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ⓘ Battaglia di Stalingrado. Con il termine battaglia di Stalingrado si intendono i duri combattimenti svoltisi durante la seconda guerra mondiale che, tra lestate ..




Battaglia di Stalingrado
                                     

ⓘ Battaglia di Stalingrado

Con il termine battaglia di Stalingrado si intendono i duri combattimenti svoltisi durante la seconda guerra mondiale che, tra lestate del 1942 e il 2 febbraio 1943, opposero i soldati dellArmata Rossa alle forze tedesche, italiane, rumene ed ungheresi per il controllo della regione strategica tra il Don e il Volga e dellimportante centro politico ed economico di Stalingrado, sul fronte orientale.

La battaglia, iniziata con lavanzata delle truppe dellAsse fino al Don e al Volga, ebbe termine, dopo una serie di fasi drammatiche e sanguinose, con lannientamento della 6ª Armata tedesca rimasta circondata a Stalingrado e con la distruzione di gran parte delle altre forze germaniche e dellAsse impegnate nellarea strategica meridionale del fronte orientale.

Questa lunga e gigantesca battaglia, definita da alcuni storici come "la più importante di tutta la Seconda guerra mondiale", segnò la prima grande sconfitta politico-militare della Germania nazista e dei suoi alleati e satelliti sul fronte orientale nonché linizio dellavanzata sovietica verso ovest che sarebbe terminata due anni dopo con la conquista del palazzo del Reichstag e il suicidio di Hitler nel bunker della Cancelleria durante la battaglia di Berlino.

                                     

1. Operazione Blu

Nella primavera del 1942 Adolf Hitler era fermamente deciso a riprendere liniziativa sul fronte orientale dopo il brusco fallimento della battaglia di Mosca a causa della controffensiva dellArmata Rossa durante il rigido inverno russo. Freddo, ghiaccio e neve, uniti ai potenti e inaspettati contrattacchi sovietici, avevano notevolmente indebolito la Wehrmacht che, pur mantenendo la sua coesione e avendo evitato una rotta "napoleonica" secondo Hitler grazie alla sua risolutezza e alla sua decisione di ordinare la resistenza sul posto alle truppe, non disponeva più delle forze sufficienti a sferrare una nuova offensiva generale paragonabile alloperazione Barbarossa dellestate precedente.

Il 5 aprile 1942 Hitler emanava la fondamentale Direttiva 41 con la quale definiva sin nei dettagli tattici lo sviluppo previsto della nuova grande offensiva e delineava, in realtà in modo abbastanza nebuloso, gli obiettivi geostrategici delloperazione Blu Fall Blau in tedesco da cui si aspettava un successo decisivo. Loffensiva tedesca, che avrebbe impegnato due gruppi di armate, oltre 1 milione di soldati con circa 2 500 carri armati, supportati da quattro armate satelliti rumene, italiane e ungheresi altri 600 000 uomini circa. sarebbe stata scatenata nella Russia meridionale con lo scopo di conquistare i bacini del Don e del Volga, distruggere le importanti industrie di Stalingrado nodo di comunicazioni ferroviarie e fluviali e centro produttivo meccanico importantissimo e quindi puntare fino ai pozzi petroliferi del Caucaso, assicurando alla Germania le risorse energetiche sufficienti per proseguire la guerra. Tale ambiziosa direttiva si basava principalmente sullerrato assunto da parte di Hitler di un presunto esaurimento irreversibile, materiale e morale, dellArmata Rossa dopo le enormi perdite subite nella campagna 1941-42.

Loperazione, inizialmente prevista per i primi di maggio, subì notevoli ritardi a causa della aspra resistenza sovietica nellassedio di Sebastopoli, della necessità di eseguire alcune operazioni preliminari di rettifica del fronte e di opporsi ad alcuni prematuri e inefficaci tentativi offensivi sovietici seconda battaglia di Charkov. Di fatto, dopo questi successi tedeschi che costarono oltre 400 000 perdite ai sovietici e favorirono notevolmente il successo iniziale delloperazione Blau, loffensiva iniziò il 28 giugno nella regione di Voronež e il 30 giugno in quella del Donec. Il successo tedesco, favorito anche da grossi errori di informazione e di pianificazione di Stalin e dello Stavka fu immediato e portò al rapido sfondamento generale del fronte russo meridionale. In realtà le ambiziose manovre di accerchiamento ideate da Hitler e dai suoi generali riuscirono solo in parte anche a causa dei tempestivi ordini di ritirata diramati da Stalin per evitare nuove catastrofiche sconfitte, ma i guadagni territoriali furono notevoli e rapidissimi. Mentre la ritirata sovietica in direzione del Don, di Stalingrado e del Caucaso rischiava di degenerare in rotta, i due gruppi dArmate tedeschi procedevano verso est Gruppo darmate B del generale Maximilian von Weichs e verso sud Gruppo darmate A del feldmaresciallo Wilhelm List occupando in successione Voronež, Millerovo e Rostov. Mentre le truppe di Hitler procedevano nellassolata steppa estiva, le truppe di appoggio satelliti italiane, rumene e ungheresi si schieravano progressivamente per difendere i fianchi allungati sul Don. A metà luglio la 6ª Armata tedesca, punta di diamante del Gruppo darmate B, si avvicinava alla grande ansa del Don e affrontava le nuove truppe sovietiche affrettatamente impegnate da Stalin per frenare lavanzata tedesca verso il Don e il Volga. Stalingrado, per la prima volta dallinizio della "Grande Guerra Patriottica", era realmente minacciata e aveva così inizio la grande battaglia.

                                     

2.1. Prima fase della battaglia La marcia su Stalingrado

Secondo la storiografia sovietica la battaglia di Stalingrado ebbe inizio il 17 luglio 1942; in questa data il raggruppamento offensivo tedesco del generale Friedrich Paulus, comandante in capo della 6ª Armata, entrava in contatto nella grande ansa del Don con le forze sovietiche che Stalin aveva raggruppato con grande difficoltà, essendo provenienti dalle riserve strategiche dello Stavka, schierate molto lontane dal settore meridionale del fronte orientale, per sbarrare laccesso al Volga e alla città che portava il nome del dittatore.

Fin dallinizio le forze sovietiche 62ª Armata, 63ª Armata e 64ª Armata pur in parte disorganizzate e demoralizzate dalla vista delle masse di truppe in rotta e dalla fiumana dei civili in fuga, dimostrarono combattività e cercarono, con i loro scarsi mezzi, di frenare le colonne corazzate tedesche le quali, pur apparentemente inarrestabili, avevano seri problemi di rifornimenti di carburante con conseguente necessità di alcune pause dellavanzata.

La città di Stalingrado era di fondamentale importanza strategico-economica per lUnione Sovietica: la sua perdita avrebbe intaccato in modo rilevante le risorse industriali e avrebbe compromesso i collegamenti con il Caucaso e i suoi vitali bacini petroliferi. Per Stalin inoltre costituiva un motivo di propaganda bellica e di prestigio personale giacché era intitolata a lui; il dittatore sovietico era anche convinto del possibile rischio di un crollo morale dellArmata Rossa e dellintero paese nel caso di ulteriori ripiegamenti senza combattere e dellabbandono di terre della Russia "profonda". Per queste ragioni, dopo le iniziali ritirate estive, Stalin diramò il famoso prikaz n. 227 del 28 luglio con cui esortava alla resistenza sul posto e ordinava di rafforzare la disciplina e la lotta contro i "seminatori di panico". Stalin si impegnò quindi con grande energia in una difesa ad oltranza di Stalingrado e della regione Don-Volga, richiamando tutte le forze disponibili. A tale scopo decise di impiegare i suoi migliori generali, inviando prima sul posto Aleksandr Michajlovič Vasilevskij e quindi a fine agosto spedendo anche Georgij Konstantinovič Žukov, e sostituendo continuamente i comandanti sul campo alla ricerca di nuovi uomini più capaci.

Il Fronte di Stalingrado, inizialmente al comando del maresciallo Semen Konstantinovič Timošenko, passò così prima allincapace generale Vasilij Gordov e quindi venne assegnato allesperto e duro generale Andrej Ivanovič Eremenko; mentre alla 62ª Armata, nucleo principale delle difese sovietiche, il generale Anton Lopatin venne sostituito a partire dal 12 settembre, quando già larmata era stata respinta dentro Stalingrado, con il generale Vasilij Ivanovič Čujkov.

