Топ-100
Indietro

ⓘ Francesco Saverio Nitti. Francesco Saverio Vincenzo de Paola Nitti è stato un economista, politico, saggista e antifascista italiano. Presidente del Consiglio d ..




Francesco Saverio Nitti
                                     

ⓘ Francesco Saverio Nitti

Francesco Saverio Vincenzo de Paola Nitti è stato un economista, politico, saggista e antifascista italiano. Presidente del Consiglio dei ministri del Regno dItalia, più volte ministro. Fu il primo Presidente del Consiglio proveniente dal Partito Radicale Italiano e il primo nato dopo lunità dItalia. La sua attività di economista fu apprezzata a livello internazionale e diverse sue opere furono distribuite anche allestero.

Tra i massimi esponenti del Meridionalismo, approfondì le cause dellarretratezza del sud a seguito dellunificazione nazionale, elaborò diverse proposte per affrontare la questione meridionale e analizzò le ragioni del brigantaggio nel sud Italia. Durante il fascismo, a causa di violente persecuzioni da parte degli squadristi fu costretto allesilio allestero, da dove sostenne e finanziò attività antifasciste.

                                     

1.1. Biografia Inizi

Nato a Melfi da Vincenzo e Filomena Coraggio, suo padre fu professore di matematica nella "Scuola di agronomia e agrimensura" di Melfi, ispettore dei Monti Frumentari e commissario prefettizio. I suoi ascendenti, di ideali laico-patriottici, parteciparono attivamente a rivoluzioni di stampo liberale. Suo padre, convinto repubblicano di tendenze socialiste, fu un volontario garibaldino, milite della Guardia Nazionale, membro della Giovine Italia e della Falange Sacra di Giuseppe Mazzini e affiliato allAssociazione Emancipatrice Italiana di Giuseppe Garibaldi. Due zii paterni furono condannati a morte durante linsurrezione antiborbonica a Napoli nel 1848, ma riuscirono a salvarsi con la fuga e lesilio. Il nonno paterno Francesco Saverio, medico con un passato da carbonaro, fu ucciso dalle bande di Carmine Crocco durante lassedio di Venosa, il 10 aprile 1861.

La vita della famiglia non fu mai serena, a causa di deboli condizioni economiche, peggiorate dal carattere ribelle e tuttaltro che acquiescente del padre, il quale era spesso protagonista di risse che finivano in guai giudiziari. Alletà di sei anni, Nitti si trasferì ad Ariano Irpino per frequentare le scuole elementari e nellautunno del 1877 entrò nel Convitto Nazionale "Salvator Rosa" di Potenza ove continuò gli studi fino al ginnasio. Nel 1882, Nitti si trasferì a Napoli per concludere il liceo e intraprendere gli studi universitari. Durante la sua permanenza a Napoli ebbe modo di conoscere Giustino Fortunato, anchegli originario della Basilicata, che sarà una grande influenza per la formazione culturale e politica del giovane Nitti.

Nel 1888, ancora studente universitario, divenne redattore del "Corriere di Napoli" e corrispondente della "Gazzetta Piemontese". Nello stesso anno pubblicò il saggio Lemigrazione italiana e i suoi avversari, che Nitti volle dedicare al suo mentore Fortunato. Nel 1890 conseguì la laurea in giurisprudenza con una tesi sul "Socialismo cattolico" e collaborò per i giornali La Scuola Positiva e Il Mattino. Insieme a Benedetto Croce e ad altri intellettuali napoletani fondò la Società dei Nove Musi. Nel 1894 divenne direttore della rivista La Riforma Sociale. Nel 1899 ricevette lincarico di professore di scienza delle finanze e diritto finanziario presso lUniversità di Napoli e praticò linsegnamento anche alla Scuola superiore di agricoltura di Portici. In questo periodo, Nitti si dedicherà strenuamente al tema meridionalista ma anche alleconomia italiana e ai destini delle democrazie in Europa.

                                     

1.2. Biografia Attività meridionalista

Nitti affrontò diversi temi per risolvere lemergenza economica del sud, come lo sviluppo industriale di Napoli e la valorizzazione delle risorse naturali presenti nel territorio meridionale, con particolare riferimento alla sua terra di origine, la Basilicata, e inoltre propose molte leggi speciali per il progresso del mezzogiorno. Proprio su questa materia elaborò un programma organico e innovativo di solidarietà sociale e di interventi per lespansione delle forze produttive.

Nei suoi saggi Nord e Sud 1900 e il successivo LItalia allalba del secolo XX 1901, Nitti espose la sua tesi sulle origini del dislivello economico e sociale tra settentrione e meridione italiano e criticò il procedimento in cui avvenne lunità nazionale, che per lui non produsse benefici in maniera equa in tutto il paese e lo sviluppo dellItalia settentrionale fu dovuto in grande misura ai sacrifici del Mezzogiorno. Fu molto polemico con i governi del suo tempo che, oltre a stanziare fondi di sviluppo maggiormente nelle zone settentrionali, istituirono un regime doganale che favoriva Liguria, Piemonte e Lombardia, accentuando così il divario tra le due parti e mantenendo il sud, a sue parole, come un "feudo politico".

Attraverso le sue ricerche, osservò una grande disparità a livello fiscale tra nord e sud, notando che città meridionali come Potenza, Bari, Campobasso avevano una pressione tributaria superiore a città settentrionali come Udine, Alessandria e Arezzo. Nitti, tuttavia, non lesinò critiche anche alla classe politica del meridione stesso, accusandola di mediocrità e disonestà.

La scienza delle finanze 1903 fu tra le sue opere di economia più rappresentative ed ebbe una distribuzione a livello mondiale. Fu tradotta in diverse lingue e adottata in diverse università, in Italia fin quando il fascismo lo rese possibile, Russia, Europa centrale e Sudamerica.

Con La conquista della forza 1905, Nitti cercò una soluzione per sopperire allo sfruttamento di risorse minerarie come ferro e carbone di cui lItalia è carente, puntando sulle potenzialità delle risorse idriche, criticandone la scarsa attenzione della classe politica nei confronti dellacqua e proponendo una nazionalizzazione del settore idroelettrico.

                                     

1.3. Biografia Attività di deputato e ministro

Nitti esordì in politica nel 1904, con lelezione a deputato nel Collegio di Muro Lucano. Il suo inizio si rivelò tuttaltro che facile a causa degli strascichi polemici della sua attività meridionalista, i quali resero complesso il suo rapporto con gli altri deputati della Camera e dove il suo primo intervento fu denigrato dal ministro Francesco Tedesco. In questo periodo, Giovanni Giolitti si avvale della sua consulenza tecnica per elaborare la legge sullo sviluppo di Napoli, ispirata al suo saggio Napoli e la questione meridionale 1903. Il progetto nittiano verrà solo realizzato in parte, con la nascita dellEnte Volturno per la produzione di energia elettrica e di uno stabilimento Ilva a Bagnoli per la produzione dellacciaio.

