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ⓘ Controversie sullattentato di via Rasella. Lattentato di via Rasella è stato definito il caso italiano di memoria divisa più rilevante sia per la durata nel tem ..




                                     

ⓘ Controversie sullattentato di via Rasella

Lattentato di via Rasella è stato definito "il caso italiano di memoria divisa più rilevante sia per la durata nel tempo che per la molteplicità dei significati", "uno degli emblemi più evidenti della discordia che cè del Paese in materia di memoria storica". Dopo aver suscitato reazioni contrastanti e condizionato la realizzazione del celebre film Roma città aperta nel 1944, lattacco gappista è stato al centro di una discussione pubblica pluridecennale, accesasi soprattutto in occasione degli anniversari dellevento.

Le polemiche verso lazione partigiana sono state condotte principalmente da ambienti di destra, imputando ai gappisti la responsabilità principale del massacro delle Fosse Ardeatine. I gappisti sono stati accusati tra laltro di non essersi presentati ai tedeschi, i quali – secondo una versione dei fatti demistificata dalla storiografia – avrebbero dato inizio alle esecuzioni solo dopo aver chiesto invano agli attentatori di costituirsi. Altri aspetti discussi, tanto nel dibattito pubblico quanto in sede storiografica, sono stati: la legittimità morale della scelta di compiere un attentato di tale entità, considerati il pericolo per lincolumità dei civili presenti sul posto e lalto rischio di esporre la popolazione e i prigionieri a dure rappresaglie; lutilità militare dellazione, anche in rapporto allandamento delle operazioni alleate sui fronti di Cassino e Anzio in quel periodo; lopportunità di alzare il livello dello scontro in una città nelle particolari condizioni di Roma, la cui salvaguardia dalle ostilità era oggetto di notevoli sforzi diplomatici da parte del governo italiano e del Vaticano; le caratteristiche del reparto attaccato, il Polizeiregiment "Bozen", del quale si è discusso il valore militare e simbolico come obiettivo.

Inoltre, a partire dalla fine degli anni settanta, nellarea della sinistra libertaria e nonviolenta si discusse dellinfluenza culturale esercitata dalle azioni gappiste sui gruppi terroristici di sinistra attivi durante gli anni di piombo. Se critici come il politico radicale Marco Pannella e il filosofo Norberto Bobbio accostarono in vario modo il terrorismo gappista a quello dei gruppi eversivi del tempo, il Partito Comunista Italiano negò decisamente ogni affinità tra i due fenomeni e tra i rispettivi contesti storici.

Lo storico Gabriele Ranzato ha definito quella di via Rasella "una storia infinita, una contesa inesauribile di ambito nazionale che si ridesta ad ogni occasione con rinnovata animosità". Secondo una testimonianza resa negli anni novanta da Mario Fiorentini, che fu uno degli organizzatori dellazione partigiana, lopinione pubblica prevalente le è sfavorevole: "A Roma, se interpelli dieci persone su via Rasella, probabilmente tre capiscono il punto di vista dei gappisti e lo sostengono, due non sanno che dire, e cinque sono contrari".

                                     

1. Via Rasella e Roma città aperta

I fatti del marzo 1944 condizionarono la realizzazione del famoso film Roma città aperta 1945 di Roberto Rossellini, la cui produzione iniziò pochi mesi dopo la liberazione di Roma. A causa della loro forte carica divisiva, lattentato di via Rasella e leccidio delle Fosse Ardeatine non furono ricostruiti e nemmeno menzionati nella pellicola, nonostante fossero gli episodi più significativi delloccupazione tedesca della città. Uno dei personaggi principali, il sacerdote don Pietro Pellegrini, muore fucilato a Forte Bravetta come don Giuseppe Morosini, pur essendo originariamente ispirato alla vittima delle Fosse Ardeatine don Pietro Pappagallo. Secondo il critico cinematografico Stefano Roncoroni, studioso del film di Rossellini, fu una "sostituzione in corsa sicuramente dovuta alla volontà di non evocare il luogo reale dovera morto don Pappagallo, le Fosse Ardeatine, per non rievocare la causa che le aveva prodotte, ovvero lattentato di via Rasella". Lomissione fu dovuta anche ai contrasti sulla valutazione dellattentato sorti tra gli sceneggiatori Sergio Amidei e Ferruccio Disnan. Questultimo, di fede liberale, lo giudicava "uninutile dimostrazione di forza assolutamente non da compiere". Invece secondo Amidei, militante comunista la sua casa in piazza di Spagna era stata un luogo dincontro clandestino dei dirigenti del PCI durante loccupazione tedesca, si trattava di un atto di guerra che rendeva onore a tutta la resistenza romana. I contrasti con Amidei furono allorigine dellallontanamento di Disnan dai lavori del film.

