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ⓘ Lettere sullorigine delle scienze. Le Lettere sullorigine delle scienze sono unopera epistolare di argomento storico scritta dallastronomo e letterato francese ..




Lettere sullorigine delle scienze
                                     

ⓘ Lettere sullorigine delle scienze

Le Lettere sullorigine delle scienze sono unopera epistolare di argomento storico scritta dallastronomo e letterato francese Jean Sylvain Bailly. Nellopera Bailly pubblicò la vivace corrispondenza epistolare tra lui e il celebre filosofo Voltaire.

Attraverso questopera Bailly proseguì il lavoro di specuazione storica già incominciato con l′ Histoire de lastronomie ancienne, portando avanti lipotesi dellesistenza di un popolo atavico e scientificamente progredito, quello della civiltà perduta di Atlantide, che dalla Siberia dovera anticamente situato discese prima in Asia e poi in Europa trasmettendo le proprie conoscenze scientifiche ai vari popoli dellantichità recente, come i Cinesi, i Persiani, i Caldei e gli Indiani. Basandosi su prove di varia natura - prove linguistiche, mitiche, climatiche e astronomiche - Bailly cercò di dimostrarne lesistenza, senza però convincere del tutto il suo destinatario Voltaire che, pur apprezzando le idee di Bailly, rimaneva invece convinto che la culla del genere umano fosse situata in India.

Lopera ebbe allepoca un notevole clamore, con i giudizi della critica del tempo divisi tra chi apprezzava il lavoro dellastronomo ammettendo la sussistenza della ricostruzione storica da lui proposta e chi invece, per motivi di varia natura, non accettò le ipotesi di Bailly ritenendole insussistenti.

                                     

1. Genesi dellopera

Nei primi capitoli dellopera precedente, l′ Histoire de lastronomie ancienne del 1775, Bailly era giunto ad una serie di conclusioni, puramente ipotetiche, sullantica storia dellumanità. Egli aveva notato che le conoscenze - soprattutto quelle astronomiche - mostrate dai vari popoli antichi sembravano superare in modo inspiegabilmente ampio i mezzi che questi stessi popoli avevano a disposizione per acquisire quelle conoscenze. Inoltre gli aspetti fin troppo simili delle loro conoscenze suggerivano con forza lipotesi dellesistenza di una fonte comune, probabilmente nordica, un popolo antecedente con un sistema scientifico già sofisticato e che aveva, in qualche modo, istruito questi popolo. Tale civiltà antecedente Bailly la vedeva ben simboleggiata in Atlantide. Bailly fece inoltre riferimento alla teoria di una migrazione umana dal Nord verso il Sud, dovuta al raffreddamento terrestre che stava via rendendo inabitabili le zone artiche, secondo le teorie paleoclimatiche di Buffon e di Mairan.

Subito dopo la pubblicazione dell′ Histoire de lastronomie ancienne, Bailly sì affrettò ad inviare una copia della sua opera a Voltaire il quale, in una lettera del 15 dicembre 1775, gli riconobbe alcuni meriti:

Voltaire apprezzava le idee di Bailly, ed anche lui credeva che dovesse esistere un popolo anteriore a quelli conosciuti, però fu abile nel trasformare le fonti usate da Bailly contro di lui in difesa degli Indiani, il popolo che lui considerava progenitore di tutti gli altri. Gli Indiani, secondo Voltaire, erano il popolo che "aveva insegnato e aveva ingannato il resto del mondo", dove "insegnare" indica i metodi le idee scientifiche, mentre "ingannare" si riferisce agli errori e alle superstizioni che comunque questo popolo aveva tramandato agli altri. In ogni caso la lettera ha un tono simpatico e comprensivo.

Ne nacque unintensa e proficua corrispondenza epistolare che si evolse mano a mano contribuendo ad una più precisa definizione delle teorie storiche che erano già emerse nell′ Histoire de lastronomie ancienne. In una serie di dieci lettere scritte da il 10 agosto e il 24 settembre 1776, infatti, Bailly rielaborò con maggiori dettagli gli argomenti già propugnati in precedenza. Lintera corrispondenza tra Bailly e Voltaire apparve in un libro sotto il titolo di Lettres sur lorigine des sciences et sur celle des peuples de lAsie, che fu pubblicato da Bailly nei primi mesi del 1777.