Assieme ad Antonio Cefaly e Giovanni Raineri, partecipò alla stesura dellinchiesta sulla Basilicata e la Calabria, interrogando direttamente il ceto popolare per poter migliorare la sua ricerca. Nitti criticò la Legge speciale sulla Basilicata 1904, poiché riteneva superfluo il piano di lavori pubblici, considerando la formazione del commercio dei prodotti agricoli e la diffusione dellistruzione come alternativa migliore per lo sviluppo regionale.

Nel 1911 fu nominato da Giolitti Ministro dellagricoltura, industria e commercio del suo quarto governo, divenendo così il primo meridionalista a ricoprire incarichi ministeriali. Nellaprile dello stesso anno, Nitti presentò alla Camera il progetto di legge sulla monopolizzazione delle assicurazioni sulla vita, che produsse forti dissensi da parte delle grandi compagnie private e di economisti di pensiero liberista come Luigi Einaudi. La proposta divenne comunque legge nel 1912 e portò alla nascita dellIstituto Nazionale delle Assicurazioni INA, conosciuto oggi come INA Assitalia.

Nel 1914 elaborò il progetto per la sistemazione idraulica della fiumara di Muro Lucano, che permise la distribuzione di energia elettrica per far funzionare nuovi opifici e industrie. Grazie al suo impegno lopera fu ribattezzata con il nome di "Lago Nitti". A lui si deve anche la nascita dellIstituto Zootecnico a Bella, a tuttoggi punto di riferimento per studi e ricerche universitarie a carattere nazionale e internazionale.

Nel 1917, durante la prima guerra mondiale, fu ministro del Tesoro del governo Orlando, dedicandosi ai problemi della guerra e della ripresa economica. Uno dei suoi atti come capo del dicastero del Tesoro fu, con la collaborazione di Armando Diaz, la creazione di una polizza gratuita dassicurazione di 500 lire per i soldati e di 1.000 per i graduati. Con il termine del conflitto, seguì le vicende del trattato di pace intravedendo le conseguenze drammatiche per il futuro dellEuropa provocate dalleccessiva chiusura dei paesi vincitori compresa lItalia in difesa degli interessi nazionali. Sotto il governo Orlando, Nitti istituì nel 1917 l"Istituto Nazionale per i Cambi con lestero", al fine di arginare la speculazione dei cambi e quindi laggravamento della situazione finanziaria del Paese. Nello stesso anno, con la collaborazione di Alberto Beneduce, fondò lOpera Nazionale Combattenti, con il compito di elargire assistenza economica e morale ai combattenti e attuare programmi di bonifica delle terre incolte.



                                     

1.4. Biografia Presidenza del consiglio

In veste di Presidente del Consiglio, fra il 1919-1920, Nitti si oppose in particolare ad atteggiamenti punitivi nei confronti della Germania e alla politica delle riparazioni imposte a quel paese dal Trattato di Versailles. Il 10 settembre 1919, sottoscrisse il Trattato di Saint-Germain, che definiva i confini italo-austriaci quindi il confine del Brennero, ma non quelli orientali. Le potenze alleate, infatti, avevano rinviato allItalia e al neo-costituito regno dei Serbi, Croati e Sloveni che nel 1929 avrebbe assunto il nome di Jugoslavia la congiunta definizione dei propri confini.

Il governo Nitti si trovò davanti a questioni molto delicate come la crisi economica postbellica e loccupazione di Fiume da parte di Gabriele DAnnunzio. Sul piano più strettamente politico Nitti si impegnò in quellopera di cancellazione ed eliminazione delle vecchie clientele giolittiane che contrastavano con le sue convinzioni spiccatamente democratiche, sostituendo il vecchio sistema elettorale uninominale con il sistema proporzionale, richiesto con entusiasmo dai gruppi popolari e socialisti. Per risollevare leconomia, il primo ministro attuò una politica che prevedeva misure per favorire le esportazioni, processi di riconversione delle industrie da belliche a pacifiche, e misure fiscali rigide per i ceti più alti. Al fine di andare incontro ai bisogni degli ex-combattenti nel frattempo inquadratisi nellAssociazione nazionale combattenti, venne promulgata la prima legge per le pensioni ai mutilati e agli invalidi di guerra, legge che fu ritenuta fra le migliori dEuropa, ad opera del Ministro per lAssistenza Militare e Pensioni di Guerra Ugo Da Como; infine varo, il 2 settembre 1919, il decreto legge n. 1633 noto anche come Decreto Visocchi, dal nome dellallora Ministro dellAgricoltura, teso a favorire la concessione di proprietà di terra ai contadini reduci dalla prima guerra mondiale. Tuttavia le scelte adottate dal suo governo non sortirono grandi effetti e i problemi economici e sociali, ancora persistenti, sfociarono in violenti scontri politici e sindacali il cosiddetto Biennio Rosso.

La presidenza di Nitti si trovò sempre più in bilico quando il 12 settembre 1919, una forza volontaria irregolare di nazionalisti ed ex-combattenti italiani, guidata dal poeta Gabriele dAnnunzio, occupò militarmente la città di Fiume chiedendo lannessione allItalia.

DAnnunzio detestava Nitti e lo accusava di non tutelare gli interessi dello Stato, tanto che il poeta lo soprannominò con lepiteto di "Cagoja" chiocciola in dialetto giuliano, nomignolo in origine affibbiato ad un rivoltoso triestino che, una volta arrestato, divenne noto al tempo per essere una persona sottomessa. Le tensioni con il poeta le aspre rivolte sociali indebolirono sempre più la sua legislatura. Il 2 ottobre 1919, istituì la Regia Guardia per la Pubblica Sicurezza, corpo di polizia destinato a mitigare le agitazioni e i tumulti popolari e che sostituì il Corpo delle Guardie di Città.

Le elezioni politiche decretarono la vittoria dei socialisti e Nitti, nonostante gli fosse confermata la fiducia del governo, scelse di dimettersi il 16 novembre, preoccupato anche dalle agitazioni sul fronte interno degli operai e degli agricoltori, ma il re Vittorio Emanuele III lo confermò alla guida del governo. Nellaprile 1920 Nitti partecipò alla Conferenza di Sanremo, in cui figurarono i rappresentanti delle quattro nazioni vincitrici della prima guerra mondiale.

Il 21 maggio 1920, Nitti formò un nuovo governo ma il mandato fu breve. A Pallanza, il nuovo Ministro degli Esteri Vittorio Scialoja iniziò i negoziati con i rappresentanti jugoslavi per la definizione del confine orientale; tali colloqui non ebbero esito in quanto la controparte insisteva per la fissazione dei confini sulla cosiddetta" Linea Wilson”, che portava il confine a pochi chilometri da Trieste e lesclusione di Fiume dalle richieste italiane. Ne conseguirono le dimissioni del Governo Nitti II, nel giugno 1920 dopo essere stato anche messo in minoranza sul decreto di aumento del prezzo politico del pane. Il suo posto verrà ripreso da Giolitti.

