, egli riempì la zona di conti e di marchesi di origine franca, trasformando anche il ducato di Trento prima in contea e poi in marca. I Franchi introdussero il sistema feudale: secondo loro lunico proprietario del mondo era limperatore sacro e romano, il quale, con le buone o con le cattive, concedeva in beneficio a certi suoi fedeli feudatari abilitati a ripetere in proprio loperazione in scala ridotta qualche territorio con la gente che ci abitava e che faceva tuttuno con la terra.

Mentre i Longobardi avevano favorito, con landare del tempo, la piccola proprietà privata o allodiale e la proprietà collettiva o vicinale, e avevano mantenuto le distanze dalla Chiesa di Roma, i Franchi favorivano la servitù della gleba e si dedicavano soprattutto al clero, verso il quale erano straordinariamente prodighi di benefici. Nellarea trentina essi vanno ricordati soprattutto per listituzionalizzazione delle pievi e soprattutto delle decime. Queste ultime erano in vigore fin dagli albori delle pievi, assumendo allora però la modalità di versamento spontaneo dei ricchi e dei potenti al fine dellalimentazione del tesoro per i poveri. A partire dalla regola di Aquisgrana, emanata da Ludovico il Pio nell816, la decima venne secolarizzata con una caratteristica duplice inversione: da una parte venne istituzionalizzata, resa obbligatoria e addossata alle classi meno abbienti a favore del ceto clerico-feudale, e dallaltra fu parificata alle imposte civili, fino a quando, nella prima metà del secolo XX, venne abolita come privilegio feudale.



                                     

1.4. Storia La congerie istituzionale e la confederazione del Pedegaza

Il circondario padergnonese divenne, nella prima metà del secolo XI, parte integrante del Principato vescovile di Trento, dal quale sarebbe uscito soltanto dopo ottocento anni. La collocazione politico-amministrativa di ununità insediativa medievale è frutto della congerie istituzionale tipica del tempo. Il Principe vescovo di Trento era suddito immediato del Sacro Romano Impero ed insieme risultava posto sotto avvocazia del Conte di Tirolo che, dal XIV secolo in avanti, era anche arciduca dAustria e spesso anche imperatore. Nel Principato Padergnone era posto nella Pretura esterna ultra Athesim, con tutte le altre comunità del Bucco di Vela fino a Cavedine, mentre il nome di Pretura interna era riservato alla città di Trento, e quello di Pretura esterna citra Athesim designava le comunità di sponda sinistra dellAdige. Ad iniziare almeno dal secolo XIII la Pretura esterna venne divisa per ragioni fiscali in varie gastaldìe. Padergnone era compreso, insieme con Vezzano e il Pedegaza, nella gastaldia di Maiano con sede a Santa Massenza o a Ciago, mentre a nord-est si estendeva la gastaldia di Oveno Sopramonte e a sud la gastaldia di Arco.

Di grande importanza religiosa, e quindi civile, era poi la collocazione pievana, che vedeva Padergnone inserito nella pieve di Calavino, che confinava, fino almeno al secolo XII, con la pieve di Santa Maria di Trento e con quella di San Lorenzo del Lomaso. Più tardi si costituirono la pieve di Sopramonte, con sede a Baselga prob.1183, la pieve di Cavedine prob.1267 e forse la pieve di Terlago 1445. Infine vera la collocazione comunitaria, che metteva insieme in una rudimentale confederazione, con vari e differenziati vincoli, Padergnone con quello di Vezzano e gli altri del Pedegaza.

                                     

1.5. Storia Gli Statuti quattrocenteschi e il sodalizio vezzano-padergnonese

La storia statutaria padergnonese ha inizio il 2 aprile del 1420, quando gli Antiani et majores ac regulani villarum Vezani et Padrignoni ottengono i primi Statuti da Antonio da Molveno, vicario del conte di Tirolo Federico Tascavuota, che in quel periodo aveva occupato la città di Trento e fatto esiliare il principe vescovo Giorgio di Liechtenstein. La concessione era probabilmente legata ai servigi che la nostra gente aveva prestato al Tascavuota, allorché sera sentito il bisogno di rimettere in sesto il forte del Castìn per contrastare le puntate verso Trento del Lodron, alleato del vescovo. Naturalmente questi primi Statuti, redatti in latino e quindi sintomatici di una composizione abbastanza elitaria dellautorità costituita, non si pongono come generatori delle cariche e delle norme locali, ma piuttosto come ricognitori e formalizzatori delle stesse, già di per sé presenti da secoli sul territorio padergnonese.