In effetti non cera nulla da perdere e cera molto da guadagnare, da parte di Bailly, nel pubblicare questa corrispondenza privata in modo da aprirla al dibattito pubblico. I due volumi che si erano evoluti nel corso di questa discussione suggerirebbero piuttosto che Bailly era abbastanza abile a riconoscere lopportunità di acquisire una pubblicità di primo lignaggio. Le argomentazioni di Voltaire non erano poi così forti mentre le teorie dello stesso Bailly dovevano ancora essere smentite. Inoltre la teoria di Buffon e di Mairan sulle origini della Terra con le sue implicazioni paleoclimatiche era molto in voga e i misteri nascosti nelle cronache dellOriente continuavano a suscitare il vivace interesse del pubblico.

È dubbio comunque che le lettere siano state inviate a Voltaire nella forma in cui sono state pubblicate, in quanto non vi è alcuna menzione di loro nella sua corrispondenza.

                                     

2. Indice dei capitoli

  • IV a Lettera di Bailly: Somiglianze tra i popoli antichi nelle scienze & nelle istituzioni che ne sono relative.
  • I a Lettera di Voltaire a Bailly.
  • X a Lettera di Bailly: Sul raffreddamento della Terra, o sulla diminuzione del calore proprio del globo.
  • II a Lettera di Bailly: Dei Persiani, dei Caldei & degli Indiani.
  • V a Lettera di Bailly: Queste somiglianze non sono il prodotto della comunicazione.
  • III a Lettera di Voltaire.
  • III a Lettera di Bailly: Delle somiglianze tra i Cinesi, i Caldei, gli Indiani & gli antichi popoli, nelle tradizioni, negli usi, nella filosofia & nella religione.
  • II a Lettera di Voltaire.
  • I a Lettera di Bailly a Voltaire, esposizione delle idee che saranno sviluppate in queste Lettere: Esame della questione se in generale gli antichi popoli conosciuti, e in particolare i Cinesi, siano stati gli inventori delle scienze.
  • VI a Lettera di Bailly: Queste conformità non si trovano principalmente in natura, esse nacquero da unidentità dorigine tra tutti i popoli antichi & sono i resti delle istituzioni di un popolo più antico.
  • IX a Lettera di Bailly: Sul fuoco centrale o calore proprio & interiore del globo.
  • VII a Lettera di Bailly: Questo antico popolo ha avuto delle scienze perfezionate, una filosofia sublime e saggia.
  • VIII a Lettera di Bailly: Questo antico popolo sembra aver abitato in Asia, verso il 49º parallelo. Sembra che i lumi delle scienze & le popolazioni si siano estese sulla Terra, dal Nord al Mezzogiorno.
                                     

3. Contenuto

Dopo la prima lettera di Voltaire la questione avrebbe benissimo potuto finire lì se il celebre filosofo di Ferney non avesse scritto una seconda lettera del 19 gennaio 1776, in cui attaccava più specificamente i Tartari e gli Sciti:

Bailly difese gli Sciti nella sua risposta del 29 gennaio. Questa lettera in realtà non appare in alcun lavoro. Louis Moland menziona il fatto che appare in un catalogo autografo dove è descritta come una "bella lettera dove".

                                     

3.1. Contenuto Prove linguistiche

Bailly introdusse una nuova argomentazione, soprattutto legata agli Indiani, che gode ancora oggi di maggiore peso di quanto abbia fatto nel XVIII secolo: il fattore del linguaggio. Bailly riconobbe infatti nella lingua sanscrita dei parallelismi con le lingue classiche delle civiltà occidentali. Egli sottolineò luso continuato della lingua greca come lingua colta nellAntica Roma e il continuo uso del latino come lingua colta nella Francia del suo tempo.