Nel 1922 Mussolini invitò Nitti ad unalleanza, con lintento di formare una coalizione che comprendesse popolari, fascisti, socialisti e chiedendo un posto nel ministero. Nitti interessato anche nel mettere fuori gioco il suo eterno rivale Giolitti accettò a due condizioni: niente ministeri politici e militari, scioglimento dei Fasci. Mussolini, concorde, si mostrò interessato solo ad un posto come ministro del lavoro. Nitti come gran parte dei politici della sua era sottovalutò la natura del fascismo e iniziò ad opporsi fermamente allimminente regime. Il 16 novembre 1922, Mussolini, neopresidente del consiglio, pronunciò alla camera dei deputati il suo primo discorso, il cosiddetto discorso del bivacco. Mentre esponenti politici come Giolitti, Orlando, De Gasperi, Facta e Salandra diedero la fiducia a Mussolini, Nitti si rifiutò di riconoscere la legittimità del governo fascista e abbandonò laula per protesta. A causa della sua astensione, iniziò ad essere vittima di intimidazioni fasciste e, nel frattempo, si ritirò nella sua villa ad Acquafredda di Maratea, sul litorale tirrenico.

                                     

1.5. Biografia La persecuzione fascista e lesilio

Durante il soggiorno ad Acquafredda, continuò a svolgere lattività pubblicistica relativa alle problematiche internazionali e proseguì la collaborazione con i più prestigiosi quotidiani europei. In questo periodo si diede alla composizione di una trilogia sullandamento politico in Europa composta da LEuropa senza pace, La decadenza dellEuropa e La tragedia dellEuropa, la quale verrà ultimata nel 1923. In aggiunta, scrisse diversi articoli per la United Press International, agenzia di stampa statunitense e mantenne stretti contatti con alcune personalità politiche, in particolare con lamico Giovanni Amendola.

In questo periodo, scampò ad unaggressione di un gruppo fascista giunto davanti alla sua villa, il quale decise di andarsene a seguito della difesa dellabitazione da parte di alcuni cittadini suoi amici, che vennero a conoscenza del loro arrivo. Gli squadristi rivolsero, tuttavia, minacce di un imminente ritorno. Dopo il soggiorno, Nitti tornò a Roma tentando di fermare il governo fascista per lultima volta. Il 30 novembre 1923 Mussolini, non avendo digerito il dissenso di Nitti verso il fascismo, mandò un gruppo di squadristi a devastare la sua casa nel quartiere Prati, oltreché minacciare lui e la sua famiglia. Nitti fu indotto a prendere la via dellesilio. Fu il primo di tanti esuli antifascisti, a cui si aggiunsero in seguito Gaetano Salvemini, Luigi Sturzo, Piero Gobetti, Giuseppe Donati.

Si recò con la famiglia prima a Zurigo e poi a Parigi dove, per 20 anni, si dedicò allattività antifascista e la sua casa in rue Vavin 26, dietro Montparnasse fu punto di riferimento per diversi oppositori del regime, come Pietro Nenni, Filippo Turati, Carlo Rosselli e Gaetano Salvemini. Lui stesso riconoscerà come la sua abitazione parigina sia stata "centro di unione politica e morale tra italiani. Alla nostra modesta mensa sedevano spesso gli uomini che più lottavano fra loro per diversità di programmi e di ideali: il sacerdote Sturzo e Modigliani di idee esageratamente anticlericali, Turati e Salvemini che si diffidavano tra loro, Treves e i repubblicani più accesi, Chiesa e i diffidenti suoi avversari". Nonostante non aderisse organicamente ai movimenti antifascisti in Francia, Nitti li sostenne finanziariamente e fu sua figlia Luigia a partecipare attivamente nel coordinare associazioni come la "Lega Italiana per i Diritti dellUomo" LIDU, fondata da Luigi Campolonghi e Alceste De Ambris. Nitti viaggiò anche in altre città europee come Bruxelles, Londra, Berlino e Monaco di Baviera, dove tenne discorsi sulla libertà e sulla democrazia.

Il 5 maggio del 1925 Nitti scrisse una lettera al re Vittorio Emanuele III che fu, sostanzialmente, unaccusa di connivenza con Mussolini che intanto aveva assunto poteri dittatoriali e incitò il monarca a prendere provvedimenti contro il suo governo. Durante il suo esilio, elaborò il saggio La Democrazia, una delle sue opere più importanti, che costituisce, ancora oggi, una rilevante testimonianza della cultura politica liberal-democratica dItalia.

Nellagosto 1943, fu arrestato dalla Gestapo a Tolosa e fu deportato in Austria: a Itter e in seguito a Hirschegg, dove vennero in seguito reclusi anche la duchessa dAosta e il figlio. Durante la prigionia nazista, Nitti scrisse Meditazioni dellesilio, pubblicate successivamente nel 1947. Tornò libero nel maggio 1945 grazie allarrivo delle truppe francesi.

                                     

1.6. Biografia Ritorno in Italia

Dopo la fine della seconda guerra mondiale e il ritorno alle istituzioni democratiche, rientrò in Italia, tenendo un discorso al teatro San Carlo di Napoli, e si riaffacciò sulla scena politica. Lucido ma affetto da problemi di deambulazione, non ricoprì incarichi ministeriali, sebbene nel 1945 fosse sul punto di essere incaricato di formare un governo di unità nazionale.

Divenne membro della Consulta Nazionale dal 1945 al 1946, facendo parte della I Commissione Affari Esteri. Fu deputato allAssemblea costituente dal 1946 al 1948 e senatore di diritto dal 1948 al 1953. Oltre a Giolitti, Nitti era in un particolare attrito con Vittorio Emanuele Orlando. Nel 1945, allapertura dei lavori della Consulta Nazionale, Nitti, ormai settantasettenne e con difficoltà motorie, dopo aver saputo che Orlando ironizzava sulla sua condizione di salute, disse "La vecchiaia a qualcuno offende le gambe e ad altri la testa".

Nei suoi discorsi alla Costituente avversò il sistema dei partiti e votò contro lintroduzione delle Regioni, ritenendole uno spreco finanziario e uninutile duplicazione di funzioni e di burocrazie. Nel maggio del 1947, dopo le dimissioni del terzo governo De Gasperi, il capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola gli affida il compito di formare un nuovo governo: lo statista lucano accetterà tale incarico ma fallirà nellintento di formare una maggioranza - a causa dei veti di Saragat, Orlando e di ampi settori della Democrazia Cristiana - e sarà costretto a rinunciare.

Nitti non partecipò alle elezioni del 1948, a causa della morte della moglie avvenuta due mesi prima. Nella primavera del 1952 fu a capo di un cartello elettorale formato dai partiti laici e di sinistra, che si presentò alle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Roma contro la DC. Fu anche tra gli ispiratori del movimento politico Alleanza Democratica Nazionale, che alle elezioni politiche del 1953 contribuì in modo decisivo a impedire lattribuzione allo Scudo Crociato e ai suoi alleati del premio di maggioranza previsto dalla cosiddetta "legge truffa".