Le prime fasi della battaglia furono caratterizzate da tenaci sforzi difensivi sovietici, che vennero costantemente superati dalle forze tedesche dopo duri scontri, e da alcuni tentativi di contrattacco delle limitate forze corazzate sovietiche disponibili che vennero schiacciati, con pesanti perdite, dalle manovre delle Panzer-Division tedesche 24. e 16. Panzer-Division. Il generale Paulus fece piena mostra delle sue qualità di professionista estremamente preparato e di stratega meticoloso e intelligente: a fine luglio le difese sovietiche nella grande ansa del Don erano ormai state disperse o distrutte le truppe rimaste tentavano di ripiegare combattendo a est del Don, mentre la situazione si aggravava ulteriormente con il profilarsi della minaccia da sud proveniente dalla 4. Panzerarmee del generale Hermann Hoth, che Hitler aveva dirottato dalla sua iniziale destinazione nel Caucaso per accelerare le operazioni contro Stalingrado da cui il Führer si aspettava un decisivo successo strategico e propagandistico.

Durante la prima settimana di agosto il generale Paulus rastrellò metodicamente la regione a ovest del Don e si riorganizzò per attraversare il fiume puntando quindi su Stalingrado mentre il generale Hoth, già a est del fiume, progredì verso nord a partire dalla regione di Kotelnikovo-Abganerovo sempre in direzione della città, frenato dalla tenace difesa delle truppe sovietiche.

                                     

2.2. Prima fase della battaglia Agosto e settembre, la battaglia nelle rovine di Stalingrado

La fase più drammatica della battaglia dal punto di vista sovietico ebbe inizio il 21 agosto 1942: in quella giornata la 6ª Armata del generale Paulus conquistava teste di ponte a est del Don e lanciava le sue forze corazzate concentrate in una puntata diretta nel corridoio Don-Volga in direzione di questultimo fiume nella regione settentrionale della città. Il 23 agosto 1942 la 16. Panzer-Division del generale monco Hans-Valentin Hube, dopo aver superato una debole resistenza, irrompeva improvvisamente sul Volga a nord di Stalingrado tagliando fuori in questo modo la città dai collegamenti da nord.

La guerra si manifestò per la prima volta agli abitanti di Stalingrado in tutta la sua drammaticità nel pomeriggio di quello stesso 23 agosto, quando la Luftwaffe eseguì il primo massiccio e devastante bombardamento a tappeto, colpendo duramente la popolazione civile. La coraggiosa difesa contraerea di un gruppo di ragazze-soldato rappresentò un primo segnale della volontà di battersi delle truppe. La popolazione era rimasta in gran parte bloccata dentro la città, sia a causa della rapidità dellavanzata tedesca, ma anche per la volontà di Stalin di non autorizzare unevacuazione per non scatenare il panico e per dare un segnale di ottimistica tenacia.

Nella notte tra il 23 e il 24 agosto, Stalin intervenne personalmente telefonando al generale Eremenko passato al comando del Fronte di Stalingrado dal 9 agosto spronandolo brutalmente a resistere, a contrattaccare e a non farsi prendere dal panico. Dietro la maschera di risolutezza, il dittatore sovietico era probabilmente consapevole della drammaticità della situazione, ma in quelle stesse ore egli continuò a mostrare ottimismo durante i burrascosi incontri al Cremlino direttamente con Winston Churchill, giunto a Mosca anche per comunicare al suo alleato linfausta notizia che non ci sarebbe stato alcun secondo fronte in Europa nel 1942, e che quindi lUnione Sovietica avrebbe dovuto resistere da sola.

Nei giorni successivi Stalin richiamò a sud dalla regione di Mosca il generale Žukov per organizzare immediati e frettolosi contrattacchi con truppe e mezzi inadeguati a nord della testa di ponte tedesca sul Volga nella speranza di allentare la pressione nemica sulla città; questi contrattacchi, sferrati a più riprese alla fine di agosto e ancora a settembre, fallirono tutti con sanguinose perdite di uomini e mezzi. Le colline a nord di Stalingrado si trasformarono in un cimitero di carri armati sovietici distrutti dagli anticarro tedeschi. In questo modo, tuttavia, Stalin riuscì almeno a impedire unestensione della testa di ponte verso sud e il centro della città, creando problemi ai tedeschi e al generale Paulus, anchegli alla ricerca di rinforzi ed equipaggiamenti di rincalzo.

Nei primi giorni di settembre, la situazione sovietica peggiorò ulteriormente con la comparsa da sud della 4ª Armata corazzata del generale Hoth che, con unabile manovra di aggiramento, superò le precarie difese sovietiche, si collegò il 4 settembre con le truppe della 6ª Armata in avanzata frontale da ovest verso Stalingrado e raggiunse a sua volta il Volga a sud della città. Ora la 62ª Armata di cui Čujkov avrebbe assunto il comando il 12 settembre si trovava, gravemente indebolita, isolata da nord dai panzer di Hube, da sud dalle truppe di Hoth, attaccata frontalmente dal grosso della 6ª Armata di Paulus e con le spalle al Volga. In questa fase lo spazio occupato dai sovietici a ovest del fiume era appena di alcuni chilometri.

Proprio il 12 settembre Hitler conferiva con i generali Paulus e von Weichs comandante del Gruppo dArmate "B" da cui dipendeva la 6ª Armata al suo Quartier generale ucraino di Vinnycja; a dispetto dei resoconti post-factum, sembra che la riunione sia stata caratterizzata da un certo ottimismo generale anche da parte dei comandanti sul campo, prevalentemente preoccupati da aspetti di natura logistica ma piuttosto sicuri di ottenere una definitiva vittoria nellarea e di conquistare la città entro dieci giorni; inoltre si parlò a lungo dei piani da eseguire dopo la vittoriosa conclusione della battaglia. Sempre in quello stesso giorno, al Cremlino cominciavano anche le discussioni tra Stalin, Vasilevskij e Žukov, richiamati dal fronte per riesaminare la situazione dopo i fallimentari contrattacchi sovietici, da cui sarebbero scaturiti i primi progetti della successiva controffensiva strategica di novembre operazione Urano.

Il 13 settembre iniziò la fase più sanguinosa della battaglia: la 6ª Armata sferrava il primo massiccio attacco frontale contro la città e la battaglia si trasformava in una lotta quartiere per quartiere, palazzo per palazzo, e stanza per stanza. La città si trovava ormai in una situazione drammatica: devastata dai bombardamenti e in preda agli incendi, gli approdi dei battelli per loltre-Volga distrutti, la popolazione evacuata nel caos, sui battelli colpiti sistematicamente dagli aerei tedeschi, le truppe sovietiche asserragliate nei palazzi in rovina o nelle fabbriche devastate, i quartier generali disposti in precari bunker sul margine del fiume, i depositi di petrolio in fiamme.

Il generale Čujkov posizionò i suoi posti di comando vicinissimo alle prime linee, rischiando spesso la vita. Ufficiale molto energico, impermeabile al pessimismo e pieno di risorse, organizzò la ostinata resistenza della sua 62ª Armata con lo scopo di impedire la conquista della città da parte dei tedeschi, di logorare le forze nemiche e di guadagnare tempo per permettere allo Stavka e a Stalin di organizzare le forze di riserva necessarie per una grande offensiva invernale. Il generale Žukov aveva stabilito in 45 giorni, poi diventati due mesi, il tempo necessario a scatenare il grande attacco durante il quale la 62ª Armata combatté tenacemente sulle rovine di Stalingrado. "A Stalingrado il tempo è sangue", divenne il motto sovietico di quei giorni, parafrasando il più famoso "il tempo è denaro".

Lattacco in forze del generale Paulus del 13 settembre, appoggiato dallintervento in massa della Luftwaffe, si scatenò molto violento, con limpiego diretto nelle vie cittadine dei panzer, nella parte centro-meridionale della città in direzione degli approdi principali sul Volga; era nel progetto del generale tedesco raggiungere il fiume in più punti, conquistare i vari imbarcaderi per i traghetti, frazionare e distruggere separatamente le varie sacche di resistenza, isolandole, se possibile, dal fiume con unavanzata progressiva lungo la riva in direzione nord. Secondo Paulus la mancanza di mezzi adeguati rendeva impossibile un eventuale piano di attraversamento del fiume, prima di aver distrutto la 62ª Armata sovietica a ovest del Volga, per bloccare completamente lafflusso degli aiuti che giungevano da est per mezzo dei traghetti. I tedeschi quindi dovettero sferrare una serie di attacchi frontali, dispendiosi e lenti, per conquistare in successione una via, un palazzo, una piazza, una stazione ferroviaria o una fabbrica in scontri ravvicinati sempre più aspri, affidandosi principalmente alla superiore potenza di fuoco derivante dai carri armati e dallaviazione.

