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ⓘ Allivellazione della fattoria di Collesalvetti. Lallivellazione della fattoria di Collesalvetti rappresenta un passaggio importante della storia di quel territo ..




                                     

ⓘ Allivellazione della fattoria di Collesalvetti

Lallivellazione della fattoria di Collesalvetti rappresenta un passaggio importante della storia di quel territorio, perché grazie al Senatore Francesco Maria Gianni, che seguì personalmente tutto il processo di alienazione della fattoria, si crearono i presupposti per la nascita di un ceto borghese locale, costituito prevalentemente da trafficanti di campagna e piccoli possidenti, che rappresentava lossatura di quella che a distanza di pochi anni sarebbe diventata comunità.

                                     

1. Le allivellazioni leopoldine

Nel complesso delle riforme attuate dal granduca di Toscana Pietro Leopoldo grande importanza rivestì lalienazione di gran parte del patrimonio fondiario granducale, rappresentato da fattorie, Luoghi Pii e beni comunali. Questa operazione rispondeva principalmente a due esigenze: dare ossigeno alle malmesse finanze pubbliche e dare nuovi impulsi allagricoltura, che rappresentava nella Toscana di metà settecento la fonte di sostentamento economico per la quasi totalità della popolazione. Gran parte del terreno toscano era in mano allo Scrittoio delle regie possessioni, che amministrava il patrimonio del sovrano, o a ricchi possidenti che poco interesse avevano a sviluppare la produzione agricola. Il processo di alienazione dei beni granducali fu tuttaltro che semplice e vide il contrapporsi di due correnti di pensiero. La prima, sostenuta dallAccademia dei Georgofili, che portava avanti le istanze dei grandi proprietari, e che era caldeggiata presso la corte leopoldina da Angiolo Tavanti, Clemente Nelli e Giovan Francesco Pagnini, propendeva nettamente per la cessione dei possedimenti ai migliori offerenti, adducendo come motivazione la possibilità di ottenere maggiori introiti e limpossibilità da parte dei contadini di garantire adeguate entrate alla Corona. La seconda linea, elaborata da Francesco Maria Gianni e più vicina alle idee del granduca Leopoldo, prevedeva lassegnazione dei possedimenti da alienare, dopo un loro frazionamento, ai contadini che già vi lavoravano; la principale motivazione a sostegno di questa posizione era data dalla possibilità di creare un ceto di possessori di modeste quantità di terreno da loro direttamente coltivate, togliendo i fondamenti economici ad una nobiltà improduttiva e sollevando nel contempo contadini e mezzadri dalla servile dipendenza colonica. Ma non cera solo laspetto umanitario a sostenere le idee del Gianni che, nella memoria del 31 luglio 1769, dichiarava che "la terra, specialmente in mano a chi la lavora o guarda da vicino, è sempre ordinariamente la meglio coltivata, e quella che dà allo Stato il frutto della sua fertilità moltiplicato col frutto dellindustria del suo agricoltore, che riguarda la sua piccola possessione, o propria o livellaria, come il patrimonio di tutta la sua discendenza, e come lasilo che lo preserva dalla dipendenza dei ricchi e dei loro amministratori". Dunque la posizione del Gianni aveva anche una valenza di natura economica e mirava ad un incremento della produzione agricola. Questa era per il Gianni la strada da percorrere per uscire da quellarretratezza di mezzi tecnici e dall”assenteismo dei grandi proprietari”, che rendevano pessime le condizioni di vita della maggioranza dei contadini e che condizionava negativamente la funzione economica della campagna del Granducato.

                                     