Bailly si chiede se così come il latino, che pur essendo la lingua morta di una civiltà estintasi come quella Romana continuava a permeare la cultura del suo tempo, anche la lingua sanscrita potesse essere dello stesso tipo. La sua ipotesi è, cioè, che anche il sanscrito sia il linguaggio di un popolo anteriore, probabilmente estinto, che aveva colonizzato lIndia tramite i Brahmani, integrandosi probabilmente con i popoli che vi abitavano come i Romani con gli Italici e i barbari, e che però continuavano a conservare la loro antica cultura nella stessa lingua di un tempo.

Questa nozione fu molto probabilmente ispirata a Bailly dall′ Histoire naturelle de la parole, ou précis de lorigine du langage et de la grammaire universelle, opera di Court de Gébelin pubblicata a Parigi nel 1776, che si concentrava sullipotesi di unorigine universale di tutti i linguaggi antichi. Questopera era una sorta di compendio del secondo Grammaire universelle et comparative e del terzo volume Origine du langage et de lécriture del Monde primitif scritto dallo stesso Gébelin. Senza specificare la negazione della tradizione biblica secondo cui lEbraico antico era il primo linguaggio della storia, tra laltro di origine divina, in realtà Gébelin lo aveva escluso implicitamente. Il linguaggio aveva origini naturali, era una sorta di "regalo naturale", e quindi la sua evoluzione non poteva che seguire una qualche legge naturale. Su questa teoria Gébelin fondò la sua grammatica comparativa e la sua scienza etimologica. Egli postulava lesistenza di due tipi di lingue:

  • le langues-filles, che erano le lingue di seconda generazione, discese dalle precedenti.
  • le langues-mères, che inizialmente dovevano essere solo i dialetti derivati da un linguaggio primitivo universale che si era alterato in vari ceppi linguistici una volta diffusosi sulla Terra;

Egli istanziava ad esempio la lingua proto-germanica nella prima categoria mentre linglese, il danese, lo svedese e tutte le altre lingue nordiche nella seconda categoria. Gébelin riconosceva lesistenza di parole-radici e di famiglie di parole; riteneva che le semplici parole duso familiare/quotidiano si evolvessero e cambiassero più rapidamente di quelle apprese in contesti più elevati, e allo stesso modo anche le parole con significati concreti si dovevano sviluppare più rapidamente di quelle con significati più astratti; riconosceva inoltre la forza dellanalogia. In breve, Gébelin aveva concepito una struttura piramidale del linguaggio che stava per essere ampiamente accettata nel XIX secolo. Bailly riconobbe il suo indebitamento nei confronti del lavoro di Gébelin sul linguaggio soprattutto nelle Lettres sur lAtlantide de Platon. Sebbene Bailly non faccia alcun riferimento testuale a lui nelle Lettres sur lorigine des sciences, Gébelin sembrerebbe comunque essere la sua fonte più probabile anche perché, del resto, Bailly già conosceva e aveva usato il primo volume del Monde primitif per la sua Histoire de lastronomie ancienne.



                                     

3.2. Contenuto Analisi incrociata

La conclusione insomma è la stessa come per gli Indiani così per i Cinesi, i Persiani e i Caldei: erano tutte civiltà in declino. Ma Bailly addolcì lirritazione di Voltaire in una certa misura riferendogli comunque che i Bramani:

Dopo aver provato, con sua grande soddisfazione, che né la Persia, né la Cina, né lIndia né la Caldea potevano essere considerate la culla della civiltà, Bailly rivolse di nuovo la sua attenzione a provare la loro comune origine. Cerano degli aspetti tradizionali-religiosi troppo simili secondo Bailly infatti per pensare il contrario. Labitudine, ad esempio, di versare libagioni agli dei o ai morti, la tradizione mitologica di un diluvio o di un cataclisma universale, quella di un periodo doro e di una migrazione preistorica, il culto delle montagne e, in generale, dei luoghi molto alti, oltre che una paura tuttaltro che dimenticata di popoli di giganti che sarebbero vissuti vicino a loro, come sottolineava Bailly, erano aspetti comuni ai Cinesi, ai Tartari, ai Greci, ai Romani, ai Caldei, agli Indiani, e agli Ebrei. In ciascuno di questi popoli, la prima o principale divinità, il loro fondatore, loggetto del loro culto, e la fonte della loro filosofia erano sempre la stessa figura. Infine, ciascuno di questi popoli aveva un duplice dogma nel riconoscimento dei "due principi della natura: la materia inerte, e la forza lo spirito universale che la anima". Tutti questi argomenti sono sviluppati ampiamente nella terza lettera a Voltaire.