Il sodalizio vezzano-padergnonese aveva avuto modo di cementarsi a partire fin dal secolo XIII 1208, durante i vari episodi della lite per Arano, che vide le due Comunità contrapporsi in solido a quelle di Vigolo e di Baselga per lo sfruttamento di un territorio compreso fra il corso iniziale della Roggia Grande e lacqua del ferèr, e denominato, appunto, Arano. La controversia ebbe termine nel 1467 con la spartizione delle rispettive zone dinfluenza, e negli atti dellultimo processo compare anche unautorità padergnonese: ser Tonino da Padergnone. Il sodalizio si mantenne vivo anche nei secoli XV e XVI, quando i vezzano-padergnonesi si scontrarono con i confederati del Pedegaza e con altre Comunità limitrofe nella controversia sui fuochi. La materia del contendere comune a tutta la realtà trentina riguardava questa volta la scelta della figura fiscale dei foci fumantes in alternativa a quella dei foci dudum descripti. La seconda era preferita da quelle comunità che, come le nostre due, avevano avuto un saldo demografico positivo, mentre la prima era ambita da quelle che avevano subìto una contrazione della popolazione.

La controversia sui fuochi, nella quale i Vezzano-padergnonesi prevalsero quasi sempre, è molto bene indicativa del medievale regime dei privilegi, e in una delle sue fasi, quella del 1409, troviamo espressamente dichiarata la volontà delle due Comunità di separarsi dal Pedegaza. La soluzione si ebbe nel novembre del 1527. Si era appena conclusa la guerra rustica, durante la quale Cavedine, Terlago e il Pedegaza avevano unito le loro forze per assaltare Trento, mentre invece i Vezzano-padergnonesi avevano protetto la fuga del vescovo Bernardo, e lavevano scortato sino alla rocca di Riva. Il Cles, allora, decretò che i Vezzanesi e, dato il sodalizio, anche i Padergnonesi, come si erano staccati dal Pedegaza nella fedeltà al loro principe, così siano separati in tutto e per tutto dagli uomini del Pedegaza e possano eleggersi e avere il proprio sindaco e gli altri ufficiali.

                                     

1.6. Storia Gli Statuti in solido o quasi

La nuova realtà del sodalizio senza vincoli confederali è suggellata negli Statuti comuni vezzano-padergnonesi del 1579-80, concessi ed approvati per la prima volta dal principe Ludovico Madruzzo. Lo stato attuale della conoscenza delle fonti ci autorizza a ritenere che fra le due Comunità, sino almeno al 1788, esistessero dei tratti tanto di identità quanto di diversità. In un documento del 1570 si parla di ununica vicinitas che devessere mantenuta concorde. In altri del 1727 e del 1743 si dice che detti Vezzani e Padergnoni sono un solo comune. Alcuni articoli degli Statuti comuni sono riferiti al solo Vezzano o al solo Padergnone, ma la maggior parte sono cumulativi. In alcune approvazioni degli stessi Statuti si parla di entrambe le Comunità, mentre in altre del solo Vezzano. Quando, nel 1777, il maggiore padergnonese Giacomo Biotti chiede al principe lapprovazione dei capitoli aggiuntivi, si premura di consultare i convicini.

Daltra parte la copia padergnonese degli stessi Statuti comuni porta una titolazione diversa dalle copie vezzanesi e reca un numero diverso di capitoli 131 contro 133, uno dei quali, molto importante, non compare in quella vezzanese. Negli Statuti comuni compaiono regole, maggiori ed altre autorità esclusivamente padergnonesi. In montagna, secondo un documento del 1680, esistevano beni comunali esclusivamente padergnonesi, e secondo il capitolo 116 degli Statuti comuni i vicini di Padergnone non possono essere astretti a far malga con quelli di Vezzano. Negli Statuti comuni non si fa mai menzione della normativa sul lago, la quale doveva quindi essere formalizzata a parte e solo per Padergnone. A seconda che si privilegino i tratti identici oppure quelli diversi, si può parlare rispettivamente di sodalizio forte oppure debole.