                                     

2.1. Dibattito pubblico Anni quaranta

Nel corso del processo a Herbert Kappler, iniziato nel 1948, lUnità parlava dellazione partigiana come del "glorioso attacco di via Rasella, dove 32 banditi nazisti finirono per sempre di credere nel Führer".

La rivista Capitolium, pubblicazione ufficiale del Comune di Roma, in occasione del quinto anniversario delleccidio delle Fosse Ardeatine nel 1949, pubblicò un articolo commemorativo a firma del segretario generale Gino Crispo, nel quale lazione gappista è descritta come un avventato colpo di mano dettato da giovanile impulsività:

Lo stesso anno, per il quarto anniversario della liberazione dItalia, lintellettuale Franco Fortini scrisse per il quotidiano socialista Avanti! un duro articolo in cui criticava come ipocrite e retoriche le celebrazioni ufficiali dellavvenimento da parte dei "padroni di oggi", ossia della maggioranza democristiana al governo. Fortini replicò allaccusa di aver "monopolizzato" la Resistenza che veniva mossa ai partiti di sinistra dai loro avversari, sostenendo che questi ultimi non avrebbero potuto elaborare uninterpretazione convincente della guerra di liberazione, ossia uninterpretazione non solo in termini di guerra nazionale ma anche di guerra civile e guerra di classe. In questottica, Fortini riteneva che, tra tutti gli episodi della Resistenza, "quello che si dovrebbe meditare è forse il più sgradevole agli incerti: quello di via Rasella". Respingendo i valori dell "eroismo" e del "martirio" – parole che secondo Fortini "non facevano parte del lessico mentale dei nostri compagni di via Rasella" – e ribaltando le tradizionali accuse che, sulla base di tali valori, venivano mosse ai gappisti, lintellettuale fiorentino scrisse:

Fortini inoltre scrisse che lattentato di via Rasella offriva un esempio per il futuro, qualora loppressione dei nuovi padroni americani, vaticani e democristiani – "I padroni di oggi, quelli lontani, dAmerica e San Pietro, e i loro funzionari vicini" che "mettono in serbo quotidianamente un tesoro di collera per il giorno dellira" – fosse diventata insopportabile: "ci sarà sempre del tritolo per distruggere gli stranieri e i servi-padroni che abitano fra noi, per rompere laria di Roma, quando divenisse irrespirabile".

                                     

2.2. Dibattito pubblico Anni cinquanta

Nel giugno 1951 il cancelliere della Repubblica Federale di Germania, Konrad Adenauer, giunse a Roma in occasione di una visita di Stato. Pasquale Balsamo, uno dei partecipanti allattentato gappista, scrisse per lUnità un articolo che denunciava l "oltraggio ai romani" arrecato dalla visita di Adeanuer, descritto come "un continuatore della politica degli Hitler e dei Krupp, un tedesco della stessa razza e della stessa ideologia dei Kesselring e dei Kappler", giunto in Italia per rinnovare insieme al capo del governo italiano, il democristiano Alcide De Gasperi, lAsse Roma-Berlino di Hitler e Mussolini. I rappresentanti delle istituzioni italiane che avrebbero incontrato il cancelliere della Germania occidentale furono accusati da Balsamo, tra laltro, di avere per anni "vanamente indicato allodio dei cittadini i gappisti di Via Rasella, facendoli passare per i veri responsabili delleccidio delle Ardeatine; tacciandoli di vigliacchi, ricoprendoli delle più infamanti e vergognose calunnie che gli stessi criminali nazisti smentirono nei loro processi di Roma e di Venezia".

Il 24 marzo 1954, decimo anniversario delleccidio delle Fosse Ardeatine, lallora vicepresidente della Camera, il repubblicano Cino Macrelli, nel suo discorso commemorativo affermò che "per via Rasella passavano gli uomini che col ferro e col fuoco erano riusciti ancora una volta a dominare lItalia", e che la bomba "puniva loltraggio e loffesa dei nuovi Teutoni".

Nellarticolo che scrisse per loccasione sull Unità, Giorgio Amendola sostenne che lattentato aveva risposto alla necessità di mobilitare energie popolari contro i tedeschi, in un contesto in cui "attesisti e capitolardi predicavano la rassegnazione e linerzia". Secondo Amendola, "leroismo dei G.A.P. di via Rasella e il martirio delle Fosse Ardeatine sono due momenti di una stessa epopea: quella della Resistenza romana". Circa la rappresaglia, il dirigente del PCI scrisse: "Quel sangue non fu versato invano. Tutti i popoli liberi trassero dal dolore e dallo sdegno suscitato dal massacro delle Fosse Ardeatine nuove energie per continuare la guerra fino alla vittoria. Gli italiani si unirono più strettamente alla Resistenza, e diedero ai partigiani un appoggio più vasto e più attivo".