Bailly, inoltre, ripeté dall’ Histoire de lastronomie ancienne gran parte delle prove per quanto riguardava la conoscenza puramente scientifica: lo zodiaco, il sistema sessagesimale, i comuni periodi astronomici, e così via. Una nuova argomentazione, puramente accennata in queste lettere, ma sviluppata più ampiamente in una Mémoire sur les mesures longues des Grecs et des Romains, era legata al fatto che numerose antiche misure della circonferenza della Terra erano praticamente identiche, rese in diverse unità di misura.

La quinta e la sesta lettera erano invece dedicate alla tesi che queste somiglianze culturali non fossero il risultato di una comunicazione diretta tra i popoli antichi. Bailly descrisse le difficoltà fisiche di eventuali trasporti per vie terrestre e dei pericolosi viaggi in mare, oltre che le politiche isolazioniste praticate soprattutto dai Cinesi. Egli sottolineò inoltre che la conoscenza scientifica era generalmente di proprietà dei sacerdoti e dei profeti e che, come classe, questi erano i più gelosi dei misteri del loro culto. Egli addusse inoltre come prova la loro quasi totale ignoranza della geografia così come dei fatti più elementari relativi ai loro vicini più prossimi.

Anche ammettendo che un certo numero di idee comuni fossero il risultato di rapporti intercorsi tra i popoli, oppure semplicemente dovuti ad idee naturali e universali per tutti gli uomini, Bailly insistette comunque che "servirà sempre per dimostrare la mia conclusione. Queste stesse somiglianze non sono essenziali; sono solo ulteriori elementi di prova. Lesistenza di questo popolo anteriore è dimostrata dalla tabella delle nazioni dellAsia".

La tavola a cui si riferisce è basata su una teoria ciclica della civilizzazione. Un giovane nazione è una nazione in espansione; lambizione spinge al commercio, a guerre di conquista, alla colonizzazione. Quando la nazione matura, inizia a porre la sua attenzione su attività più utili e morali. Bailly scrisse, richiamando lo stesso Voltaire, che: "La vera felicità, la solida fortuna per i popoli e gli uomini è quella di coltivare la pace nel proprio campo e di vivere virtuosamente e tranquilli". Ma questa stessa virtù e questa attenzione alloperosità, alle arti e alle scienze provocava la perdita delle colonie e dellegemonia militare e la nazione "ritorna al termine dal quale era partita, esausta per lo sforzo di acquisire e mantenere, e rovinata dalla sua stessa grandezza". Intanto le colonie, approfittando dell′ impetus dato loro dalla nazione genitrice, si staccano da essa ed incominciano, loro stessi, a seguire lo stesso ciclo.

Bailly offre uno spunto interessante su questa linea di evoluzione di una civiltà, proponendo lesempio a lui attuale delle Tredici colonie che, con la Rivoluzione Americana in atto, si stavano scindendo dal giogo britannico.

Anche se si dovessero formare delle nazioni indipendenti in America la cultura americana sarà indissolubilmente legata a quella europea da cui ovviamente discende. Se in un futuro distopico lEuropa venisse dimenticata e lAmerica no, nessuna persona dintelletto potrebbe pensare che le istituzioni, la cultura, le conoscenze mostrate dallAmerica nel suo primo periodo si fossero auto-costituite in quei luoghi proprio mentre lAmerica si stava forgiando, ma si giungerebbe alla conclusione che esse appartenessero comunque ad un popolo anteriore quello Europeo, per lappunto che le aveva portate lì colonizzando quel territorio. Poi, solo in un secondo momento, le nuove colonie americane si sarebbero staccate, mantenendo però traccia della cultura europea pregressa nelle loro istituzioni e nelle loro conoscenze.