2. Le condizioni dei contadini colligiani alla metà del Settecento

Fino alla seconda metà del Settecento la totalità della popolazione del territorio di Collesalvetti era dedita allagricoltura. Sin dallacquisto della fattoria da parte dei Medici nel 1476 i contadini avevano lavorato con rapporti di dipendenza diretta ma, a differenza della realtà agricola fiorentina, il modello mezzadrile stentò a decollare e nei due secoli successivi convissero forme contrattuali diverse, come laffitto, il livello, la conduzione diretta a mezzo salariati. Generalmente il contratto prevedeva laffidamento da parte del proprietario della terra, della casa, bestiame ed una serie di" accessori” ; in cambio il contadino avrebbe provveduto ad accudire il bestiame e a coltivare la terra; le spese per la gestione del podere compreso lacquisto del concime erano divise a metà. A metà erano divisi tutti i prodotti del podere, anche se il contadino era aggravato di oneri aggiuntivi, quali il trasporto a titolo gratuito della merce presso la casa del padrone o al mercato, gli" obblighi sul pollaio del contadino” che si pagavano in natura con uova e polli, i cosiddetti" patti angarici”, che prevedevano una serie di servizi gratuiti quali il trasporto delle derrate o le pulizie e i" patti di fossa”, in virtù dei quali i contadini avevano lobbligo di scavare e tenere puliti i fossati del podere. Le condizioni di vita dei contadini erano tuttaltro che agevoli e nel corso del XVIII secolo peggiorarono, anche in virtù del passaggio della dipendenza dallamministrazione granducale a quella degli affittuari iniziata nel novembre 1740, al punto che gran parte dei mezzadri risultava indebitata, con una conseguente crescita della dipendenza alimentare nei confronti degli affittuari, che determinava limposizione di nuovi aggravi a cui era impossibile sottrarsi, pena la minaccia di licenziamento in caso di rifiuto. Le difficili condizioni dei mezzadri nella seconda metà del settecento sono testimoniate dai redditi dei poderi delle fattoria di Collesalvetti: solo sette poderi generavano un reddito sufficiente a garantire condizioni economiche dignitose alle famiglie che li conducevano. Per gli altri, talvolta, non si raggiungeva neppure il livello minimo di sussistenza con le situazioni più critiche nei poderi dellarea Mortaiolo – Guasticce. Del resto leconomia di un podere poggiava su un delicato equilibrio dettato dal rapporto tra estensione del terreno da coltivare e numero di braccia adibite al lavoro, tra reddito ricavabile dal podere e consistenza numerica della famiglia. Una variazione di uno di questi fattori poteva determinare una crisi del" sistema podere” che conduceva allindebitamento, in una prima fase, e successivamente al licenziamento. Se, poi, si registrava unannata produttivamente ingenerosa, la situazione diventava per i contadini insostenibile. Condizione, quella dei contadini colligiani, condivisa con quelli di tutto il Granducato; caso emblematico è la terribile carestia del 1772 che spinse il vescovo di Cortona, mons. DIppolito a denunciare apertamente i proprietari che" si abbandonano ai loro lussi e vivono solo per le loro avarizie, senza curarsi delle miserie dei contadini”, aggiungendo che" se è vero che la terra non vale niente senza luomo …il contadino è il vero autore, e il solo depositario delle primitive ricchezze le quali passando dalle sue mani in quelle di tutti gli altri formano la ricchezza dei proprietari”.

                                     

3.1. Lallivellazione della fattoria di Collesalvetti Fase preliminare

Nel contesto del piano di alienazione del patrimonio fondiario del Granducato, lallivellazione della fattoria di Collesalvetti riveste unimportanza particolare per due motivi; in primo luogo il giudizio sullesito dellallivellazione fu positivo anche da parte di chi aveva osteggiato questa metodologia di dismissione. In secondo luogo perché tutto il processo che porterà alla definitiva assegnazione dei poderi quindi dalla fase progettuale a quella attuativa beneficiò dellattiva partecipazione del Gianni che, per Collesalvetti, fece tesoro dellesperienza non sempre completamente positiva delle precedenti allivellazioni realizzate in altre parti della Toscana. La fattoria di Collesalvetti era una delle aziende più grandi della Toscana 56.418 staiora, pari a 2.836 ettari; la sua consistenza veniva esaustivamente rappresentata dalla" pianta della fattoria di Collesalvetti di S.M.C. fatta lanno MDCCLIII” realizzata nel 1753 da Giuseppe Sovesina o Soresina, in cui vengono indicati i proprietari dei terreni confinanti con la fattoria. In una carta della Toscana, disegnata da Ferdinando Morozzi nel 1768 vengono indicate le località di Collesalvetti, Vicarello, Mortaiolo, Tanna, Badia, Marignano e Pergola.