Allarticolo dellorgano di stampa comunista rispose polemicamente il quotidiano conservatore Il Tempo, le cui posizioni furono successivamente riprese da La Civiltà Cattolica, rivista dei gesuiti, che contestò in particolare lattribuzione ai gappisti di via Rasella della qualifica di "eroi". Avendo Amendola scritto che lazione gappista a via Rasella era stata eseguita in sostituzione di un attacco contro un corteo fascista annullato, i critici obiettarono – secondo le parole de La Civiltà Cattolica – che "i tedeschi furono ammazzati per combinazione, solo perché mancò ai comunisti loccasione propizia per ammazzare gli italiani". La rivista dei gesuiti continuò proponendo argomenti sempre ricorrenti nella polemica su via Rasella, quali laccusa della mancata presentazione, unita al confronto tra la condotta dei gappisti e quella del carabiniere Salvo DAcquisto, nonché laccusa di aver agito essendoci pochi uomini del PCI prigionieri:

Lo storico Mario Vinciguerra, con un passato da antifascista perseguitato dal regime, in un articolo su Il Messaggero criticò lattentato scrivendo che "se fosse stato considerato obiettivamente, sul filo di un ragionamento sereno, sarebbe stato scartato, poiché, con la città in pieno possesso del nemico e del tutto isolata dal resto del Paese era destinato a rinchiudersi in sé stesso dopo una feroce rappresaglia, senza la eventualità di un concatenamento con le sparse azioni partigiane dellItalia media". Maurizio Ferrara ribatté su lUnità che Roma era stata invece il "centro propulsore" della Resistenza nel Lazio e definì Vinciguerra "peccatore pentito", accusandolo di aver reso un "poco nobile servizio al fascismo postumo", e di essersi in tal modo guadagnato "il diritto ad essere cancellato dalle liste degli antifascisti pervicaci e ad essere invece iscritto in quelle degli antifascisti pentiti".

La Democrazia Cristiana pubblicò un manifesto commemorativo delleccidio che "esecrando il nazismo ed i suoi metodi condanna funzionale a una rappresentazione peggiorativa della lotta gappistica quale inutile spargimento di sangue", e continuando a parlare di "SS saltate in aria in via Rasella". Luzzatto osserva inoltre come Vespa, nel suo libro, abbia rimproverato a Bentivegna di "non essersi consegnato" dopo lattentato di via Rasella, "nonostante lavvertimento scritto sui manifesti fatti affiggere dal comando tedesco", minaccianti sempre secondo Vespa una dura rappresaglia. Secondo Luzzatto, "Bentivegna ha buon gioco nel replicare a Vespa che quella dei manifesti affissi dai tedeschi è unautentica leggenda". Chiosa inoltre Luzzatto: "nellanno di grazia 2004, un imperterrito Bruno Vespa ha potuto scrivere la sua paginetta sullattentato del 23 marzo senza neppure accorgersi che la favola dei manifesti tedeschi era ormai altrettanto credibile che la favola della Befana nel camino". Ha polemizzato con Vespa anche il presidente dellANPI di Roma Massimo Rendina, che ha definito gli uomini del "Bozen" "alto atesini che arruolandosi nelle SS avevano giurato fedeltà al Fuehrer".

In unintervista del 2012, Giovanni De Luna afferma: "Via Rasella non va giudicata sul piano morale, ma come testimonianza della necessità che anche a Roma ci fosse una lotta armata in grado di spezzare la ragnatela di attendismo e complicità che era stata tessuta" ; trovando lazione la sua ragion dessere nel fatto che "si trattava di elaborare la frustrazione seguita al fatto che cera stato lo sbarco degli Alleati ad Anzio, nel gennaio del 44, senza che Roma desse un segnale di vita, come tutti si aspettavano. È un atto che si inserisce in una logica militare di guerra in città, e in quel contesto è totalmente plausibile".



                                     

3. Via Rasella e i familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine

Il poeta Corrado Govoni accusò gli autori dellattentato di aver deliberatamente provocato la rappresaglia nellopera Aladino. Lamento su mio figlio morto, composta nel 1946 in memoria del figlio Aladino, partigiano di Bandiera Rossa ucciso alle Fosse Ardeatine:

Dando credito allinfondata versione dei fatti secondo cui i tedeschi avrebbero chiesto agli attentatori di consegnarsi per evitare la rappresaglia, Sparta Gelsomini, madre di Manlio, durante unudienza del processo Kappler del 1948 urlò allindirizzo di Bentivegna: "Vigliacco, vigliacco, se ti fossi presentato allora mio figlio non sarebbe stato fucilato!".