Era opinione di Bailly che, parallelamente a ciò, lantico popolo di cui parlava rappresentasse la civiltà nella sua fase di espansione vigorosa, mentre la fondazione della civiltà cinese, di quella indiana, di quella persiana, ed infine quella egiziana rappresentava lepoca della conquista e della colonizzazione, mentre queste nazioni ai tempi moderni rappresentavano le rovine del loro antico splendore.

                                     

3.3. Contenuto Siberia: la culla della civiltà

Una volta dimostrata lesistenza di un popolo antico progenitore della cultura, ovviamente, una delle preoccupazioni principali di Bailly divenne quella di comprendere in quale zona geografica abitasse. A quale fonte, insomma, si potessero far risalire le grandi scoperte dellantichità.

Le ultime tre lettere insomma erano un riassunto delle evidenze in favore del posizionamento della culla del genere umano - o almeno la culla della civiltà - nellAsia centro-settentrionale, in Siberia. Alcune delle argomentazioni più interessanti utilizzate da Bailly furono quelle raccolte dalla grammatica comparata di Court de Gébelin e dalla scienza botanica di Linneo. Bailly ripeté le osservazioni di Gébelin sulla relazione delle radici comuni tra i linguaggi Europei e quegli Asiatici le osservazioni relative alla deduzione dellesistenza di una fonte comune.

Da Linneo Bailly invece imparò che un sacco di comuni vegetali tra cui gli spinaci e i luppoli e più in particolare i cereali tra cui frumento, orzo e segale crescevano spontaneamente in Siberia e furono, presumibilmente, introdotti da lì in Europa. "Questo botanico sapiente – scrisse Bailly – ha concluso che la Siberia potrebbe essere il paese dove uomini sono venuti fuori dopo il diluvio, fino a disperdersi nel mondo, poiché questa regione è quella che ha prodotto i primi alimenti degli uomini civilizzati".

Gran parte dellerudizione di Bailly è però viziata da speculazioni troppo spinte, come ad esempio nel dichiarare che i grandi depositi di nitro e salnitro in Siberia provassero automaticamente lì la remota esistenza di una densa popolazione. È pur vero, tuttavia, che per le conoscenze dellepoca Bailly assemblò una serie impressionante di "fatti", che, anche se forse non dimostravano, erano almeno difficili da confutare e parevano scoraggiare chiunque a farlo.

Attribuendo al popolo nordico siberiano le migliori qualità e la più accurata conoscenza tra i vari popoli dellantichità, Bailly si sforzò di dimostrare, nella sua settima lettera, non solo che questo antico popolo esistesse ma anche che possedeva "il vero sistema delluniverso" oltre che "una filosofia saggia e sublime" e che quindi potesse essere davvero lantica civiltà di cui parlava. Rimaneva da dare un nome a questa antica civiltà siberiana ma Bailly si occupò di ciò, come aveva già lasciato intendere nell′ Histoire de lastronomie ancienne, nelle Lettres sur lAtlantide de Platon. Lì riprese la sua idea, tralasciata in questopera, secondo cui il popolo nordico perduto fosse Atlantide.

Voltaire, intanto, nel rispondergli continuava a rimanere sulle sue idee: secondo lui i Brahmani erano lantico popolo cultore delle scienze, e che lIndia era la culla dellumanità. E di più, secondo lui, la quasi totale assenza di cultura scientifica che cera nellIndia contemporanea non poteva essere affatto considerata una prova del fatto che anche in antichità non esistesse. Bailly, rincarando la dose, affermava invece che ciò che arguiva Voltaire aveva poco senso, perché lo stesso si poteva dire del popolo nordico a cui lui stesso faceva riferimento:

La nona lettera non fu che un po di proselitismo gratuito verso Mairan. Voltaire aveva commesso lerrore di dire che non aveva mai letto lopera di Mairan, Feu central:

Il fatto che Voltaire non avesse mai letto questopera era in realtà abbastanza improbabile, considerando i contatti molto stretti tra di loro durante il "periodo Newtoniano" di Voltaire a Cirey e lentità della loro corrispondenza tra il 1724 e il 1765.