Nonostante la vastità della fattoria, solo il 46% della superficie era appoderata, mentre oltre la metà era rappresentata da paludi che rendevano laria insalubre, praterie e boschi. Il 18 dicembre 1775 Pietro Leopoldo diede ordine al soprintendente dello Scrittorio delle reali Possessioni, Giovanni Francesco Federighi, di dare inizio alle operazioni di allivellazione della fattoria di Collesalvetti in virtù del fatto che il 31 dicembre sarebbe giunto a scadenza il contratto con Giovan Battista Bartolini, che era affittuario dal 1758, seguendo le indicazioni che Francesco Maria Gianni aveva inviato alcuni mesi prima. Il Gianni aveva suggerito di al livellare la fattoria a" porzioni separate” e per questo, a suo avviso, era necessario procedere ad una nuova ripartizione dei terreni, al fine di uniformare il più possibile le estensioni sia dei poderi già esistenti, sia di quelli che sarebbero stati creati, assegnando così a ciascun livellario terre quantitativamente e qualitativamente sufficienti a garantirsi il sostentamento allinterno della fattoria cera infatti molta differenza tra i vari poderi. Questa attività di perequazione richiedeva tempo e il Gianni consigliò al granduca di prorogare di un anno laffitto a Bartolini, per poter dare le disposizioni atte ad iniziare le operazioni preliminari dellallivellazione. La fase preliminare misurazioni e stime registrò invece dei rallentamenti che spinsero il Gianni ad inviare il 10 maggio 1776 una memoria in cui criticava loperato dei periti Giuseppe Sgrilli, Anton Francesco Sabatini e Marco Grazzini, ribadendo limportanza di realizzare, nel contesto dellallivellazione, dei piccoli livelli, costruendo a Collesalvetti alcune casette con un po di terra annessa da assegnare successivamente ad alcuni mezzadri della fattoria. La" memoria” del Gianni suscitò la reazione del soprintendente Federighi che, oltre a difendere loperato dei suoi periti, si dichiarò contrario alledificazione delle casette sostenendo che il costo previsto di 300 scudi per la realizzazione di ciascuna di esse avrebbe rappresentato per lerario una ingente spesa e non avrebbe comunque garantito il raggiungimento dellobiettivo prefissato in quanto difficilmente le famiglie assegnatarie avrebbero potuto mantenersi con il poco ottenibile dai terreni loro assegnati. Lopposizione del Federighi non fermò il piano predisposto da F.M. Gianni, ma, anche a causa del maltempo che aveva reso impraticabili le strade, lopera dei periti subì ulteriori rallentamenti. Solo lennesimo sollecito del Gianni, che si rivolse alla Segreteria di Finanza affinché i periti fossero sollecitati ad attenersi alle disposizioni ricevute, senza ulteriori richieste di chiarimenti di natura procedurale o di dilazione dei tempi), riuscì a sbloccare la situazione. Il 12 novembre 1777 il Federighi presentò a Leopoldo i risultati del lavoro dei suoi periti con un canone annuo totale valutato poco più di 6858 scudi, rispetto ai 6251 scudi pagati da Bartolini per laffitto. La prima fase aveva richiesto due anni, rispetto agli otto mesi previsti dal Gianni. per la fattoria che per i singoli poderi”. Nel mese immediatamente successivo pervennero 119 offerte per i terreni della fattoria e altre 21 dopo il 31 gennaio 1778.



                                     

3.2. Lallivellazione della fattoria di Collesalvetti Fase attuativa

Il 27 dicembre 1777 lallivellazione della fattoria di Collesalvetti ebbe inizio con la pubblicazione della notifica con cui il granduca sollecitava le offerte di chi volesse prendere a livello e a comprare i terreni della fattoria. Suddetti terreni sarebbero stati ceduti in" concessione in linea mascolina perpetua, con laudemio e canone, in base a offerte libere da entro un mese dalla notifica sia per lintera fattoria che per i singoli poderi". Le richieste vennero inviate al sovrano per le valutazioni del caso. Il 25 aprile furono concessi i primi 18 capi di livello tra cui 13 poderi; a giugno vennero assegnati altri 8 livelli tra cui 5 poderi. Fin dallinizio il processo seguì la linea dettata dal Gianni, che in questa circostanza, abbandonò la rigidità che lo aveva contraddistinto nelle precedenti alienazioni, consentendo laccesso ai livelli non solo ai mezzadri, ma anche a contadini benestanti, proprietari e coltivatori diretti di altri poderi, piccoli commercianti. Così il Podere vecchio di Magrignano fu concesso a Francesco e Giovanni Rispoli, contadini benestanti del piano di Pisa, con terre in proprietà e commercianti di bestiame e i Poderi 1° e 2° di Guasticce a Carlo Orsini e fratelli, proprietari di altre terre e di unosteria oltre ad altri negozi a Fornacette. La posizione debitoria della maggior parte dei mezzadri presenti sui vari poderi al momento dellalienazione aveva indotto il Gianni a rivedere la sua iniziale posizione intransigente facendogli ritenere opportuno, in difformità rispetto alla vicina Vicopisano dove le terre erano state assegnate ai contadini che le lavoravano, accordare i livelli" a chi si presenterà quando sarà trovato idoneo”. Questo dunque escludeva gran parte della mezzadria di Collesalvetti; del resto nella fase preliminare dellallivellazione i periti del Federighi avevano redatto una nota in cui i mezzadri erano stati suddivisi in tre categorie" buoni”," mediocri” e" cattivi” in base ai debiti nei confronti degli affittuari e alle condizioni del podere.

Nota dei lavoratori della fattoria di Collesalvetti, divisi in "buoni", "mediocri" e "cattivi", presentata dal soprintendente Giovanni Federighi al sovrano prima dellallivellazione.