Nel 1947 divenne Presidente dellUnione nazionale per la lotta contro lanalfabetismo, immaginata e voluta da Anna Lorenzetto. Il suo impegno nellUNLA si inquadrava nella sua vocazione meridionalista. Egli infatti condivideva il pensiero della Lorenzetto di aiutare il popolo meridionale ad elevare il suo livello culturale, e quindi, in quegli anni e in quelli successivi, a partire dalla Basilicata e dalla Calabria, si aprirono i Centri Comunali di cultura ai quali si potevano iscrivere gli adulti analfabeti per conseguire il grado di istruzione minimo e a volte anche il titolo di studio. Nitti restò presidente fino al 1952 e fu sostituito da Vincenzo Arangio-Ruiz dal 1952 al 1964.

Nitti morì a Roma il 20 febbraio 1953 per una congestione polmonare, nella sua casa nel centro storico, e fu sepolto nel Cimitero del Verano.



                                     

2. Vita privata

Nel 1898 sposò Antonia Persico, figlia del giurista Federico Persico 1829-1903. Dallunione nacquero cinque figli: Vincenzo, Giuseppe, Maria Luigia, Federico e Filomena. Vincenzo, a 16 anni si arruolò volontario nella prima guerra mondiale contro il volere del padre, fu fatto prigioniero a Caporetto, studiò poi legge, diresse una miniera doro in Jugoslavia e unaltra in Romania, morì di leucemia dopo la disfatta francese con i tedeschi. Giuseppe, avvocato, sposò Maria Luigia Baldini detta Pimpa, la figlia di Nullo Baldini, e fu nel secondo dopoguerra deputato del Partito Liberale. Federico, morto in giovane età, divenne un noto farmacologo. Anche Filomena fu una ricercatrice biologa, collaborando col marito Daniel Bovet, Premio Nobel per la medicina nel 1957. Francesco Fausto Nitti, suo pronipote, fu un volontario del primo conflitto mondiale, e in seguito, noto antifascista e partigiano, tra i fondatori del movimento Giustizia e Libertà.

                                     

3.1. Pensiero di Nitti Situazione preunitaria

Secondo Nitti, tra il 1810 e il 1860, mentre gli stati dellEuropa occidentale del centro-nord e paesi extraeuropei come gli Stati Uniti stavano conoscendo il progresso, lItalia preunitaria ebbe grandi problemi di crescita, a causa delle rivolte intestine e delle guerre dindipendenza. La malaria, soprattutto nel Mezzogiorno, contribuì a compromettere lo sviluppo della penisola.

Nitti ritenne che, prima dellunità, vi erano marginali differenze tra nord e sud le quali si sarebbero marcate nel periodo postunitario, nonostante il settentrione si trovasse in una posizione di privilegio rispetto al meridione:

Inoltre Nitti sostenne che tutta lItalia preunitaria avvertiva la carenza della grande industria:

Nitti reputò che il regno delle Due Sicilie seguiva un modello economico statico, dovuto, secondo il suo pensiero, alla mancanza di vedute e prospettive moderne. Egli ritenne che il governo borbonico, senza guardare allavvenire, mirava al semplice scopo di riscuotere meno tasse possibili e mantenere una pressione fiscale bassa, credendo di garantire il bene del popolo, una concezione da lui considerata retriva. Benché apprezzasse loperato politico-amministrativo del re Ferdinando II tra il 1830 e il 1848 e criticasse i suoi detrattori che ricordavano solamente gli aspetti negativi del suo mandato, egli sostenne che, fra il 1848 e il 1860, il governo borbonico aveva impostato una politica volta ad economizzare su tutto, pur di non creare nuove imposte, evitando anche le concessioni industriali, la formazione di banche e società per azioni.

Nel regno vi era unesigua spesa a livello infrastrutturale, le province versavano in una situazione piuttosto retrograda, quasi prive di scuole e strade "una grandissima città per capitale con un gran numero di province quasi impenetrabili" disse Nitti. Egli ritenne però, al tempo stesso, che "vi era uno stato di grossolana prosperità, che rendeva la vita del popolo meno tormentosa di ora". Inoltre si espresse positivamente sugli ordinamenti amministrativi e finanziari dello stato borbonico, giudizio sostenuto anche dal senatore Vittorio Sacchi, inviato a Napoli da Cavour dopo lunità nazionale. Tale regime economico avrebbe reso il regno delle Due Sicilie lo stato preunitario con minori imposte, con maggiori beni demaniali ed ecclesiastici e con una quantità di moneta due volte superiore a quella di tutti gli altri stati della penisola messi assieme, ma allo stesso tempo il più arretrato del resto dItalia. Vide in tutto questo accumulo di ricchezza unoccasione mancata per uno slancio economico nel Meridione al momento dellunità. Sinteticamente Nitti disse:

Per quanto riguarda il Regno di Sardegna, Nitti intravide uneconomia più dinamica rispetto al regno delle Due Sicilie e una maggiore propensione alla trasformazione e alla modernità, sebbene i suoi barlumi di progresso e del nord in generale furono, secondo i suoi studi, favoriti maggiormente dallimpulso degli stati e dei capitali dellEuropa centrale le prime grandi industrie sorte al Nord furono costruite nella maggior parte dei casi da francesi, tedeschi e svizzeri. Nitti imputò la grave crisi economica del regno sardo ad ingenti spese pubbliche. Dopo aver paragonato le diverse voci di spesa, fra i bilanci degli stati preunitari, egli rilevò che la depressione finanziaria del Piemonte, iniziata prima del 1848, si aggravò tra il 1849 e il 1859 a causa di unenorme quantità di lavori pubblici improduttivi, anche se riconobbe che, al 1860, il Piemonte possedeva "grandissima rete stradale; numerose ferrovie e canali, e opere pubbliche di grande importanza".

Le sue tesi "controcorrente" sulla rivisitazione dellItalia preunitaria, suscitarono polemiche non solo da parte di numerosi esponenti politici, che vedevano nelle sue parole un revanscismo borbonico e una messa in discussione del mito risorgimentale, ma anche degli stessi meridionalisti. Lo stesso Fortunato non condivise in toto le elaborazioni di Nitti, dichiarando che lItalia meridionale entrò a far parte del nuovo Regno in condizioni differenti da quelle da lui sostenute, anche se era concorde sul fatto che lo Stato italiano beneficiava maggiormente le province settentrionali a discapito delle meridionali. Anche Salvemini dubitava delle cifre ricavate da Nitti, poiché le riteneva "falsificate" ma, come Fortunato, considerava innegabili i danni economici inflitti al sud dopo lunità.