Mairan, che era stato Segretario Perpetuo dellAccademia francese delle Scienze, aveva dimostrato che la temperatura saliva quanto più ci si avvicinava verso il centro della Terra. Inoltre fu il primo a misurare con precisione il "calore proprio", le feu central, della Terra, mostrando che esso era indipendente dal calore ricevuto dal Sole.

Sia come sia, Bailly si impegnò comunque a descrivere nelle Lettres "questo bel sistema, o piuttosto questa grande verità" scoperta da Mairan, come aggiunta alla teoria di Buffon sullorigine della Terra, il che costituì la sostanza della decima e ultima lettera.

Se andava accettata la legge della natura come prevista da Buffon e Mairan - il continuo e universale processo di crescita e di decadimento, di creazione e distruzione - se la loro spiegazione della Terra primordiale come di una massa infuocata si dovesse accettare così comera, allora il raffreddamento della superficie terrestre ne diventava, semplicemente, una naturale conseguenza. Bailly lo spiegò con un parallelismo incalzante: "La mia candela è utilizzata per illuminarmi; il fuoco del mio caminetto è spento, a meno che non viene mantenuto; e poiché non ha senso che il fuoco interiore della Terra si rinnovi, allora concludo che un giorno sarà distrutto un giorno".

La paleontologia sembrava tra laltro offrire varie conferme della teoria di Buffon, e Bailly prese ad esempio la scoperta di Leibniz dellesistenza di piante tropicali in Germania e i resti di elefanti o mammut trovati nellIrlanda del Nord, Canada e Siberia. È curioso come Bailly fosse quasi nel giusto era per molti aspetti: egli scartò le spiegazioni miracolose di questi fenomeni a favore di una spiegazione più semplice, che era il cambiamento di temperatura. Bailly avrebbe fatto bene a lasciare che il suo caso riposasse con il peso dei suoi argomenti; in effetti fu forse indelicato prendere Buffon più che Voltaire come il vero modello di razionalismo scientifico, quando affermava: "È molto meglio allinearsi con il signor Buffon". Ci si potrebbe chiedere come poté Bailly, che per formazione era un astronomo, arrivare a disquisire su argomenti così lontani dalla sua materia come fa nelle sue Lettres sur lorigine des sciences. La spiegazione è relativamente semplice, e Bailly aveva offerto lui stesso qualche anno prima la spiegazione, dicendo che la sua fosse unapologia per la metafisica di Leibniz:

Bailly era stimolato dal desiderio di sapere tutto; più volte lo si ritrova a cercare la risposta più facile, la formula, la chiave misteriosa; ad esempio lo fa: nellidentificazione delle leggende di Giano e della Fenice; nellidentificazione di Buddha, Thot, Mercurio, e Zoroastro; e nella riconciliazione dei periodi astronomici, delle misure lineari, della lingua, dei costumi e nelle leggende dei popoli antichi.



                                     

3.4. Contenuto Unulteriore prova: la fenice

Anche le festività astronomiche più celebri dellantichità, pensava Bailly, dovevano aver avuto la loro origine alle alte latitudini del nord; quella, per esempio, di Adone che alludeva evidentemente al sole che passò sei mesi sulla Terra con Venere e sei mesi nellAde con Proserpina, poteva essere inventata solo da una "razza iperborea", poiché in Siria, nelle terre fenicie gli inverni erano insolitamente brevi e miti; ed è solo al polo che lassenza, ovvero la "morte", del sole ha una continuità di sei mesi.