I primi giorni sembrarono confortare i progetti del generale Paulus: i tedeschi riuscirono a sfondare e a raggiungere il Volga, bersagliarono i traghetti sovietici, occuparono la stazione ferroviaria principale Stalingrad-1 ed estesero le loro conquiste verso il centro cittadino impossessandosi momentaneamente dellimportante Mamaev Kurgan antica collina sepolcrale che dominava le rive del fiume. Altri reparti tedeschi rastrellarono anche i quartieri meridionali e conquistarono la stazione ferroviaria meridionale Stalingrad-2. Čujkov, convinto della necessità di una difesa aggressiva basata su incursioni e scontri ravvicinati per diminuire il vantaggio di potenza di fuoco dei tedeschi, contrattaccò subito con laiuto di rinforzi scelti 13ª Divisione della Guardia del generale Rodimcev traghettati faticosamente nella notte dalloltre-Volga. Il contrattacco ebbe successo, frenando la spinta tedesca, riconquistando la Mamaev Kurgan e riprendendo momentaneamente la stazione che però sarebbe stata presto ripersa dopo scontri molto violenti. Risultò invece impossibile allontanare i tedeschi dal Volga.

Il miglioramento della situazione per i sovietici fu solo momentaneo: i tedeschi progredirono ancora verso il centro cittadino, la Mamaev Kurgan continuò a cambiare di mano per numerose settimane, la parte meridionale della città a sud del torrente Tsaritsa venne completamente conquistata dopo i cruenti combattimenti nel grande silos del grano. Alla fine di settembre il generale Paulus arrivò a piantare la bandiera del Reich sulla Piazza Rossa di Stalingrado nel centro cittadino.

Al di là degli apparenti successi tattici la situazione del generale Paulus rimaneva non facile come confermato dalle continue richieste di rinforzi e dal nervosismo, manifestato anche dallaccentuarsi del suo tic al volto e della sua gastroenterite somatica. I sovietici non apparivano scoraggiati e continuavano a battersi con contrattacchi che costringevano a riprendere i combattimenti sempre negli stessi posti e per le stesse rovine. Le perdite tedesche salivano, il morale delle truppe cominciava a risentire della durezza e della lunghezza inattesa degli scontri, i continui attacchi sui fianchi dello schieramento tedesco sul Volga costringevano Paulus a dirottare parte delle forze a nord per proteggere il corridoio Don-Volga. Di notte attraverso il Volga i sovietici ricevevano rinforzi freschi e equipaggiamenti senza che la Luftwaffe o lartiglieria tedesca riuscissero a interromperne il flusso. Nonostante questi problemi il 30 settembre Hitler espresse pubblicamente per la prima volta la sua ottimistica certezza di vittoria e la convinzione dellinvincibilità delle armi tedesche: il successo a Stalingrado era sicuro e nessuno avrebbe più allontanato i tedeschi dal Volga.



                                     

2.3. Prima fase della battaglia Ottobre, i tedeschi vicini alla vittoria

La situazione del generale Čujkov appariva più grave anche lui aveva problemi di salute, con una dermatite alle mani accentuata dalla tensione della battaglia: sottoposto ai continui attacchi tedeschi, in forte inferiorità numerica e di mezzi, con il cielo dominato dalla Luftwaffe, isolato dal resto delle forze sovietiche. Le perdite della 62ª Armata, data la natura degli scontri a distanza ravvicinata e la potenza di fuoco tedesca, erano ingenti; solo grazie al continuo afflusso di divisioni fresche attraverso il Volga con i traghetti notturni il generale riuscì ancora a sostenere la difesa e a contrattaccare localmente mentre la battaglia progressivamente si spostava verso la parte settentrionale della città nei quartieri operai adiacenti alle grandi fabbriche.

Entro i primi di ottobre almeno altre sei divisioni avevano rinforzato le indebolite truppe di Čujkov permettendo di mantenere un perimetro difensivo oscillante, secondo i settori, tra i 2 km le poche centinaia di metri a ovest del Volga nelle aree centrali e settentrionali di Stalingrado; la parte meridionale della città era ormai completamente perduta.

I tedeschi sferrarono dentro la città tre grandi offensive il 13 settembre, il 14 ottobre e l11 novembre cercando di ottenere risultati decisivi, ma in realtà gli scontri furono incessanti durante tutta la battaglia con combattimenti che si accendevano continuamente in tutti i settori, anche in aree già conquistate dalla 6ª Armata; non ci furono mai vere tregue e i tedeschi, secondo i piani di Čujkov, furono costantemente impegnati, sia di giorno che di notte. I sovietici contrattaccavano soprattutto di notte, sfuggendo alla Luftwaffe, in piccole colonne dassalto armate di fucili automatici o armi bianche per colpire i capisaldi avanzati tedeschi o i centri di comando nelle retrovie; improvvisi e violenti scontri ravvicinati esplodevano nelle palazzine diroccate, tra le macerie delle fabbriche o nei condotti di scolo delle acque verso il fiume. In tutti i quartieri operavano i cecchini delle due parti.

Le "fortezze" sovietiche in mezzo alle rovine spesso costituite solo da pochi uomini e poche mitragliatrici pesanti si difendevano in tutte le direzioni fino allultimo uomo, come nel caso della famosa "casa di Pavlov" un sergente sovietico che difese il caposaldo per settimane con poche decine di uomini. Non mancò un eccesso retorico della propaganda per magnificare queste imprese, ma nel complesso la 62ª Armata si batté con grande accanimento e abilità.

Anche alcuni civili parteciparono agli scontri e vennero incorporati nei reparti; molto modesto invece fu il sostegno dellaviazione sovietica, mentre importante fu il ruolo giocato dallartiglieria pesante posizionata al riparo sulla riva orientale del Volga che, organizzata dal generale Nikolaj Nikolaevič Voronov, ripetutamente colpì i concentramenti tedeschi e sferrò a volte degli efficaci bombardamenti di sorpresa con effetti distruttivi sui reparti nemici colti allo scoperto.

I tedeschi, nonostante tutte le difficoltà, ottennero numerosi successi e sembrarono più volte sul punto di giungere alla vittoria; il generale Paulus condusse la battaglia con tenacia, anche se il generale Wolfram von Richthofen, il comandante della Luftflotte 4, rimproverò al generale e alle truppe una certa mancanza di energia combattiva e uninsufficiente risolutezza. In realtà nel complesso i soldati della 6ª Armata si impegnarono con abilità e disciplina nei duri scontri casa per casa un tipo di guerra che i tedeschi denominavano spregiativamente Rattenkrieg - "guerra dei topi". Nella prima metà di ottobre il generale conquistò definitivamente il cosiddetto saliente di Orlovka nella parte settentrionale della città infliggendo dure perdite ai reparti sovietici che vi erano rimasti accerchiati, respinse nuovi tentativi di contrattacco da nord da parte delle truppe del generale Žukov e riorganizzò il suo dispositivo offensivo per lattacco decisivo nella zona delle grandi fabbriche. A questo scopo ottenne finalmente alcune divisioni di rinforzo ritirate dai fianchi del suo schieramento che quindi furono sempre più affidati alle truppe "satelliti" rumene e italiane e soprattutto numerosi battaglioni di pionieri dassalto provenienti per via aerea dalla Germania e da Creta esperti negli scontri a distanza ravvicinata.

Il grande attacco tedesco del 14 ottobre nella parte settentrionale di Stalingrado ebbe inizio con un nuovo pesante bombardamento aereo seguito dallavanzata di tre divisioni fresche precedute dai pionieri dassalto e rinforzate da molti carri armati; fu questo il momento più critico per i sovietici e per il generale Čujkov che subì anche un bombardamento del suo comando, rischiò di morire bruciato nellincendio dei depositi di benzina e perse per alcune ore tutti i collegamenti con le sue truppe. Il generale Eremenko, momentaneamente trasferitosi sulla riva occidentale del Volga per osservare personalmente landamento della battaglia, fu testimone diretto della gravità della situazione: la divisione siberiana del generale Zoludev, posta a difesa della fabbrica di trattori, aveva subito in pieno lattacco tedesco ed era stata praticamente distrutta solo piccoli reparti erano ancora in combattimento allinterno della fabbrica; nello squarcio si riversavano le truppe tedesche che, pur continuando a subire gravi perdite specie di mezzi corazzati, spesso vittime di imboscate a distanza ravvicinata nei labirinti delle strade dei quartieri operai e tra le macerie delle fabbriche, stavano progredendo verso il fiume per frazionare nuovamente la 62ª Armata. In effetti nella giornata le truppe dassalto tedesche raggiunsero per la seconda volta il Volga, divisero in due parti le truppe sovietiche e cominciarono a progredire verso sud lungo la riva in direzione delle altre fabbriche.