                                     

1.7. Storia I maggiori dalla roda allelezione in terna

I maggiori i capi della comunità e i loro aiutanti, i saltàri, avevano il compito di attuare e far rispettare la variegatissima normativa locale presente negli Statuti. Essi erano elletti drio la roda, cioè scelti a turno nella regola, assemblea dei rappresentanti di famiglia. Se a rappresentare la famiglia era, però un pupillo orfano, oppure una vedova, la roda doveva seguitare inanti. Secondo la pergamena civica, i primi maggiori esclusivamente padergnonesi e quindi non più in comune con Vezzano eletti drio la roda Valentino di Luchi e Mathe Sembenotto prestarono giuramento l11 novembre 1612. I maggiori del 1612 segnarono, dunque, un notevole affievolimento del sodalizio. Negli antichi documenti si trovano spesso nomi di altri maggiori padergnonesi: Nicolò Bernardi e Aliprando Beatrici 1637, Giovanni Bernardi 1667, Jacobo Chemello e Aldrighetto Frizera 1669, Paolo Fantinello e Antò Conzetta 1675, Baldessar Beatrici 1710, Valerio Todeschi e Francesco Luchi 1727, Antonio Chemelli 1768, Giacomo Biotti 1777, propositore dei capitoli aggiuntivi, Giovanni Maria Morelli 1787.

Nel 1635 venne affiancato ai maggiori il consiglio segreto dei dieci, un gruppo di dieci huomini da bene et buona fama che doveva essere scelto e fatto giurare dai maggiori nuovi subito dopo la loro elezione. La loro funzione era di notevole rilevanza civile e sociale, ed assai singolari le loro modalità dazione: tener la ragion, e la giusticia del ben publico e tener secreto quanto si tratta in detto consiglio. Si tratta di una forma assembleare assai diversa da quella della regola, che era perfettamente pubblica e palese. Più tardi, però, nel Settecento, mutò la modalità di elezione dei maggiori. Un po alla volta il meccanismo della roda, molto imparziale ma sostanzialmente cieco, lasciò il posto ad un compromesso tra listanza aleatoria e un elemento di responsabilità: si mettevano cinque capi di famiglia vicini in sorte per luno di questi essere cavati in sorte.

Nelle quarantacinque pergamene padergnonesi riunita. Le mogli, le vedove, le nubili le separate erano considerate soggette a tutela o a curatela, e quindi dovevano esprimersi tramite il marito le prime oppure tutte le altre mediante procuratori. Tutte le sedute della Rappresentanza erano pubbliche, eccettuato il periodo di neoassolutismo politico 1851-1862.

La Rappresentanza, che durava in carica tre anni, sceglieva poi nel suo seno a pluralità assoluta di voti la Deputazione comunale, formata da un Capocomune e da due Consiglieri. Il Capocomune era assistito da un Cassiere che assisteva il Capocomune nella rigorosissima stesura del bilancio consuntivo e di previsione, da un Esattore per la scossione e il versamento delle imposte dirette, e forse anche da un Segretario pagato dallo stesso Capocomune. La prima normativa istituzionale comunale del 1819 venne affinata in epoca asburgica con varie seguenti disposizioni di legge, le più importanti della quali sono la legge provvisoria del 1849, la legge quadro del marzo 1862 Disposizioni fondamentali per gli affari comunali, il Regolamento per la Contea Principesca del Titolo del gennaio 1866 e la legge del giugno 1892.

A livello molto generale, il potere del Comune dei regolamenti si presentava più debole di quello del Comune delle regole, e rifletteva il passaggio dalla medievale congerie istituzionale allasburgico assolutismo selettivamente decentrato. Erano sparite le competenze giurisdizionali, quelle di polizia giudiziaria e molte di polizia urbana, tutte assorbite dallonnipotente Giudizio distrettuale e dalla sua gendarmeria, sotto tutela del quale il nuovo Comune veniva a trovarsi, ed al quale doveva frequentemente rapportarsi.

Rimanevano al Capocomune alcune competenze attenuate di polizia locale per tutto ciò che concerne la nettezza, la sanità, i poveri, le strade, il fuoco, i mercati, il buon costume, i domestici; la sorveglianza per la conservazione dei termini di confine e la cura per la sicurezza delle persone e delle proprietà; limpedimento della questua sulle strade e lallontanamento dal comune dei mendicanti che non appartengano al medesimo. A tutto ciò andavano ad aggiungersi anche alcune prerogative di polizia edilizia, come lapplicazione del generico regolamento edilizio ed il rilascio delle licenze; la manutenzione dei locali scolastici popolari e della canonica, e il tentativo di conciliazione sine iure fra eventuali parti contendenti, tramite uomini di fiducia. Nellesercizio di queste funzioni il Capocomune poteva comminare multe fino a dieci fiorini venti corone oppure, dietro convalida del Giudizio di Vezzano, larresto fino a 48 ore.