Come ulteriore testimonianza alla propria asserzione, Bailly addusse una favola della fenice raccontata dagli Egizi secondo la quale un giorno arrivò un essere tutto ammantato di pennacchi doro e cremisi, giunto da un "paese delle tenebre" "per morire in Egitto, e per risorgere di nuovo dalle sue ceneri nella città del Sole, presso laltare di quella divinità". Attraverso la fenice. pensava Bailly, fu evidentemente designata la rivoluzione solare, una famosa tecnica astrologica; e letà assegnata alla fenice lo provava, in quanto secondo il mito ammontava a 1461 anni. "Bisogna dire che è lo stesso periodo di tempo di un ciclo sotiaco, ovvero il tempo corrispondente ad un "grande anno solare" egizio". Per Bailly comunque la leggenda non poteva essere nata lì: infatti il sole non scompariva mai per periodi lunghi in Egitto, anzi era sempre molto "vigoroso", "una circostanza derivante dalla sua altezza rispetto alla linea dellorizzonte". Questo invece non era il caso dei climi nordici, dove "il sole scompariva più o meno per un anno", ovvero un tempo considerevolmente lungo. Lì la partenza e il ritorno della luce poteva suggerire lidea di una morte reale e di una reale rinascita; da qui la vicissitudo alternata tra lutto e gioia". Bailly pensava dunque che il mito della fenice fosse dunque nato a nord.

Anzi, Bailly va molto più avanti: per lui il "paese delle tenebre" a cui il mito faceva riferimento era la Siberia, e lì molto probabilmente la favola si sarebbe originata; infatti nellEdda, insieme di libri mitologici norreni, era presente una storia molto simile. Parlava di un uccello, la cui testa e il cui torace erano del colore del fuoco, mentre la coda le ali erano di un celeste chiaro; esso visse per trecento giorni, e seguendo tutti gli uccelli di passaggio, volò in Etiopia, là fece il suo nido, e bruciò con le sue uova; la cenere però produsse un piccolo essere rosso, che, dopo aver recuperato le ali e la forma da uccello, riprese il suo volo per il nord.

Le circostanze vitali della fenice, secondo Bailly, attraverso la specificazione dei giorni di vita della fenice, precisavano la zona geografica in cui la fiaba fu prodotta. "Sicuramente - scrive Bailly - al di sotto della latitudine dei 71°, dove il sole è assente per sessantacinque giorni allanno". La leggenda della fenice doveva dunque provenire, per Bailly, dal Golfo dellOb, una regione in cui era lecito supporre che il sole fosse assente proprio per sessantacinque giorni allanno.

                                     

4. Giudizi successivi

La maggior parte delle informazioni su cui si basa il sistema di Bailly erano interamente o parzialmente inesatte; egli, inoltre, accettava ciecamente la stima che gli stessi Cinesi avevano fatto sulla loro antichità, che poi si era dimostrata essere alquanto esagerata; egli generalizzò dei fatti particolari senza giustificazione, come ad esempio la settimana costituita da sette giorni per tutti gli antichi; e trasse conclusioni errate da fatti reali che, in epoche più moderne, hanno ricevuto spiegazioni soddisfacenti - ad esempio la variazione di temperatura alle latitudini settentrionali oppure la geotermia relativamente al calore interno della Terra.

Lintero tessuto delle sue argomentazioni dava modo alle rispettive parti che lo costituivano di poter essere controllato. Una visione più moderna della teoria di Bailly è ben riassunta ne LAstronomie, évolution des idées et des méthodes, opera di Guillaume Bigourdan scritta nel 1911:

Eppure giudicato non attraverso le conoscenze contemporanee, il libro di Bailly rimaneva di notevole erudizione per la sua epoca ed era una sintesi provocatoria di numerosi dati di recente scoperta. Joseph de Guignes, famoso orientalista, aveva aperto il dibattito sul tema con la sua Mémoire dans lequel su Prouvé que les Chinois sont une colonie Égyptienne, pubblicata a Parigi nel 1759. La sua tesi era stata confutata da Cornelis de Pauw nelle Recherches philosophiques sur les Égyptiens et les Chinois, pubblicate nel 1773, un lavoro che aveva suscitato il plauso dei philosophes le ire dei gesuiti a causa del modo dispregiativo con cui de Pauw trattava le Lettres édifiantes et curieuses. Il mondo culturale che stava leggendo Court de Gébelin, de Guignes de Pauw non poteva non essere incuriosito anche dal contributo di Bailly. Lo scrittore svizzero Jacques-Henri Meister trovò nel lavoro di Bailly "uno spirito eccellente, di conoscenze raramente riunite, e la logica più seducente e ingegnosa del mondo". A dire il vero, però, Jean Baptiste dAlembert e Nicolas de Condorcet ridicolizzarono Bailly crudelmente, ma ciò potrebbe anche essere stato inevitabile dopo lo scontro aperto presso lAccademia delle Scienze.