Nonostante questi importanti successi, i tedeschi giunsero nuovamente ad un punto morto: lavanzata verso sud a partire dalla fabbrica di trattori venne fermata dalle truppe del colonnello Gurtev e dalla nuova divisione del colonnello Ivan Ljudnikov precipitosamente trasportata dalloltre-Volga, lartiglieria sovietica colpì sul fianco le colonne tedesche, alcuni contrattacchi ristabilirono la situazione, aspri scontri si prolungarono nelle fabbriche Barrikady e Krasnij Oktiabr che si rivelarono praticamente imprendibili esaurendo le forze dassalto tedesche. I combattimenti si prolungarono quasi fino alla fine di ottobre ma anche questa volta la 62ª Armata, pur con gravi perdite e ridotta a due teste di ponte separate, aveva resistito. La situazione tuttavia si era fortemente aggravata da cui i continui appelli di Čujkov per avere più rinforzi e rifornimenti: lo spazio di manovra era ormai quasi inesistente, le perdite erano molto elevate, i feriti si ammassavano abbandonati sulle rive del Volga in attesa di essere traghettati a oriente, i rimpiazzi e i rifornimenti erano resi sempre più precari a causa del fuoco delle armi tedesche che dominava il corso del fiume. Solo il morale degli uomini rimaneva buono, forse per la consapevolezza dellimportanza della lotta che stavano conducendo.

Anche al centro la situazione si era ulteriormente complicata poiché i tedeschi avevano riconquistato ancora una volta la Mamaev Kurgan e alcuni capisaldi famosi come la "casa a forma di L", la "casa dei ferrovieri" e la "casa degli specialisti", mettendo in difficoltà la 13ª Divisione di Rodimcev; ma queste solide truppe dassalto, non scoraggiate, continuarono a battersi nel centro cittadino, spalle al Volga, contrattaccando e riconquistando una parte del terreno perduto.

Durante questi drammatici scontri di ottobre Stalin aveva sollecitato Žukov, Vasilevskij ed Eremenko in questo periodo ormai impegnati in pieno nellorganizzazione della grande controffensiva prevista dallo Stavka a non abbandonare Čujkov, a costituire truppe di riserva a est del Volga e a sferrare contrattacchi di diversione sia a nord di Stalingrado con le truppe del generale Rokossovskij, sia a sud della città dalla zona dei laghi salati. Sempre dubbioso della capacità di resistenza delle sue truppe, Stalin temeva ancora che la caduta della città avrebbe causato, oltre alle enormi ripercussioni dal punto di vista politico, morale e propagandistico, anche la rovina dei suoi grandiosi progetti di controffensiva invernale.

Il nervosismo, in realtà, era il sentimento predominante anche tra i tedeschi: Paulus era segnato psichicamente e fisicamente dalla lunga lotta e in parte anche dalle critiche a lui rivolte; le truppe erano esasperate ed esaurite dalle perdite e dalla durezza degli interminabili scontri; anche nellopinione pubblica tedesca, dopo leuforia iniziale di settembre, al di là della facciata di ottimismo ostentata dalla propaganda, regnava ormai un sentimento di ansiosa attesa e di preoccupazione per lesito della battaglia.

                                     

2.4. Prima fase della battaglia Novembre, gli ultimi scontri dentro la città

L8 novembre 1942 Adolf Hitler, durante la tradizionale cerimonia di commemorazione del "Putsch della birreria" a Monaco, tornava a far sentire la sua voce sullargomento Stalingrado. Nonostante le notizie sfavorevoli provenienti dal Nordafrica la Seconda battaglia di El Alamein finita con la sconfitta di Rommel e lo sbarco angloamericano in Algeria e Marocco, egli proclamò nuovamente la certezza della vittoria e anzi dichiarò virtualmente vinta la battaglia di Stalingrado. Quel che rimaneva da fare era solo rastrellare le ultime sacche di resistenza, il risultato era ormai definitivamente segnato a favore della Germania nazista. A parte le clamorose dichiarazioni pubbliche, i sentimenti di Hitler in questo periodo erano molto meno trionfalistici: mostravano in realtà una grande preoccupazione per lavvicinarsi dellinverno e per il continuo indebolimento delle truppe tedesche sul fronte Orientale. Al generale Paulus e alle truppe gli incitamenti del Führer servirono a rinsaldare il morale, a mostrare le difficoltà ancor maggiori dei sovietici e a invitare a sfruttare limminente congelamento del Volga per fare un ultimo sforzo.

Ai primi di novembre grosse lastre di ghiaccio cominciavano a formarsi nel grande fiume rendendo progressivamente più difficile la navigazione con unulteriore forte riduzione dei rifornimenti per la 62ª Armata, abbarbicata alla sua precaria testa di ponte; inoltre in questo periodo le quote di rimpiazzi e rifornimenti assegnati al generale Čujkov vennero ancora ridotte per decisione dello Stavka a favore della costituzione delle due masse offensive per loperazione Urano. Per Čujkov, pur a conoscenza dei progetti dellAlto Comando Sovietico, la situazione diventava sempre più difficile.

L11 novembre Paulus, seguendo gli incitamenti del Führer e sperando di sfruttare le difficoltà di rifornimento dei sovietici, sferrava la sua ultima offensiva generale con limpiego di tutte le sue truppe più fresche, allo scopo di distruggere le ultime teste di ponte e ributtare nel fiume i resti della 62ª Armata. In un primo momento lattacco sembrò avere successo: i tedeschi si spinsero nel cuore delle residue difese sovietiche al centro, frantumarono la divisione di Ljudnikov, conquistarono una parte della fabbrica Krasnij Oktiabr e raggiunsero per la terza volta le rive del Volga, provocando unultima crisi nel comando sovietico. Ma, nei giorni seguenti, anche questultima offensiva si esaurì di fronte a nuove gravi perdite, a violenti contrattacchi dei resti della divisione di Ljudnikov e alla capacità di resistenza degli ultimi capisaldi sovietici. I tentativi di Paulus continuarono ancora per alcuni giorni; il 19 novembre 1942 la 62ª Armata di Čuikov era ormai confinata in tre teste di ponte separate. A nord della fabbrica di trattori quella al comando del colonnello Gorochov, al centro la piccola sacca di Ljudnikov e a sud il grosso delle truppe di Čujkov a est della Mamaev Kurgan con i resti delle divisioni di Rodmicev, Batjuk, Gurtev e Gorisnij; la profondità massima di terreno occupato dai sovietici era di un chilometro e mezzo e in alcuni punti si riduceva a poche centinaia di metri.

Ma proprio il 19 novembre Paulus, apparentemente vicino alla vittoria, ricevette la sorprendente comunicazione proveniente dal comando del gruppo di armate di interrompere tutte le azioni offensive a Stalingrado e di disimpegnare forze mobili da impiegare a ovest verso il Don. Era cominciata loperazione Urano.

                                     

3. Operazione Urano

Ordine di battaglia

Ordine di battaglia dellArmata Rossa nel settore meridionale del fronte orientale il 19 novembre 1942 operazione Urano:

Ordine di battaglia

Ordine di battaglia della 6ª Armata tedesca accerchiata nella sacca di Stalingrado 25 novembre 1942:

                                     

3.1. Operazione Urano Ordine di battaglia

Ordine di battaglia dellArmata Rossa nel settore meridionale del fronte orientale il 19 novembre 1942 operazione Urano:

                                     

3.2. Operazione Urano La manovra a tenaglia dellArmata Rossa

Mostrando notevoli capacità organizzative, Stalin e lo Stavka riuscirono a realizzare un piano denominato in codice "operazione Urano", in russo Операция "Уран" molto semplice nella sua articolazione fondamentale ma di grande complessità per le dimensioni, gli obiettivi previsti le forze da impiegare per ottenere un risultato decisivo non solo per lesito della battaglia di Stalingrado, ma anche per i destini del fronte orientale e dellintera seconda guerra mondiale.

Si trattava di predisporre unoperazione risolutiva di grande ampiezza per accerchiare con una manovra a tenaglia il raggruppamento dellAsse tra il Don e il Volga: un piano apparentemente prevedibile, ma reso efficace dallassoluta segretezza in cui fu preparato e attuato. In aiuto dei sovietici vennero anche le decisioni della dirigenza politica e militare tedesca che, contrariamente a considerazioni prudenziali che avrebbero consigliato una ritirata invernale dalle posizioni raggiunte nella regione di Stalingrado vista limpossibilità di conquistare definitivamente la città e di stabilirsi saldamente sul Volga, decise invece di mantenere le posizioni conquistate.

Hitler, lOKW Alto comando della Wehrmacht e anche lOKH Alto comando dellEsercito in primo luogo erano convinti che le risorse dellArmata Rossa, ancora efficaci in fase difensiva, non fossero assolutamente in grado di organizzare e condurre una controffensiva di ampiezza strategica; questa valutazione era condivisa anche da Reinhard Gehlen, lesperto capo del Servizio segreto dellEsercito sul fronte orientale. Hitler, inoltre, riteneva necessario non abbandonare le zone conquistate intorno e nella città al fine di rafforzare il proprio prestigio personale dopo le reiterate dichiarazioni di sicura vittoria, mantenere la coesione dei suoi alleati e controbilanciare a livello internazionale gli effetti della controffensiva anglosassone in Nordafrica.