Allo stato attuale delle ricerche, troviamo per la prima volta nominata la Rappresentanza padergnonese in un documento del novembre 1845, nel quale appare anche il Deputato comunale Pietro Sommadossi, a proposito della vendita del campo alla Spighéta per rifondere la campana maggiore rotta. Essa ricompare anche nellagosto 1851 in una transazione col curato per la fruizione della canonica e dellorto annesso, e nel documento del 1905 di fondazione del legato Borselli, nel quale è menzionato anche il Consigliere Daniele Rigotti. In una permuta del 1908 per la nuova sede comunale troviamo ricordati i due Consiglieri Illuminato Bassetti e Mansueto Biotti. Il primo nome di un Capocomune appare nel 1822: Valentino Chemelli. Seguono poi Pietro Sommadossi 1831, Decarli 1842, Carlo Rigotti 1851-1857, Decarli 1857-1860, Domenico Sommadossi 1860-1863, Beatrici 1866, Bernardino Rigotti 1870, Fortunato Rigotti 1873, Costante Decarli 1878, Morelli 1879-1882, Cesare Graziadei 1895, Bernardino Rigotti 1896, Decarli 1903, Francesco Morelli 1905, Cesare Beatrici 1908, Porfirio Sommadossi 1914-1917.

Delle due sfere dazione attribuite in epoca asburgica al Comune, una, quella detta delegata, lo obbligava a cooperare agli scopi della pubblica amministrazione: pubblicazione delle leggi, scossione delle imposte, cooperazione in affari di coscrizione e leva, provvisione alloggi e trasporto militari, consegna di ricercati o disertori, allontanamento dei forestieri sospetti, sorveglianza su pesi e misure, rilascio delle carte di iscrizione, dei certificati di buona condotta e dei permessi politici di matrimonio. Laltra, quella pur chiamata indipendente, permetteva finalmente al Comune stesso di liberamente ordinare, disporre ed eseguire con le proprie forze. Le quali ultime, però, per le nostre piccolissime comunità rurali, erano spesso assai esigue, consegnate comerano alla gestione dellavaro patrimonio comunale, alle tenui addizionali alle steore imposte dirette, al dazio sui magri consumi imposte indirette, e a varie altre soffertissime sovrimposte.

Nel 1908 la cancelleria cambiò residenza: in seguito a una permuta e a un versamento in contanti, lamministrazione comunale, insieme con la scuola che compare nei documenti a partire dal 1854 e la canonica, si trasferì nellodierno palazzo comunale. Condussero la transazione il Capocomune Cesare Beatrici e i consiglieri deputati Illuminato Bassetti e Mansueto Biotti. Intanto a partire dal 1907 anche le elezioni comunali si svolgevano a suffragio universale maschile, secondo la nuova legge elettorale asburgica.

                                     

1.8. Storia Primo assaggio ditalianità

Dal novembre 1918 la Comunità, conservando le vecchie istituzioni asburgiche, come tutte altre trentine, prese ordini dal Governatorato militare, diretto dal generale Pecori Giraldi e trasformato nel luglio 1919 in Governatorato civile con a capo Luigi Credaro. Nel 1921 si fece il censimento: Padergnone contava 431 abitanti e sulle prime il governo italiano sembrava orientato a favorire le autonomie locali. Nel novembre dello stesso, infatti, venne istituita la Giunta provinciale straordinaria per la Venezia Tridentina con sede a Trento in piazza Dante, la quale però venne abolita nellottobre del 1922 dai fascisti che si apprestavano a governare a modo loro lItalia, dando in mano il Trentino e lAlto Adige ad un prefetto fino al gennaio 1923.