Uno degli effetti della pubblicazione delle Lettres sur lorigine des sciences fu una polemica dellabate Nicolas Baudeau intitolata Mémoire à consulter pour les anciens Druides: contre M. Bailly, pubblicata a Parigi nel 1777. Baudeau disprezzava e denigrava le "razze" dellAsia e cercò di dimostrare la maggiore antichità della cultura dei popoli dEuropa. Egli scrisse che:

Baudeau criticava Bailly per aver in qualche modo esaltato altri popoli, soprattutto di matrice asiatica, dimenticandosi degli antichi popoli europei. Un biografo di Bailly, Simon-Pierre Mérard de Saint-Just suggerisce che Baudeau non era da prendere sul serio, o almeno fa intendere che Bailly non lo prendeva sul serio. "Bailly non rispose al monaco sconsacrato di Chancelade se non con ci avvertisse incessantemente del giorno e dellora in cui il nostro globo di vetro sarebbe andato in fumo, e quando la cometa che, una volta prodotta la terra, sarebbe tornata nuovamente a distruggerla" alla quale Condorcet rispose con un po di sfrontatezza: "Ignoro assolutamente se la terra sarà congelata o se sarà ridotta in polvere per limpatto di una cometa, se sarà bruciata da unesplosione del suo fuoco centrale, o se tornerà nel seno del sole. Non ci sono che Buffon e il frère illuminé Bailly a conoscere tutte queste belle cose". La stessa opinione fu espressa da DAlembert in una lettera a Voltaire:

Ciò accadde un anno prima che Bailly avesse di nuovo qualcosa da dire sulla questione, attraverso le Lettres sur lAtlantide de Platon, pubblicate prima che Voltaire, ormai morto, potesse venire a sapere della loro esistenza.

Il culto dei cicli perfetti, linterpretazione scientifica del mito, lidentificazione dei leader storici e leggendari, dei legislatori, dei filosofi e delle divinità, e la convinzione della remota esistenza sulla Terra di una civiltà con abilità perfezionate ed una "filosofia sublime" resero Bailly lastronomo più affine a Gébelin lo storico.

Entrambi, in qualche modo, sono profeti del ritorno delletà delloro o dellapparizione di una nuova epoca per rivaleggiare con quella vecchia. Bailly si chiese ironicamente: "La resistenza che si può fare al parere di un antico stato dalla scienza avanzata, è nata da un sentimento di gelosia?". Ma Court de Gébelin non fu lunico scrittore le cui opere erano parallele a quelle di Bailly. Anche Jérôme Lalande e Charles-François Dupuis stavano lavorando ad una spiegazione scientifica del mito e delle leggende verso una riconciliazione dei diversi ordini di conoscenza, parti di ciò che Dupuis chiamava "una forza unica, il potere sovrano". Se, a differenza di molti dei philosophes, Bailly non associava la filosofia naturale degli antichi con la rivelazione divina, eppure non preclude questa possibilità. Bailly infatti scrisse: "Quando si è privi delle luci della rivelazione, possiamo raggiungere una maggiore e più vera idea dellEssere Supremo rispetto a quella di questa filosofia?". Ma, come molti dei suoi contemporanei, anche Bailly scelse di mantenere separati la religione e il razionalismo. "Non cito affatto le Sacre Scritture, perché essa ordina di credere mentre qui si tratta di dimostrare, o almeno di persuadere". Era chiaro, ormai, che Bailly era pronto per la dottrina extra-religiosa della massoneria, visto che di lì a poco sarebbe entrato a far parte della Loggia delle Nove Sorelle.