La tenace resistenza della 62ª Armata sovietica ebbe quindi due importanti conseguenze: innanzitutto impedì alla Wehrmacht di attestarsi saldamente sul Volga allo scopo di interrompere i collegamenti sovietici con i campi petroliferi caucasici; in secondo luogo, diede allo Stavka il tempo necessario a raccogliere e organizzare metodicamente forze adeguate alla gigantesca manovra programmata. La pianificazione sovietica si sviluppò a partire dalla riunione al Cremlino del 13 settembre 1942 tra Stalin e i generali Vasilevskij e Žukov. Il progetto prese corpo con la costante supervisione personale di Stalin desideroso di prendersi finalmente la rivincita su Hitler ma preoccupato fino allultimo della fattibilità per lArmata Rossa di un simile grandioso piano, coordinato dai due generali e con gli importanti contributi del generale Nikolaj Vatutin e del generale Andrej Eremenko che, molto fiduciosi, spinsero per un ulteriore ampliamento del progetto e per un grande potenziamento dei reparti corazzati da impiegare.

Durante la fase preparatoria durata quasi due mesi i corpi corazzati e meccanizzati, affluiti dalle retrovie o ricostituiti dopo le catastrofiche perdite estive, vennero equipaggiati con i moderni carri armati T-34 e riorganizzati per condurre avanzate veloci in profondità. Secondo la nuova direttiva di Stalin dellottobre del 1942, il compito dei nuovi corpi meccanizzati doveva dora in poi consistere nello sfruttamento in profondità, alla massima velocità e alla massima distanza, degli sfondamenti ottenuti con la fanteria e il massiccio intervento dellartiglieria concentrata, disgregando le riserve del nemico, seminando il panico e la confusione nelle retrovie e nei comandi avversari. Queste tattiche causarono forti perdite e grandi difficoltà logistiche, ma nel complesso risultarono efficaci sorprendendo almeno inizialmente i comandi le truppe tedesche. Nella fase iniziale sarebbero stati impegnati sette corpi corazzati o meccanizzati circa 1 500 carri armati

I concentramenti per gli attacchi principali si svolsero lentamente, a causa soprattutto delle carenze logistiche, nel massimo segreto e utilizzando vari stratagemmi di mascheramento per evitare la loro individuazione da parte dei tedeschi e quindi il rischio di attacchi aerei; in particolare i corpi corazzati furono portati avanti solo allultimo momento per sfruttare al massimo leffetto sorpresa. I raggruppamenti avvennero a 200 chilometri a nord-ovest di Stalingrado sul Fronte di sud-ovest del generale Nikolaj Vatutin e sul Fronte del Don del generale Konstantin Rokossovskij, e a 100 km a sud della città sul cosiddetto Fronte di Stalingrado del generale Andrej Eremenko nella regione dei laghi salati.

Erano questi i tratti del fronte difesi prevalentemente dalle deboli forze rumene, scarsamente dotate di armi anticarro, con un morale non del tutto saldo e con riserve mobili insufficienti o ancora in fase di avvicinamento XXXXVIII Panzerkorps tedesco, con circa 200 carri armati.

Gli ultimi giorni prima dellinizio delloffensiva furono drammatici: a Stalingrado il generale Paulus aveva ripreso i suoi attacchi, i concentramenti offensivi erano ancora in corso, il generale Čujkov era in grave difficoltà, Stalin ansioso e preoccupato, alcuni generali sul campo ancora dubbiosi sulla riuscita del piano. I generali Žukov e Vasilevskij, più ottimisti, rassicurarono il dittatore sulla completezza dei preparativi, sulla prontezza e il morale delle truppe, sulle buone possibilità di successo. Il coordinamento operativo dei tre raggruppamenti dattacco dei generali Vatutin, Rokossovskij ed Eremenko fu affidato al generale Vasilevskij, labile stratega che era diventato il principale collaboratore militare di Stalin; Il generale Žukov, dopo aver giocato un ruolo fondamentale durante la preparazione delloffensiva, si sarebbe invece portato sul fronte di Ržev per sferrare il 25 novembre loperazione Marte, che sarebbe poi fallita in dicembre.

Il 19 novembre 1942, la parola in codice "sirena" dava finalmente il via alloperazione Urano.

La caratteristica fondamentale dellattacco fu la grande velocità della progressione delle colonne corazzate sovietiche soprattutto sul fronte Sud-Ovest del generale Vatutin. Dopo una coraggiosa resistenza le truppe rumene in prima linea vennero distrutte o accerchiate; in mezzo alla nebbia e al nevischio i corpi corazzati sovietici progredirono in profondità nonostante la scarsa visibilità ed il terreno irregolare, travolgendo le retrovie tedesco-rumene, spargendo il panico nei comandi e negli improvvisati reparti di blocco affrettatamente costituiti dai tedeschi, e respinsero o aggirarono le poche truppe mobili di riserva tedesche disponibili. In particolare il XXXXVIII Panzerkorps tedesco del generale Ferdinand Heim, su cui Hitler aveva puntato tutte le sue speranze di contenere loffensiva sovietica, si disgregò nelloscurità per carenza di collegamenti e comunicazioni e incappò alla cieca nelle colonne corazzate sovietiche in rapida progressione, finendo per ripiegare senza aver ottenuto alcun risultato.

I carri armati sovietici circa 500 macchine, senza lasciarsi agganciare e rallentare dai pochi panzer tedeschi disponibili affrontarono le riserve mobili nemiche con solo una parte delle forze, mentre altre colonne le superarono, le aggirarono e intercettarono le linee di comunicazione con le retrovie. La formazione corazzata rumena, rimasta completamente isolata, finì in mezzo alle forze corazzate sovietiche in rapida avanzata e venne praticamente distrutta dopo alcuni giorni di confusi scontri, mentre le riserve meccanizzate tedesche 22. e 14. Panzer-Division del XXXXVIII Panzerkorps vennero costrette, dopo essersi battute coraggiosamente e aver subito gravi perdite, a ritirarsi precipitosamente per evitare di essere annientate.

Anche il precipitoso intervento su ordine del generale Paulus delle divisioni corazzate del XIV Panzerkorps del generale Hube a ovest del Don si dimostrò completamente inefficace; la 24. Panzer-Division e la 16. Panzer-Division, ridotte a poche decine di carri, costituirono precari kampfgruppen che vennero attaccati il 21 e 22 novembre dal 4º Corpo carri, dal 26º Corpo carri e dal 3º Corpo di cavalleria della Guardia e subirono una serie di sconfitte perdendo tutte le posizioni senza riuscire ad arrestare lavanzata delle forze corazzate sovietiche del Fronte Sud-Ovest.

Già la sera del 21 novembre i corpi corazzati sovietici erano molto vicini ai ponti sul Don e minacciavano il Comando tattico della 6ª Armata del generale Paulus. Il 22 novembre le truppe del 26º Corpo carri sovietico conquistavano di sorpresa il fondamentale ponte di Kalač nelloscurità vennero scambiati dai posti di guardia al ponte per mezzi corazzati tedeschi in addestramento, attraversavano il Don, respingevano i tentativi tedeschi di contrattacco e progredivano a sud del fiume per ricongiungersi con le colonne sovietiche del Fronte di Stalingrado del generale Eremenko che, a partire dal 20 novembre, aveva sferrato la sua offensiva con un distruttivo bombardamento di artiglieria. In questo settore la resistenza rumena fu più debole e il fronte rapidamente sfondato; il 4º Corpo meccanizzato sovietico il più potente dellintero schieramento sovietico venne gettato nel varco e superò definitivamente le difese nemiche puntando verso ovest in direzione del Don. Anche in questo settore il contrattacco tedesco, sferrato dalla 29ª Divisione motorizzata, non riuscì, dopo qualche successo iniziale, a fermare lavanzata del 4º Corpo e quindi non ottenne alcun risultato decisivo.

Giorno cruciale fu il 23 novembre: nel primo pomeriggio, guidati da razzi di segnalazione di colore verde, le colonne corazzate sovietiche provenienti da nord fronte di Vatutin, 26º Corpo carri e 4º Corpo carri e da sud fronte di Eremenko, 4º e 13º Corpo meccanizzato si congiungevano nella località di Sovetskij a sud del Don alcuni chilometri a sud-est di Kalač. Le scene di gioia e gli scambi di vodka e salsicce tra i carristi sovietici salutarono la riuscita della manovra. A questo punto la 6ª Armata e gran parte della 4ª Armata corazzata tedesche si trovarono accerchiate tra il Don e il Volga; contemporaneamente le truppe rumene erano state in parte distrutte nella sacca di Raspopinskaja; mentre i reparti superstiti erano completamente disgregati e quasi inutilizzabili. Le riserve mobili tedesche non erano disponibili o già esaurite; alcuni comandi di retrovia mostrarono segni di panico. Il generale Paulus era rimasto dentro la sacca secondo gli ordini del Führer; mentre nei posti di comando di Starobelsk e Rastenburg i generali Weichs e Zeitzler, e lo stesso Hitler, apparvero confusi e sorpresi dallevoluzione rapidamente disastrosa degli avvenimenti.