Nitti smentì le accuse, ricordando il passato antiborbonico dei suoi ascendenti:

                                     

3.2. Pensiero di Nitti Moti risorgimentali

Nitti, differentemente dai suoi coevi, non riteneva il Risorgimento un movimento scaturito da sentimenti popolari ma il frutto del pensiero delle classi erudite. Egli sostenne che il popolo meridionale, ogni qual volta fosse avvenuta uninvasione, dimostrò sempre fedeltà al re borbonico, anche se manipolato per fini machiavellici, poiché la monarchia, nella sua concezione retrograda, mirava a garantire il suo benessere:

Per evitare il fallimento, la crisi del regno sardo poteva, secondo Nitti, essere risolta solo tramite la fusione della propria finanza con unaltra di uno "stato più grande" ma escluse la tesi di una mera occupazione, poiché Cavour voleva "fare di Napoli a ogni costo e con ogni sacrifizio una grande città industriale: e sviluppare nello stesso tempo le risorse agrarie del Mezzogiorno". Nitti imputò la piaga del mezzogiorno ai politici che lo sostituirono, ipotizzando tra i responsabili anche i meridionali stessi:

Inoltre, rilevò lipocrisia di tanti esuli meridionali rientrati in patria e che in passato avevano sostenuto la dinastia borbonica:

Ma Nitti non rinnegò loperato dei patrioti e che, nel bene o nel male, lunità nazionale portò una grande evoluzione sociale:

                                     

3.3. Pensiero di Nitti Brigantaggio meridionale

Nitti considerava il brigantaggio un fenomeno complesso, originato da diverse cause. Per lui il brigantaggio poteva assumere diverse forme: banditismo comune per sfogare i propri istinti, reazione dovuta alla fame e alle ingiustizie della società o rivolta di natura politica in cui le masse sostengono il proprio governo. Egli era contrario ai luoghi comuni del brigante dedito esclusivamente a delitti e grassazioni, definendolo semplicemente "un rivoltato e fra i rivoltati vi erano, come vi sono oggi, i sofferenti, gli idealisti e i perversi". Quindi tra i briganti Nitti vide diverse personalità, oltre a ladri e assassini, persone desiderose di diritti più umani e bramose di giustizia, che seppero guadagnarsi le simpatie dei ceti più bassi.

Egli cita un esempio fra tanti, Angelo Duca noto come Angiolillo, operante nella Basilicata settentrionale, in Capitanata e nelle province di Avellino e Salerno, per lui "il tipo più singolare, più interessante e quasi più leggendario del brigantaggio meridionale". Menzionò altri briganti, sebbene da lui considerati non al livello di Angiolillo, come Abate Cesare e Peppe Mastrillo, anchessi dediti ad opere caritatevoli.

Nitti individua lorigine del brigantaggio politico nel 1799, quando il re Ferdinando di Borbone fu cacciato da Napoli dallesercito francese e rifugiatosi in Sicilia. Egli aveva bisogno di una guida che accendesse gli animi popolari contro linvasore, individuandola nel cardinale Fabrizio Ruffo, che Nitti, nonostante non sembri ricordarlo positivamente, considerò "più onesto dei suoi sovrani". Ruffo riuscì a sobillare le classi proletarie, in cui vi erano sia banditi che miserabili.

Brigantaggio politico fu anche, secondo Nitti, la sua recrudescenza nel 1806, quando il Regno di Napoli fu occupato ancora una volta dai francesi e governato prima da Giuseppe Bonaparte e poi da Gioacchino Murat. I Borboni, fuggiti di nuovo in Sicilia, aizzarono le masse contro i francesi. Tra il 1810 e il 1860, egli constatò un ritorno del brigantaggio come banditismo comune ma vide alcune eccezioni a carattere sociale come Gaetano Vardarelli. In questo periodo Nitti vide fiorire il cosiddetto manutengolismo. Il brigante doveva avere un protettore, un informatore per compiere al meglio i suoi atti. Il manutengolo lo proteggeva per certi aspetti a causa della paura ma anche dellavidità, poiché vi erano coloro che speculavano sui briganti e che qualche volta si arricchivano sul loro operato.

Allindomani dellunità dItalia, Nitti vide una situazione simile a quella avvenuta nel 1799:

Si riformarono così bande di briganti, con i loro capi e i loro manutengoli, e il loro bersaglio principale era la borghesia. Il governo borbonico in esilio sfruttò il malcontento popolare nella speranza di riprendersi il trono e il neogoverno italiano ricorse ad espedienti molto cruenti, che Nitti denunciò:



                                     

3.4. Pensiero di Nitti Questione meridionale

Nitti considerava la questione meridionale determinata da diversi fattori. Egli accusò, in primis, i governi dellItalia unita di aver sfruttato le risorse meridionali per soddisfare gli interessi settentrionali:

Secondo il pensiero nittiano, le risorse finanziarie che lo Stato prelevò dai contribuenti furono in massima parte versate nellItalia settentrionale, consentendo al Nord non solo un maggiore incremento economico e sociale ma anche una maggiore educazione industriale. Nitti lamentò inoltre una maggiore presenza di settentrionali nella pubblica amministrazione e di come il sud non avrebbe funto solo da "colonia" economica ma anche elettorale:

Ma Nitti non escluse anche la responsabilità delle amministrazioni meridionali, le quali furono da lui criticate di preoccuparsi di cose meno rilevanti:

Non fu esente da critiche anche il popolo del sud che, per lui, mostrò di avere "qualità dissociali o antisociali: poco spirito di unione e di solidarietà, tendenza a ingrandire le cose o addirittura a celarle, per amore di falsa grandezza; per poco spirito di verità". Ritenne che mancasse uno spirito del lavoro nelle classi medie, uneducazione industriale, la buona fede commerciale, linteresse di ogni cosa pubblica e che i meridionali fossero acquiescenti verso lamministrazione e la politica in mano alle "persone indegne", pur di trarne piccoli vantaggi individuali. Infatti Nitti riteneva che "la questione meridionale è una questione economica, ma è anche una questione di educazione e di morale". A chiusura del suo saggio Nord Sud scrisse:

Per fronteggiare la questione meridionale, Nitti era contrario alla consolidazione del settore industriale al nord per poi essere estesa al sud con interventi statali, in cui si sarebbe tratto vantaggio dal minore costo della manodopera. Il pensiero nittiano individua quindi in Napoli il centro propulsore per fare decollare il processo di industrializzazione in tutto il Meridione. In riferimento alla sua natia Basilicata, egli intravide come panacea innanzitutto la conduzione del popolo verso uneducazione industriale e poi la regolarizzazione dei corsi dacqua, la costruzione di dighe, canali e laghi artificiali che avrebbero funto da base per lo sviluppo industriale della regione. Necessaria era anche una vasta opera di rimboschimento, che avrebbe ridotto la percentuale di terreni franosi.

                                     

3.5. Pensiero di Nitti Emigrazione

Nel dibattito sviluppatosi intorno alla questione dellemigrazione, Nitti assunse un atteggiamento controcorrente. I pensatori suoi contemporanei, quali Carpi, Robustelli e Florenzano, la consideravano una possibile causa di sfascio della società contadina e possibile generatrice di un preoccupante spopolamento nazionale, mentre Nitti, nel primo lavoro in cui affrontò largomento dal titolo Lemigrazione italiana e i suoi avversari 1888, si espresse in maniera differente.