Nel 1949 i familiari di alcune vittime delleccidio – Alfredo e Adolfo Sansolini, Amedeo Lidonnici, Gino e Duilio Cibei, Italo e Spartaco Pula, Giorgio Ercolani, Antonio Pisino e Augusto Renzini – agirono contro i partigiani di via Rasella e i tre membri di sinistra della giunta militare del CLN, per chiedere il risarcimento dei danni. Lassociazione dei familiari delle vittime ANFIM disapprovò liniziativa. Il processo si concluse nel 1957, con una sentenza della Cassazione che qualificava lazione gappista come legittima azione di guerra riferibile allo Stato italiano e dunque negava ogni risarcimento.

Nel 1954, in occasione del decimo anniversario delleccidio, la vedova di Fiorino Fiorini indicato dallANFIM come "scrittore clandestino del Partito Comunista Italiano", scrisse al presidente del Consiglio Mario Scelba una lettera in cui esprimeva insofferenza verso la presenza di "attaccabrighe comunisti" alle cerimonie commemorative alle Fosse Ardeatine, accusandoli di aver sfruttato politicamente i martiri e quel luogo di lutto sia durante la campagna elettorale del 1948 sia durante linaugurazione del mausoleo. Si scagliò inoltre contro gli attentatori del 23 marzo 1944, poiché ".

L8 settembre 1984, nella Sala degli Orazi e dei Curiazi del Palazzo dei Conservatori in Campidoglio, si svolse una cerimonia per il 41º anniversario dellinizio della guerra di liberazione. Durante la celebrazione il sindaco di Roma, il comunista Ugo Vetere, consegnò a diversi reduci già decorati al valor militare e alle famiglie dei decorati caduti delle medaglie appositamente coniate per loccasione dal Comune. Nel corso della cerimonia, dopo che fu conferita una medaglia a Rosario Bentivegna, lomonimo figlio del generale Sabato Martelli Castaldi riconsegnò nelle mani del presidente dellANFIM lonorificenza in memoria del padre che aveva ritirato, affinché fosse restituita al sindaco. Pregato dal presidente dellANFIM di non suscitare scandalo, prima di abbandonare la sala Martelli Castaldi spiegò: "Non voglio scandali, ma non voglio neppure una medaglia che accomuna le vittime a chi le ha provocate".

Particolarmente critica verso i gappisti è Liana Gigliozzi, figlia di Romolo, titolare di un bar in via Rasella che fu una delle dieci vittime delleccidio catturate nel rastrellamento seguito allattentato. La signora Gigliozzi, nel partecipare a una messa in favore di Erich Priebke nel 1996, in totale "disaccordo" con lo zio Giovanni cugino di Romolo e presidente dellANFIM, affermò: "Io ce lho con gli attentatori. Se non ci fossero stati loro, non succedeva nulla. I veri colpevoli delleccidio furono i gappisti. La rappresaglia nazista era prevedibile e inevitabile. I nazisti lo sapevano bene comerano". Liana Gigliozzi e suo fratello Silvio si unirono ai parenti dei civili italiani uccisi dallesplosione, Giovanni Zuccheretti fratello di Piero e Luigi Iaquinti nipote di Antonio Chiaretti, nellintraprendere unazione penale contro i partigiani di via Rasella. Liana espresse disappunto per larchiviazione del procedimento, disposta nel 1998.

Nel 2002 Claudio Bussi, figlio di Armando, in un articolo pubblicato su lUnità per lanniversario del massacro, scrisse: "lattentato di via Rasella fu un atto di guerra, dettato da emotività più che da un preciso ragionamento, discutibile sul piano dellopportunità e sbagliato se messo in relazione con le finalità che si volevano raggiungere". In replica, Bentivegna biasimò lo spazio concesso al "revisionismo" dal quotidiano diretto da Furio Colombo e definì il giudizio di Bussi una manifestazione della "fantasia dei falsari e dei mistificatori" e "una tesi cara a tutti gli attendisti".

Il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, figlio del colonnello Giuseppe, ha definito lattentato "disgraziato eccidio di via Rasella" ed ha evidenziato che suo padre, prevedendo il pericolo di gravi rappresaglie, aveva emanato ordini che escludevano la possibilità di una guerriglia in città: "Tra le sue priorità cera la protezione dei civili". Questultimo aspetto è stato evidenziato anche dalla figlia del colonnello, Adriana: "Mio padre era molto preoccupato dalle rappresaglie e finché rimase in libertà riuscì a tenere il controllo della situazione. Dopo il suo arresto, il 25 gennaio 1944, dapprima i protagonisti della Resistenza si dileguarono nel timore che parlasse. Ma quando si accorsero che il colonnello Montezemolo riuscì a resistere alle torture, cominciarono le azioni dei Gap".