In quattro giorni Stalin e lArmata Rossa avevano ottenuto lattesa svolta decisiva della guerra da un punto di vista strategico-operativo ma anche dal punto di vista morale e politico-propagandistico. La guerra cambiava completamente volto.



                                     

3.3. Operazione Urano Ordine di battaglia

Ordine di battaglia della 6ª Armata tedesca accerchiata nella sacca di Stalingrado 25 novembre 1942:

                                     

4.1. Operazione Tempesta Invernale Decisioni operative dei comandi tedeschi e sovietici

Dopo la chiusura della sacca 23 novembre 1942 Hitler si ritrovò a dover scegliere tra le due sole decisioni possibili: 1) ordinare un ripiegamento immediato delle sue truppe anche a costo della perdita di una parte dei materiali e delle truppe feriti o debilitati; 2) ordinare la resistenza sul posto, organizzando una difesa in tutte le direzioni in attesa di un soccorso dallesterno da parte di truppe tedesche fresche opportunamente richiamate da altri fronti. A livello di comando sia i generali sul posto sia il generale von Weichs Gruppo dArmate "B", sia il generale Zeitzler capo dellOKH fecero ripetute pressioni su Hitler a favore di unimmediata ritirata, mettendo in dubbio la possibilità di resistenza delle truppe accerchiate in inverno e sottolineando la difficoltà di organizzare una pronta ed efficace controffensiva di salvataggio. Tuttavia i tentativi di convincere il Führer della pericolosità della situazione fallirono di fronte alla sua ostinata risolutezza nel tenere la "Fortezza Stalingrado".

Le motivazioni, sanzionate definitivamente con il suo "Ordine tassativo" Führerbefehl diramato alla 6ª Armata il 24 novembre. non derivarono solo dalla sua ostinazione o dalle già ricordate ragioni di prestigio personale di fronte allopinione pubblica mondiale, ma anche da alcune valutazioni strategiche: 1) una ritirata in massa e repentina della gran quantità di truppe e materiali era molto difficoltosa e poteva degenerare nel caos con conseguente perdita di truppe e materiali insostituibili per contenere loffensiva sovietica; 2) la perdita del fronte sul Volga avrebbe compromesso i risultati già raggiunti dalloffensiva tedesca destate in particolare sarebbe stata a rischio la copertura del fronte caucasico da cui Hitler sperava ancora di strappare le preziose risorse petrolifere di cui aveva bisogno; 3) precedenti battaglie invernali nel 1941-42, in cui grossi reparti tedeschi avevano resistito con successo benché accerchiati battaglie della sacca di Demjansk e della sacca di Cholm, davano fiducia sulla possibilità di una difesa efficace e prolungata fino allarrivo di una colonna di soccorso; 4) ottimistiche speranze erano riposte in un rifornimento regolare per via aerea delle truppe accerchiate nella sacca dove erano disponibili almeno due importanti aeroporti: Pitomnik e Gumrak. In questo caso un ruolo decisivo ebbe la superficialità e larroganza di Hermann Göring sostenuto almeno in parte anche dal generale Hans Jeschonnek, capo di stato maggiore della Luftwaffe che diede piene assicurazioni sulla fattibilità del ponte aereo nonostante le carenze organizzative le prevedibili intemperie invernali. Grande scetticismo manifestò invece von Richthofen, comandante sul posto dei reparti aerei tedeschi; 5) La costituzione di un forte raggruppamento strategico offensivo con numerose divisioni corazzate inizialmente era previsto limpiego di quattro nuove Panzer-Division richiamate dalla Francia o da altri settori del fronte Est avrebbe potuto permettere una potente controffensiva e una rottura dellaccerchiamento.

La nomina del prestigioso e capace feldmaresciallo Erich von Manstein alla testa del nuovo Gruppo dArmate del Don con lincarico di ristabilire la situazione e sbloccare larmata accerchiata dava una concreta possibilità di strappare un nuovo successo anche dalla situazione difficile verificatasi. Von Manstein, in effetti, almeno inizialmente fece mostra di grande fiducia e supportò la decisione di Hitler di mantenere la 6ª Armata nella sacca di Stalingrado almeno fino a primavera ma, dopo pochi giorni, di fronte alla quantità e alla potenza delle forze sovietiche e alle difficoltà logistiche e operative evidenziatesi e anche al ritardo e allincompletezza dei rinforzi inizialmente promessi il feldmaresciallo perse molta della sua sicurezza e del suo ottimismo.

Questi elementi permettono di spiegare almeno in parte i motivi per cui il generale Paulus obbedì disciplinatamente allordine di Hitler, contro il parere di alcuni subordinati che lo sollecitavano a sganciarsi, e la 6ª Armata rimase ferma nella sacca, abbandonando i piani di ritirata, organizzando una difesa in tutte le direzioni, cercando di razionalizzare al massimo le scarse risorse logistiche e di vettovagliamento disponibili, mal reintegrate dal ponte aereo della Luftwaffe che fin dallinizio ottenne risultati molto deludenti) e attendendo il promesso soccorso dallesterno.

Peraltro anche dal punto di vista dellalto comando sovietico la situazione non era priva di problemi e di questioni operative da risolvere. Dopo leuforia iniziale del 23 novembre, Stalin si trovava di fronte alla necessità di riorganizzare il piano operativo complessivo delloffensiva invernale. Questa prevedeva, secondo il progetto originario delle successive offensive "planetarie", limmediata distruzione delle truppe tedesche accerchiate erroneamente calcolate dal servizio informazioni sovietico in soli 80 000 uomini invece di oltre 250 000 al fine anche di liberare e rendere disponibili le truppe sovietiche impegnate sul fronte della sacca per rafforzare altri settori del fronte, e il proseguimento, nel tempo più breve possibile, delloffensiva con lesecuzione del progetto "Saturno": un grande attacco diretto principalmente contro la debole 8ª Armata italiana ARMIR, puntando direttamente su Rostov per isolare e distruggere lintero raggruppamento tedesco avventuratosi nel Caucaso.

Gli eventi che costrinsero Stalin e lo Stavka a una profonda revisione dei piani inizialmente progettati e che resero la battaglia ancor più accanita, prolungata e combattuta furono: 1) la prevista immediata distruzione delle truppe tedesche accerchiate nella sacca di Stalingrado si dimostrò impossibile e quindi grandi forze russe sette armate al comando del generale Rokossovskij rimasero impegnate nel blocco della sacca. Le truppe tedesche, almeno fino al Natale 1942, mantennero un morale sorprendentemente alto, fiduciose nelle promesse di Hitler, e combatterono in difensiva con il massimo accanimento a dispetto del crescente peggioramento della situazione dei rifornimenti e dellinclemente inverno russo; 2) i tedeschi riuscirono fortunosamente a ricostituire, con affrettati reparti di blocco, un precario fronte difensivo impedendo unimmediata ripresa dellavanzata sovietica, grazie soprattutto alle improvvisazioni organizzative del generale Walther Wenck ed anche allafflusso dei primi rinforzi; 3) si manifestarono i primi segni del raggruppamento di nuove forze tedesche per sbloccare la "Fortezza Stalingrado", con conseguente necessità per lalto comando sovietico di impedire a tutti i costi il ricongiungimento con le truppe accerchiate.

Di fronte a questi complessi problemi strategico-operativi le discussioni al livello della Stavka e dei comandi campali furono particolarmente aspre; il generale Vatutin era favorevole a proseguire ugualmente con lambizioso piano "Saturno" originale a differenza dei generali Vasilevskij ed Eremenko che invece riteneva essenziale rafforzare lanello daccerchiamento e bloccare leventuale controffensiva del feldmaresciallo von Manstein. Le decisioni finali di Stalin, come sempre irritabile e oscillante tra euforia e preoccupazione, furono militarmente corrette: 1) interrompere gli inutili e costosi attacchi contro la "sacca di Stalingrado", al momento ancora molto solida, e limitarsi a rafforzare al massimo il perimetro di accerchiamento per impedire sortite da parte della 6ª Armata; 2) dirottare grandi forze di riserva principalmente la potente 2ª Armata della Guardia del generale Rodion Jakovlevič Malinovskij sul fronte di Eremenko per bloccare la controffensiva tedesca di salvataggio; 3) ridurre la portata strategica di "Saturno", trasformandola in operazione Piccolo Saturno in russo операция "Малый Сатурн" diretta principalmente a distruggere l8ª Armata italiana e a mettere in pericolo con una progressione delle colonne corazzate sovietiche verso sud-est invece che direttamente verso sud le retrovie le spalle del nuovo raggruppamento del feldmaresciallo von Manstein.