Condividendo il pensiero di Giustino Fortunato a cui lopera è dedicata nella stessa materia, difese il diritto ad emigrare analizzando e contrapponendosi alle principali argomentazioni contro il fenomeno. In occasione del disegno di legge presentato il 15 dicembre 1888, considerò la proposta, che voleva autorizzare il Ministero dellInterno ad intervenire per bloccare lemigrazione quando questa raggiungeva un dato limite, come:

Per Nitti tutti i malefici effetti attribuiti al fenomeno dellemigrazione erano da considerarsi irreali, frutto per lo più di analisi sbagliate oppure dolosamente create per andare incontro ad interessi di classe. Non si poteva, secondo il meridionalista, ritenere che lemigrazione avrebbe creato uno spopolamento nazionale, in quanto nel Regno dItalia vi era un alto tasso di natalità, e per quanto concerne ai danni economici, allaumento dei salari o alla svalutazione dei terreni, sostenne che rilevazioni attente e sistematiche non avevano documentato nulla di ciò, e in relazione allaccusa di non riuscire di fatto a migliorare le condizioni degli emigrati, Nitti affermò che ciò poteva essere accaduto nellAmerica del Nord (a causa della" concorrenza” degli emigrati irlandesi, inglesi e tedeschi ma ciò non poteva essere affatto vero per gli italiani che si erano recati nellAmerica Latina.

Per le cause della specifica emigrazione nelle provincie meridionali, Nitti si soffermò sulle condizioni economiche, ai rapporti di classe e allassetto della distribuzione fondiaria del Mezzogiorno.

Per Nitti, quindi, lemigrazione degli italiani meridionali era la risposta sociale alle condizioni socio-economiche esistenti nel Mezzogiorno, una risposta spontanea, ineluttabile e inderogabile, "poiché se per alcune parti dellItalia superiore, lemigrazione è un bisogno sociale, per molte province dellItalia meridionale è una necessità, che viene dal modo come la proprietà è distribuita. Fino a che certe cause non si rimuovono, non si potranno evitare certi risultati". In questo modo il meridionalista arrivò ad equiparare il fenomeno migratorio con un altro fenomeno endemico del Mezzogiorno, quello del brigantaggio, sostenendo la tesi che il voler limitare, o addirittura sopprimere, lemigrazione, avrebbe potuto far sfociare nuovamente il malcontento della classe più povera nella guerriglia:

                                     

4. Azione politica

Annotando meditazioni pensieri e ricordi, durante la prigionia Nitti espresse più volte il desiderio di scrivere le sue memorie – ma ciò non avvenne. La ragione sta nella sua mentalità positiva, alla quale erano venuti a mancare i punti esatti di riferimento. Trovandosi Nitti rifugiato a Tolosa durante l’occupazione tedesca, temendo perquisizioni il figlio Federico rimasto a Parigi, incompetente di cose politiche e incapace di fare una cernita, preferì incenerire nei forni dell’Istituto Pasteur i registri, le agende e tutta la corrispondenza del padre dal 1924 al 1940. Senza quei riferimenti precisi Nitti si sentì probabilmente incapace di accingersi all’opera.

Proprio nell’epoca in cui l’idealismo si affermò contro il positivismo l’opera di Nitti dava ancora prova di quali fossero le migliori risorse politecniche delle scienze positive in materia politica e amministrativa, energetica e finanziaria, economica e demografica." Grande male di molti uomini più rappresentativi della Francia è la mancanza o la deficienza di studi economici e finanziari, e ancor più demografici. Questa tendenza è tanto più pericolosa in quanto toglie la sensazione della realtà”. L’abitudine all’uso di metodi quantitativi si vede in questo suo bilancio storico:" Se tutte le rivoluzioni hanno il loro attivo e il loro passivo, si può dire che la rivoluzione inglese, in rapporto alla civiltà mondiale, ha un passivo molto limitato e per l’Inghilterra ha un attivo molto considerevole. La rivoluzione americana ha un attivo e quasi nessun passivo. La rivoluzione francese, di ben più grande estensione e intensità, ha un enorme attivo e un enorme passivo, e la Francia e l’Europa intera ne risentono ancora l’azione”. Questo Salvemini di centro riassunse il suo pensiero politico generale così:" L’Inghilterra non è mai stata un paese democratico. La Francia non è mai stata un paese liberale. La democrazia, se non è temperata da uno spirito di conservazione e di tradizione, è molto spesso disposta a sacrificare la libertà”.

I pregi della sua formazione positiva si videro al momento dell’entrata in guerra dell’Italia. Essa andava discussa con ragioni logiche e non ideologiche:

Alleati come eravamo dell’Austria-Ungheria e della Germania, si doveva rimanere estranei al conflitto. Ma non si poteva rimanere estranei provvisoriamente e condizionalmente. Del resto l’astensione condizionale era assurda, perché o la Germania e i suoi alleati vincevano la guerra, o la perdevano. Se la vincevano avrebbero considerato nulle e immorali le concessioni fatte all’Italia in un momento di difficoltà, come per ricatto, e non le avrebbe mantenute. O perdevano la guerra, e allora i paesi dell’Intesa, animati da spirito ostile, non avrebbero riconosciuta nessuna delle concessioni. Il solo modo di non volere la guerra, fino a quando era possibile, era di mettersi fuori dalla guerra senza domandare nulla. Questa fu la mia azione nel 1915”.

Ma dopo averla osteggiata, la guerra divenne per Nitti un fatto dal quale era impossibile ritrarsi; ed egli si assunse responsabilità non sue soprattutto dopo Caporetto quando, per scongiurare il panico, come ministro del tesoro annunciò che non vi sarebbe stata alcuna moratoria dei crediti bancari" perché la responsabilità cadesse tutta su di me. Volli scrivere quel documento di mio pugno”.

Per il positivista Nitti la politica e la storia si riducevano a fatti. Come la guerra, anche la rivoluzione russa fu un fatto. Contro l’opinione di Clemenceau, che considerava i russi dei barbari ignoranti perfettibili e i tedeschi dei barbari istruiti imperfettibili, Nitti domandava che cosa avrebbe impedito di andare daccordo con la Russia bolscevica, dopo che s’era andati daccordo con la Russia degli zar:" Trapiantare i princìpi e i metodi della rivoluzione russa in un paese come l’Italia. sarebbe sicura rovina. Ma si può aggiungere che nello spirito della rivoluzione russa vi è qualche cosa che anche l’Italia non può ignorare”. Questo" qualche cosa” era la volontà di modernizzazione d’un paese arcaico al quale, per certi aspetti, lItalia poteva somigliare.