Lo stesso Gianni aveva espresso giudizi negativi su alcuni contadini, usando toni assai severi. Ai mezzadri potevano essere concesse le nuove casette da fabbricare a Collesalvetti, per evitare fastidiose suppliche al sovrano, cosicché non si sarebbe rischiato" né fido di semente, né di bestiame ed il canone sarà pochissimo, atteso che si tratterà di terreno di poca valuta”. Latteggiamento del Gianni era dettato dalla volontà di ostacolare chi, profittando dellindebitamento dei contadini," volesse diventare di fatto livellario di una vasta possessione” chiaro riferimento ai nobili possidenti e combattere quindi il rischio del riformarsi del latifondo anche mediante dei prestanome. Non a caso dunque il Gianni fu rigido nel rifiutare la concessione a livello di cinque nuovi poderi su Guasticce ai nobili pisani Giovanni Bigazzi e Gherardo Silvatini. Nellestate del 1778 venne definitivamente approvata la costruzione di 15 casette. Nello stesso periodo pervennero le prime richieste, da parte di alcuni livellari, di una dilazione nel pagamento del canone previsto in due rate semestrali. Il Gianni, a cui era stato richiesto un parere, pur riconoscendo come giuste le istanze dei richiedenti, espresse parere sfavorevole, ritenendo opportuno che subissero" una stretta sul principio” piuttosto che fare iniziare la loro nuova esperienza con" promesse e dilazioni che paiono grazie e comodi” ma che avrebbero finito per rovinarli, vanificando gli scopi dellallivellazione, anche se successivamente, in occasione della prima rata prevista per il 31 marzo 1779, di fronte alle insistenti suppliche dei livellari, il Gianni ammorbidì la sua posizione, autorizzando lo slittamento del pagamento al 31 dicembre. Tra marzo e giugno 1780 furono al livellati altri 20 capi di livello e nella tarda estate del 1780 lallivellazione della fattoria era conclusa.

                                     

4. Gli effetti dellallivellazione

I giudizi sui benefici della dismissione complessiva del patrimonio fondiario del Granducato furono discordanti e tuttoggi la lettura della riforma leopoldina non è omogenea. Aalcuni critici moderni imputano principalmente a Francesco Maria Gianni e a Pietro Leopoldo la colpa di non essersi resi conto della materiale incapacità dei contadini di poter mantenere le spese di gestione dei poderi ottenuti. Nel 1803 il proposto Marco Lastri, in una relazione presentata allAccademia dei Georgofili affermava che" se ben si considera, non abbiamo fatto che pochi passi di una lunga carriera. Si è scritto molto, operato poco. In riprova di ciò abbiamo un fatto il più convincente: si è cresciuta la sementa, ma non la raccolta, manca la proporzione della staja e manca quella del terreno ridotto a cultura. Dunque è cresciuta la sementa, non glingrassi, non le vangature, non larte. Tuttavia in Toscana rende un terreno sullaltro qualcosa meno del cinque per ogni stajo a sementa. Di più, malgrado tanti scrittori, si veggono ancora i monti spogliati di piante; i boschi malissimo tenuti; laje scoperte di lastrico; le stalle scarse di bestiame e di foraggi; scarse le erbe ortensi, le quali abbondano in climi meno felici; scarsi e difettosi gli innesti, e scarse infine le diligenze, e i comodi per conservare le raccolte” In sostanza aumentata lestensione del terreno coltivato, ma a scapito dei boschi e dellallevamento; la produzione unitaria delle terre e delle vigne era diminuita rispetto a 50 anni prima. Eppure il caso di Collesalvetti sembra contraddire il giudizio del Lastri; i risultati dellallivellazione della fattoria erano infatti complessivamente buoni. Lo stesso Pietro Leopoldo, recatosi personalmente in visita in quelle zone, si dichiarò soddisfatto, constatando che tutti i livellari erano solventi e che" tutti sono animati a coltivare e fabbricare, avendo molti tra di loro già principiato sei o otto case nuove e volendo continuare così, avendo qualcheduno di loro fatto fino 500 scudi davanzo in questanno sul canone, benché sia stata annata mediocre”. Nel 1789 quasi 10 anni dopo lultimazione delloperazione il sovrintendente dello Scrittoio Ansano Perpignani confermava il buono stato del territorio al principe e il visitator generale Giovanni Papini scriveva che" lalienazione delle colline adiacenti al Colle Salvetti, ha digià prodotto smacchiamenti, fabbriche, coltivazioni, ed in qualche parte aumento di piante fruttifere”. Ma il dato che forse maggiormente rende merito al lavoro svolto da Francesco Maria Gianni è rappresentato dal fatto che negli anni successivi allallivellazione la quasi totalità degli assegnatari riuscì a consolidarsi sui propri fondi.