                                     

4.2. Operazione Tempesta Invernale Dicembre, il tentativo di salvataggio tedesco

Dopo una fase preparatoria difficoltosa e piuttosto lenta a causa dei notevoli problemi logistici per effettuare gli spostamenti di truppe previsti per rafforzare la nuova massa offensiva destinata, secondo le aspettative di Hitler e dellalto comando, a sbloccare la 6ª Armata accerchiata nel Kessel, loffensiva del feldmaresciallo von Manstein nome in codice "operazione Tempesta Invernale", in tedesco Wintergewitter ebbe inizio solo il 12 dicembre a partire dalla regione di Kotelnikovo. Le forze radunate erano in realtà fortemente ridotte rispetto agli ottimistici piani iniziali; il nucleo principale era costituito da tre Panzer-Division piuttosto incomplete: 6. proveniente dalla Francia, 23. ritornata dal Caucaso e 17. dirottata dal Gruppo dArmate "Centro". Non fu possibile raggruppare altre formazioni dattacco principalmente a causa delle continue necessità di rinforzi provenienti da altri settori del fronte orientale per la crescente pressione delle forze sovietiche lungo tutto il fronte; inoltre Hitler decise in un primo momento di non evacuare i territori conquistati nel Caucaso da cui avrebbero potuto essere teoricamente recuperate forze notevoli da impiegare nella regione di Stalingrado.

Nonostante queste carenze, loffensiva, diretta sul campo dallesperto generale Hermann Hoth, inizialmente ottenne risultati incoraggianti e colse piuttosto di sorpresa i sovietici, ancora impegnati nei complessi riposizionamenti di truppe previsti da Stalin. Entro quattro giorni le colonne corazzate tedesche si spinsero, in mezzo alla neve, fino a portata tattica dalla sacca di Stalingrado, nonostante aspri contrattacchi sferrati dai sovietici con unità meccanizzate. Gli elementi di punta della 6. Panzer-Division giunsero il 19 dicembre a 48 km dal perimetro della sacca. Lavanzata tedesca aveva però ormai esaurito la sua energia propulsiva e di fronte alla crescente resistenza dei sovietici, divenne impossibile fare ulteriori progressi in direzione degli accerchiati. A questo punto, lultima speranza di salvezza per Paulus sembrò risiedere in una sortita autonoma dalla sacca da parte della stessa 6ª Armata, dopo aver abbandonato parte degli equipaggiamenti e dei mezzi, in direzione delle colonne del generale Hoth. Venne predisposto un piano di emergenza, la cosiddetta "operazione Colpo di tuono", in tedesco Donnerschlag.

In questa fase il processo decisionale tedesco fu particolarmente ingarbugliato. Hitler rifiutò fermamente di autorizzare la sortita; egli ritenne tecnicamente impossibile la ritirata di unintera armata, indebolita e quasi immobile a causa della carenza di carburante, attraverso la steppa in pieno inverno. Paulus e von Manstein apparvero incerti sul da farsi, pronti a scaricarsi reciprocamente le responsabilità della conduzione di unoperazione di ripiegamento così rischiosa da parte dellarmata ormai già fortemente logorata da un mese di accerchiamento. Alla fine, di fronte a queste indecisioni e contraddizioni, la 6ª Armata finì per rimanere ferma dentro la "sacca", in attesa del suo tragico destino, in mezzo allinverno russo.

Va anche sottolineato che, di fronte agli sviluppi catastrofici per i tedeschi le forze dellAsse delloperazione Piccolo Saturno, iniziata dai sovietici il 16 dicembre, ormai il problema della 6ª Armata per lOKH, von Manstein ed anche Hitler passava in secondo piano. Diveniva essenziale dal punto di vista strategico generale impedire una disfatta definitiva dellintero schieramento tedesco nel sud e nel Caucaso. In questo senso, a partire da questo momento intorno al Natale 1942, il ruolo dellarmata accerchiata, ormai considerata virtualmente perduta dallAlto Comando tedesco e dallo stesso von Manstein, fu di fatto soprattutto quello di mantenere attivo il più a lungo possibile un nucleo di resistenza che tenesse impegnate il massimo di forze sovietiche, che altrimenti avrebbero potuto essere impiegate per rafforzare loffensiva generale sovietica, allora in pieno svolgimento. Quanto ad Hitler, sembra che egli abbia preferito continuare a illudersi a gennaio ancora discorreva di un nuovo tentativo di salvataggio con divisioni Waffen-SS richiamate dalla Francia; apparentemente confidò a lungo di riuscire evitare la catastrofe a Stalingrado; da ultimo, ormai cosciente della inevitabile perdita della 6ª Armata, preferì trasformare con artifici propagandistici la sconfitta in un esempio epocale della incrollabile resistenza fino allultima cartuccia e allultimo uomo della Germania nazista; egli quindi incitò sistematicamente alla resistenza ad oltranza e rifiutò di approvare una resa formale delle truppe accerchiate.

                                     

5. Operazione Piccolo Saturno

Loperazione Piccolo Saturno ebbe inizio, dopo essere stata ridimensionata nei suoi obiettivi strategici rispetto alloriginario progetto "Saturno" adottato da Stalin e Vasilevskij, il 16 dicembre 1942 principalmente contro la debole 8ª Armata italiana le residue truppe rumene schierate sul fiume Čir. La resistenza iniziale italiana fu tenace, nonostante le evidenti carenze di armi anticarro, di equipaggiamenti invernali idonei e di riserve corazzate moderne ma già il 19 dicembre il fronte dell8ª Armata cominciò a cedere per poi crollare completamente nei giorni successivi di fronte allirruzione in massa delle ingenti truppe corazzate impegnate dai sovietici cinque corpi corazzati o meccanizzati con un totale di circa 1 000 carri armati. I generali Vatutin, comandante del Fronte Sud-Ovest, e Filipp Ivanovič Golikov, comandante del Fronte di Voronež, che conducevano questa offensiva, spinsero in profondità le loro colonne per aggirare e isolare i residui capisaldi nemici e minacciare le retrovie del raggruppamento del feldmaresciallo von Manstein.

In pochi giorni la situazione dellAsse si aggravò in maniera disastrosa con lirruzione del 17º Corpo corazzato sovietico a Kantemirovka, importante centro di comando italiano in mezzo alle colonne italiane in rotta a piedi nella neve, e laudace penetrazione isolata del 24º Corpo corazzato che si spinse, il 24 dicembre, fino alla regione degli aeroporti di Tacinskaja e Morozovsk da dove partivano gli aerei della Luftwaffe che cercavano di rifornire la sacca di Stalingrado. La precipitosa evacuazione degli aerodromi e il tempestivo intervento delle riserve corazzate del feldmaresciallo von Manstein, in parte provenienti proprio dal raggruppamento Hoth sul fronte di Stalingrado, costrinsero lAlto comando tedesco ad arrestare loperazione "Tempesta Invernale" e resero impossibile leffettuazione di uneventuale operazione "Colpo di Tuono", ma permisero di evitare una catastrofe irreversibile e di contenere in qualche modo la progressione sovietica. Lalto comando tedesco dovette abbandonare qualsiasi speranza di salvataggio della 6ª Armata, ripiegare ulteriormente e cominciare anche levacuazione del Caucaso che fu autorizzata dopo numerose tergiversazioni da Hitler il 30 dicembre 1942. Fu questa la svolta decisiva che suggellò il destino della 6ª Armata ormai isolata, affamata a causa del completo fallimento del rifornimento aereo nonostante le promesse di Göring senza speranza di aiuto e destinata a sacrificarsi in una disperata difesa fino allultimo per impegnare ancora il maggior numero di forze sovietiche e aiutare in questo modo lalto comando tedesco a ristabilire un fronte più arretrato.

Il generale Paulus, dopo aver eseguito disciplinatamente tutti gli ordini di Hitler prima quello di rinchiudersi dentro la "Fortezza Stalingrado" e poi di non effettuare una disperata sortita solitaria, ora accettò anche questo ruolo finale di sacrificio e, almeno esteriormente e nei proclami finali alle truppe accerchiate, mantenne fiducia in Hitler e nel risultato della lunga battaglia. Un sentimento di amara delusione si diffuse peraltro ormai tra le truppe e anche nei comandi Paulus e Schmidt inclusi di fronte alle sempre maggiori difficoltà di vettovagliamento, al moltiplicarsi delle sofferenze, allimperversare del clima invernale e alla consapevolezza di come fosse ormai impossibile ricevere aiuti dallesterno.