I pregi della sua formazione positiva furono talvolta un limite positivistico. Anche in politica per Nitti contarono sempre e soltanto i fatti, scevri d’ogni valore simbolico: il si e il no senza artifici correttivi giuridici o diplomatici, che egli non seppe mai proporre perché non li sapeva concepire. Il trattato di Versailles restò sempre per lui la sola causa del secondo conflitto mondiale. Il suo pensiero pragmatico si riassume in queste parole:" Come si può parlare di pace se le stesse cose sono concepite diversamente, secondo che siano fatte a danno o a vantaggio di una nazione o dei suoi avversari?” Egli conosceva assai bene la Francia, conosceva abbastanza bene il Regno Unito e un poco anche gli Stati Uniti. Questi e soprattutto il revanscismo e gl’interessi siderurgici e carboniferi francesi erano per lui dei fatti. Ma Nitti non conosceva la Germania, ed essa dunque non era un fatto: non conosceva il piano Schlieffen, per esempio, e non menziona neppure Weimar. Alla crisi del 1929 che, quando si abbatté sulla Germania, la propaganda di Hitler seppe retrodatare in senso nazionalistico come crisi del 1919, non dedica neppure una parola. Nulla, del pari, egli dice sul rifiuto di riconoscere la sconfitta con cui Hindenburg e Ludendorff prepararono la leggenda della" pugnalata alle spalle”. Il positivismo giuridico di Nitti si accanisce invece sugli articoli 227 e 228 del Trattato di Versailles che imponevano alla Germania riparazioni e la consegna al giudizio dei criminali di guerra. Entrambe le richieste erano, per Nitti, d’impossibile attuazione: non gli venne mai in mente la possibilità d’una soluzione mediante un parziale assolvimento dotato di significato simbolico. Quando la Germania si offrì di patteggiare a forfait 100 miliardi di marchi-oro, gli sembrò che la cifra fosse eccessiva e che ne bastassero 60 o 70 da pagare con merci in trent’anni. Nondimeno egli tace che il legname e il carbone richiesti non furono mai consegnati. Alla conferenza di Parigi Nitti propose che i principali imputati di crimini di guerra fossero giudicati a Lipsia da giudici tedeschi; ma poi ci ripensò: se tutte le potenze avessero aperto i loro archivi," non era da attendersi sorprese?”. Quando fu chiesto che almeno il solo Guglielmo II fosse esiliato nella colonia olandese di Curaçao come pena simbolica per le sue responsabilità, gli sembrò un atto giuridicamente eccepibile, e per giunta inumano: gli inglesi avevano esiliato Napoleone a Sant’Elena" senza la farsa di alcun processo”; ma" nel caso del Kaiser si arrivava subito alla soluzione di Santa Elena senza l’intermezzo dell’isola d’Elba”; e" a Curaçao poteva essere sicuro di vivere anche meno che Napoleone a Sant’Elena”. La completa ignoranza dei valori simbolici o ideologici, e il disinteresse per la storia come qualcosa di non sempre attuale o fattuale, fecero dimenticare a Nitti, per esempio, che nel 1871 Bismarck aveva avuto il cattivo gusto di proclamare la fondazione del Secondo Reich proprio a Versailles, e che per orgogliosa dignità la Francia aveva voluto saldare le riparazioni chieste dalla Prussia in anticipo sulla scadenza. Eppure egli riconosce che" I tedeschi intelligenti avevano sottoscritto per necessità il trattato di Versailles, senza credere alla sua durata”.

L’impresa di Fiume fu per lui, che l’osteggiò, ancora un altro fatto. Sebbene ogni trattativa diplomatica al riguardo fosse esclusa a priori, quando D’Annunzio minacciò ritorsioni per mancanza di viveri Nitti, temendo il peggio, si affrettò ad inviarli insieme con" una somma importante”. Lasciò invece cadere la proposta del generale Caviglia allorché si mise a sua disposizione per mettere fine all’avventura a fucilate come poi fece Giolitti. Quando una rappresentanza degli avventurieri gli chiese udienza, egli li ricevette dando del capogruppo Giuriati un giudizio indulgente. Si rifiutò viceversa di ricevere una delegazione di" cittadini fiumani rispettabili” venuti a lamentare le malversazioni subìte dai" cosiddetti legionari”.

Il fascismo fu l’ennesimo fatto che egli dovette riconoscere accettando, grazie alla mediazione di D’Annunzio, di stipulare un patto con Mussolini, dal quale fu travolto.

Sebbene nelle Meditazioni dell’esilio egli abbia finalmente, a malapena, riconosciuto il ruolo che l’immaginazione può svolgere nell’azione politica, e sebbene abbia egli stesso fantasticato di un’unione doganale dell’Italia con Romania e Bulgaria attraverso la Jugoslavia, il limite positivistico della creatività giurispolitica di Nitti si vede bene nel suo giudizio sui mandati. Egli giudicò con disprezzo i" miserabili giuristi” che, con l’istituzione dei mandati in Siria, Armenia, Mesopotamia e Palestina, si dedicarono alla" creazione di una forma giuridica che doveva accontentare tutti. secondo i puri principii di diritto”; e trattando l’argomento confuse immediatamente" il funesto equivoco dei mandati” con la sottrazione alla Germania delle sue colonie africane Togo e Camerun." Dopo la caduta della Turchia i francesi volevano la Siria come mandato, e interpretavano il mandato come una forma larvata di possesso da trasformare poi in dominazione diretta”. Unaffermazione di tanta importanza non è suffragata da alcuna prova anamnestica o documentale, e certamente Nitti lavrebbe fornita se avesse potuto esibirla. Così le contingenze storiche diventavano per lui ragioni di consenso o di ripudio in sola linea di principio: le idee non avevano valore creativo della politica e del diritto, a meno che non si presentassero come fatti compiuti o come forze ideologiche organizzate.

                                     

5. Meditazioni e ricordi

In mancanza delle sue predilette fonti statistiche, epistolari o diaristiche, ma giovandosi delle più diverse letture, durante la prigionia Nitti fu costretto a sintetizzare i suoi pensieri in liberi giudizi, i quali spalancano al lettore la mente in movimento d’uno statista non preoccupato che dall’eventuale indiscrezione dei suoi sorveglianti. È così che su persone e su personalità nazionali noi possiamo conoscere i fulminanti giudizi che in opere accademiche o pubblicistiche egli avrebbe, e ha, sicuramente taciuto. Non per caso il sottotitolo delle Rivelazioni è: Dramatis personae. A differenza della vita spesa nell’azione, dunque, l’attenzione dei pensieri e dei ricordi è rivolta non tanto ai fatti quanto, piuttosto, ai loro risultati nel giudizio. A parte qualche riferimento frenologico alcuni personaggi vengono definiti come" epilettoidi”, per esempio, i giudizi personali non hanno di positivo’ che l’intuizione psicologica e l’esperienza della vita. Vale la pena di passare in rassegna i principali.

A D’Annunzio, la guerra e Fiume è dedicato un lungo profilo di grande efficacia. Ciò che D’Annunzio diceva era del tutto indifferente:

Sapevo che tutto in lui era esteriore e che raramente diceva ciò che pensava, e anche più raramente pensava ciò che diceva”." Mi sorprendeva che le sue abitudini personali fossero in tanto contrasto con la sua condotta di scrittore. Ammiravo la sua grande capacità di lavoro. Moltissime ore egli rimaneva curvo di fronte al tavolo, e preparava e rivedeva i suoi scritti con pazienza da benedettino. Nulla era in lui improvvisato”." Giolitti senza molto esitare ordinò di attaccare Fiume per mare e per terra e di cacciarne via D’Annunzio e i suoi. Per quanto io non avessi alcuna stima né della morale né della serietà di D’Annunzio, lo sapevo uomo di coraggio e credevo che, dopo tanti giuramenti, si sarebbe fatto uccidere piuttosto che uscire da Fiume. Invece, gli assalitori avendo sparato appena qualche colpo di cannone, D’Annunzio ordinò la resa e uscì da Fiume. Tante proclamazioni di eroismo non poteano finire in modo più ridicolo. Se D’Annunzio si fosse fatto uccidere sarebbe finito in bellezza. Ma egli trattò Fiume come le sue amanti, che abbandonava dopo averle sfruttate ed esaurite”." Nella sincerità del mio spirito nulla mi offendeva nell’opera di D’Annunzio come quel misticismo postribolare, quella confusione continua, secondo le circostanze, del sacro e del profano, della religione e del lupanare, qualche cosa come il bidet con l’acqua santa”.