Proprio nel gennaio 1923 la Venezia Tridentina assunse il nome di provincia di Trento retta da un Commissario reale straordinario, dalla quale solo nel 1927 si staccherà la Provincia di Bolzano. Sempre nel 1923 furono emanate disposizioni in base alle quali anche la Rappresentanza padergnonese doveva chiamarsi Consiglio e la Deputazione assumere il nome di Giunta comunale. Già nel 1921, però, i Padergnonesi chiamavano sindaco il capocomune Enrico Decarli. Dal 1918 li.r.Giudizio Distrettuale di Vezzano aveva preso il nome di Pretura e, come tale, sarebbe rimasto in piedi fino allaprile del 1931. Giunte e Consigli comunali durarono a malapena due anni, sostituiti come furono, a partire del 1925, da ununica autorità, il Podestà, di nomina governativa. Intanto iniziava la concentrazione delle piccole comunità che avrebbe ridotto in poco tempo il numero dei comuni trentini da 371 a 113. In esecuzione del Regio Decreto del marzo 1928 Padergnone venne aggregato come frazione al Comune di Vezzano e i beni sottoposti ad uso civico vennero governati da un Comitato frazionale del quale facevano parte rappresentanti di Vezzano, Padergnone, Fraveggio, Lon, Ciago, s.Massenza, Ranzo e Margone.

Il duce del fascismo, Benito Mussolini, eliminò qualsiasi tipo di elezione, considerata un inutile ludo cartaceo ; poi dichiarò guerra alla Francia, alla Gran Bretagna, allUnione Sovietica e agli Stati Uniti dAmerica; e infine finì morto ammazzato a Giulino di Mezzegra, mentre tentava di scappare in Svizzera travestito da tedesco. Fu a questo punto che si prese la decisione di restaurare il regime elettorale con gli interessi, e di far votare uomini e donne padergnonesi a suffragio universale diretto tanto nel referendum del 1946 quanto nelle successive elezioni comunali.

                                     

1.9. Storia Padergnone ai Padergnonesi

Padergnone era lunica fra le frazioni vezzanesi ad avere il bilancio in attivo e limpressione precisa di essere piuttosto trascurata dal capoluogo. Furono raccolte le firme sufficienti per chiedere il distacco del Paese dal comune di Vezzano e la sua ricostituzione in comune autonomo con la circoscrizione territoriale preesistente alla sua aggregazione al comune di Vezzano. Perché ciò avvenisse era necessario che almeno la maggioranza relativa dei suffragi dellintero comune di Vezzano risultasse favorevole. Quando il 14 ottobre 1951 si tenne il referendum, si ebbero 352 voti per il sì e 351 per il no. Dei 310 elettori padergnonesi, solo 234 si presentarono al voto, 2 votarono scheda bianca e 6 espressero la volontà di restare uniti a Vezzano.

Passò poi quasi un anno impiegato a mettersi daccordo sulla spartizione dei beni comunali e quindi si provvide ad emanare la Legge regionale del 23 agosto 1952, con la quale il Presidente della Giunta regionale Odorizzi, su approvazione del Consiglio della neocostituita 1948 Regione Autonoma Trentino-Alto Adige a statuto speciale, decretava la ricostituzione del Comune di Padergnone. Ci vollero inoltre altri quattro mesi prima che, con Decreto regionale del primo giorno di gennaio del 1953, fosse nominato per il neoricostituito Comune un Commissario straordinario ai fini di constatare la situazione patrimoniale e finanziaria del Comune nella persona del signor Matteo Adami. Passarono infine quasi diciotto mesi prima che nel giugno del 1954 venisse eletto il nuovo Consiglio comunale, in seno al quale lAdami era eletto Sindaco, e si desse il via agli uffici comunali e allanagrafe.

I censiti eleggevano direttamente a suffragio universale il Consiglio comunale, in seno al quale erano poi scelti il Sindaco e la Giunta comunale. Dopo il quadriennale mandato di Matteo Adami 1954-1958, fu la volta di Giuseppe Decarli, che fu sindaco per due mandati consecutivi, dal dicembre del 1958 al marzo del 1967. Seguirono poi Giuseppe Morelli marzo 1967-aprile 1971 e, per altri due mandati dallaprile 1971 al giugno 1980, ancora Giuseppe Decarli. Dal giugno 1980 al giugno 1995 resse il Comune con tre mandati quinquennali consecutivi Valentino Bassetti.

A partire dalle elezioni comunali del 1995 il Sindaco venne eletto direttamente dai censiti quale capo della lista col maggior numero di suffragi. A partire dal giugno 1995 il Comune fu retto da Luca Maccabelli, che ebbe dagli elettori la riconferma del mandato sia nel 2000 che nel 2005.