L’intelligenza di Clemenceau aveva nella sua manifestazione qualche cosa di arido. Mai in tutti i rapporti che ebbi con lui. notai altri sentimenti che di diffidenza e di avversione: mi pareva sempre che demolisse senza mai costruire. In realtà, nelle conferenze della pace non fece che demolire senza costruire. Vi erano sempre in lui più risentimenti che sentimenti, più volontà di distruggere che volontà di creare. Era in fondo un libertario, con una cultura larga ma frammentaria, con un’ignoranza di studi economici e finanziari, e quindi nella impossibilità di vedere nelle lotte umane, sia interne che estere, altra cosa che un’implacabile necessità e quindi la preparazione di nuove lotte: dominare per non essere dominati”." Clemenceau non rappresentava interessi, ma passioni”.

Sonnino era l’ebreo levantino, sempre agitato e sempre in stato d’intimo fermento: abituato a dissimulare la sua cupidità con l’austerità esteriore, ma sempre desideroso di successo quanto più la sua azione lo destinava all’insuccesso. Aveva l’anima del ghetto, una specie di intimo rancore per tutto ciò che non era il suo mondo. Ma le qualità ebraiche le migliori erano in lui distrutte o inutilizzate dalla eredità protestante, che gli dava una grande capacità di dissimulazione e un bisogno di affermazioni e atteggiamenti esteriori di virtù. Era la peggiore espressione del marrano ”.

Salandra" imboscò quanti erano intorno a lui, e imboscò soprattutto i suoi figli con ostinata perseveranza, ciò che non giovò al suo credito e determinò a lui tante giustificate avversioni. Poche cose fra gli ufficiali che combattevano facea più disastrosa impressione che il sapere come il principale autore della guerra mettesse tutto il suo sforzo nel tenerne lontani i suoi figli, pur facendo ogni giorno proclamazioni di eroica intransigenza”.

Cadorna era un uomo cólto e di buona fede, ma nella sua concezione si era forse fermato alle guerre di Napoleone di cui conosceva perfettamente la storia. Sacrificò invano tante vite di soldati senza una idea ben definita che non fosse errata e finì nel disastro di Caporetto dovuto, come Mussolini ebbe giustamente parecchie volte ad affermare, a incapacità dei capi”.

La catastrofe francese nel 1940" non fu una guerra, ma una specie di sciopero generale dell’esercito”.

Gli ebrei" hanno contribuito alle loro persecuzioni. Gli ebrei, ciò che è più grave, hanno essi stessi quella concezione razzista che rimproverano ora ai loro nemici”." Persecuzioni di ebrei vi sono state in tutti i tempi: ve ne furono nell’Egitto antico che pure li aveva accolti largamente, ve ne furono a Roma che pure fu così tollerante e quasi indifferente in materia di religione. Bisogna riconoscere, però, che di ciò la colpa è soprattutto degli ebrei stessi”." La mia convinzione, confermata dagli avvenimenti, è che poche cose han contribuito al movimento razzista e antisemita come il programma sionista di Gerusalemme”.

Se, come ha detto Platone, pensare significa intrattenersi in silenzio con se stessi, Nietzsche non poteva intrattenersi con se stesso, perché ritrovava il folle proprio in se stesso, e non potea intrattenersi in silenzio perché era troppo agitato”.

L’opera di Marx è" una espressione mentale del Talmud in formule hegeliane”.

Il successo di un uomo di talento è una giornata di sole che fa uscire tutte le vipere”.

                                     

6. Opere

  • Il socialismo cattolico 1891
  • LEuropa senza pace 1921
  • La popolazione e il sistema sociale 1894
  • Eroi e briganti 1899
  • Il capitale straniero in Italia 1915
  • LItalia allalba del XX secolo 1901
  • La déségrégation de lEurope trad. it. La disgregazione dellEuropa, 1946 1938
  • La pace 1925
  • Linquiétude du monde 1934
  • La città di Napoli 1902
  • Leone X e la sua politica secondo documenti e carteggi inediti 1892
  • La Democrazia 1933
  • La Scienza delle finanze 1903
  • Bolscevismo, fascismo e democrazia 1927
  • Lemigrazione italiana e i suoi avversari 1888
  • La tragedia dellEuropa 1923
  • Meditazioni dellesilio 1947
  • Napoli e la questione meridionale 1903
  • La guerra e la pace 1916
  • La ricchezza dellItalia 1905
  • La decadenza dellEuropa 1922
  • La conquista della forza 1905
  • Nord e Sud 1900
  • Meditazioni e ricordi 1953
  • Rivelazioni. Dramatis personae 1948
                                     
  • scienziato Francesco Fausto Nitti 1899 Roma, 1974 politico antifascista Francesco Paolo Nitti 1914 1979 storico Francesco Saverio Nitti 1868
  • Governo Nitti può riferirsi a due governi del Regno d Italia guidati da Francesco Saverio Nitti Governo Nitti I, in carica dal 23 giugno 1919 al 21 maggio
  • al merito di guerra. Pronipote dell ex presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti e figlio di un pastore evangelico, successivamente all aggressione
  • acquistate da Francesco Saverio Nitti allora presidente del consiglio, il quale lasciò alla villa il nome con cui è ancor oggi ricordata. Nitti tra 1920
  • Francesco Saverio è un nome proprio di persona italiano maschile. Femminili: Francesca Saveria Francese: François - Xavier Inglese: Francis Xavier Latino:
  • reale. Governo Nitti I 23 giugno 1919 - 21 maggio 1920 presidente Francesco Saverio Nitti Composizione del governo: Governo Nitti II 21 maggio 1920
  • volte ministro Francesco Saverio Nitti si laureò in Giurisprudenza perché voleva fare l avvocato. Con l avvento del fascismo la famiglia Nitti si rifugiò
  • statista antifascista ed ex Presidente del Consiglio dei ministri Francesco Saverio Nitti e di Antonia Persico, donna molto colta, figlia a sua volta del
  • infatti, un gruppo di studiosi fonda l UNLA e ne diventa presidente Francesco Saverio Nitti gli succederanno il giurista Vincenzo Arangio - Ruiz, il matematico
  • settecentesca. Villa Nitti fu costruita nei primi anni del XX secolo per essere la residenza estiva di Francesco Saverio Nitti e famiglia. La struttura
  • secolo figure significative quali il repubblicano Ernesto Nathan e Francesco Saverio Nitti Nathan, dal 1907 al 1913 sindaco repubblicano di Roma con il sostegno