                                     

6. Operazione Anello: la battaglia finale

Il 10 gennaio 1943 ebbe inizio lultimo atto della lunga battaglia di Stalingrado. Contemporaneamente Hitler, il generale Kurt Zeitzler e il feldmaresciallo von Manstein, comandante del Gruppo darmate Don erano alle prese con le apparentemente inesauribili offensive sovietiche dirette ad isolare il raggruppamento tedesco del Caucaso, ora in ripiegamento verso nord, e avevano dovuto impegnare tutte le residue forze dellAsse nel settore meridionale del fronte orientale, dove il 12 gennaio 1943 era iniziata una nuova travolgente offensiva sovietica. Loffensiva Ostrogožsk-Rossoš in pochi giorni provocò il crollo anche della 2ª Armata ungherese e del Corpo darmata alpino italiano posizionati sul corso superiore del Don. Stalin e il comando sovietico poterono scatenare finalmente, dopo numerosi rinvii dovuti allevolversi della situazione generale e alla necessità di raggruppare le forze necessarie per distruggere la massa di truppe tedesche accerchiate, loffensiva finale per eliminare la sacca di Stalingrado: loperazione Anello, in russo операция "Кольцо".

Le ripetute sollecitazioni di Stalin indirizzate ai generali Rokossovskij e Nikolaj Voronov, i due comandanti sovietici incaricati di distruggere le forze accerchiate, per accelerare al massimo questa operazione finale sembrerebbero confermare limportanza, anche per lalto comando sovietico, di liberare il più presto possibile truppe da impiegare nelloffensiva principale a sud, e in parte confermerebbero la validità da un punto di vista di strategia militare nonostante la cinica inumanità per le truppe ridotte allo stremo della decisione di Hitler, e in parte anche di von Manstein e di Paulus, di evitare una resa prematura della 6ª Armata, che, continuando a resistere, ostacolava il dispiegamento delle forze sovietiche su altri fronti. Inutile risultò quindi la presentazione da parte dei comandi sovietici di un ultimatum, formalmente corretto, per invitare alla resa la 6ª Armata prima dellattacco finale e per evitare un ulteriore spargimento di sangue.

La lotta finale, che si svolse dal 10 gennaio al 2 febbraio, venne condotta dalle due parti con particolare accanimento fino allultimo: i sovietici fecero uso in massa dellartiglieria per distruggere i nuclei di resistenza delle truppe tedesche fortemente indebolite dal lungo assedio; le successive linee di arroccamento predisposte dai tedeschi per prolungare al massimo la resistenza vennero superate. Con la conseguente perdita degli aerodromi si verificarono i primi episodi di panico collettivo e di dissoluzione dei reparti; nelle settimane precedenti per via aerea erano stati evacuati almeno 30 000 soldati tra feriti, specialisti e ufficiali superiori. La maggior parte dei soldati furono uccisi sul posto. Chi scampò alla morte si riversò assieme a feriti e sbandati verso le rovine di Stalingrado dove si sviluppò lultima resistenza. Dopo la divisione in due parti della sacca e il congiungimento il 26 gennaio 1943 tra le forze sovietiche in avanzata da ovest le truppe del generale Čujkov che tenevano ancora tenacemente la linea del Volga, ogni ulteriore resistenza risultò impossibile. Paulus, isolato nella sacca meridionale, venne catturato il 31 gennaio 1943 dalle truppe della 64ª Armata del generale Michail Šumilov senza opporre ulteriore resistenza e senza una resa formale; gli ultimi nuclei tedeschi nella sacca settentrionale, nellarea delle grandi fabbriche, al comando del generale Karl Strecker, si arresero definitivamente il 2 febbraio 1943.

La 6ª Armata e tutte le truppe inizialmente accerchiate nella sacca erano state completamente distrutte. I prigionieri nella fase finale furono circa 90 000. Paulus, insieme alla maggior parte dei generali comandanti, condivise la resa dei superstiti e rifiutò il tacito invito di Hitler al suicidio per suggellare epicamente con un esempio di fedeltà nibelungica lepopea tedesca di Stalingrado, nonostante questi lo avesse promosso feldmaresciallo pochi giorni prima della resa finale, sottolineando che nessun tedesco di tale grado si fosse mai arreso.

                                     

7. La vittoria sovietica

Dopo la resa dellultimo nucleo di resistenza, nel pomeriggio un aereo da ricognizione tedesco sorvolò la città, non riportando alcun segno di combattimento. La lunga battaglia era finita con la disfatta totale tedesca.

Il computo delle perdite dalle due parti risulta particolarmente difficile e dipende anche dal periodo cronologico preso in considerazione; la battaglia inizia, secondo la storiografia sovietica, il 17 luglio 1942 e termina il 2 febbraio 1943. Le perdite umane da parte sovietica sono dettagliatamente riportate nelle opere storiche edite dopo lapertura degli archivi segreti di Mosca: da questa documentazione prima riservata risulta un totale di 478 000 morti o dispersi 323 000 fino al 18 novembre 1942 e 154 000 dopo linizio della controffensiva sovietica e 650 000 feriti.

Il calcolo delle perdite umane dellAsse risulta molto difficile. In termini di divisioni i tedeschi ne ebbero venti distrutte completamente a Stalingrado e altre dieci-quindici nelle battaglie del teatro meridionale del fronte orientale; i romeni persero diciannove divisioni, gli italiani e gli ungheresi dieci ciascuno. Le perdite dentro la sacca furono di 140 000 morti e dispersi e 100 000 prigionieri, di cui solo 5 000 sarebbero tornati in Germania entro il 1955 ma a questi prigionieri devono aggiungersene altri soldati tedeschi catturati al di fuori della sacca e i prigionieri rumeni, circa 100 000, ungheresi, 60 000, e italiani, oltre 50 000. Stalin e lo Stavka rivendicarono in un comunicato straordinario di aver inflitto alle potenze dellAsse la perdita di oltre 1 milione di uomini nel periodo novembre 1942-marzo 1943. Mancano inoltre dati precisi sulle perdite dellAsse durante la fase offensiva dellestate del 1942.

Le perdite di materiale bellico sono ancor più difficili da computare. Tutto il materiale della 6ª Armata accerchiata fu distrutto tra cui circa 170 carri armati e 1 300 cannoni. Le perdite sovietiche di carri armati furono molto alte, visto il loro impiego audace in profondità: ammonterebbero a circa 1 400 mezzi nella fase difensiva e a ulteriori 2 900 in quella offensiva; lArmata Rossa era in grado di subire tali perdite e mantenere ugualmente la coesione e lefficienza offensiva dei reparti grazie alla capacità di resistenza delle truppe e alle continue nuove forniture, provenienti dalle fabbriche degli Urali. Le perdite di aerei sono calcolate a circa 2 800 velivoli per tutto il periodo luglio 1942-febbraio 1943. Un preciso calcolo delle perdite totali dellAsse è difficile: i romeni avevano circa 140 carri armati che furono quasi tutti distrutti, gli italiani e gli ungheresi un altro centinaio di mezzi che andarono ugualmente perduti; i tedeschi persero oltre 800 carri armati nella fase difensiva invernale. In realtà le perdite potrebbero essere state più alte: un rapporto dellOKH calcola 2 500 carri distrutti da novembre 1942 a febbraio 1943 su tutto il fronte orientale; inoltre mancano dati precisi sulle perdite durante la prima fase della battaglia. Il computo delle perdite aeree dellAsse è complesso; sembra sicura soltanto la perdita di ben 488 aerei da trasporto durante la fase del rifornimento aereo della sacca. Le fonti sovietiche riferiscono di almeno 800 perdite aeree dellAsse nel periodo invernale; le fonti tedesche sono incomplete; i dati variano da 580 a 640 aerei perduti.

La spinta al morale della coalizione anti-hitleriana data dalla sconfitta tedesca fu grande particolarmente in Unione Sovietica ma anche nei paesi alleati. Il mito dellinvincibilità della Germania e di Hitler venne distrutto per sempre, mentre tra le potenze dellAsse le ripercussioni politico-morali furono notevoli sia a livello di opinione pubblica sia di quadri dirigenti. La battaglia di Stalingrado rimane la più grande e decisiva sconfitta militare, politica e morale della Germania nella seconda guerra mondiale, nonché, in assoluto, una delle più grandi catastrofi della storia tedesca.

Storici e memorialisti sovietici hanno sempre considerato questa battaglia il punto di svolta decisivo non solo della guerra sul fronte orientale ma di tutto il secondo conflitto mondiale. La vittoria sul Nazionalsocialismo apparve per la prima volta possibile anche se non in tempi così immediati come in un primo momento Stalin sembra aver creduto. "Eravamo convinti che le maggiori difficoltà fossero ormai alle nostre spalle", dirà il generale Vasilevskij, uno dei protagonisti della vittoria.

                                     

8. Valutazioni storiografiche

La battaglia di Stalingrado resta il simbolo della disfatta tedesca sul fronte orientale. Una parte della storiografia occidentale tuttavia, riprendendo in parte vecchie argomentazioni della propaganda bellica tedesca, ha proposto uninterpretazione della battaglia che ne riduce limportanza storica nel contesto complessivo della seconda guerra mondiale.

In particolare è stato preso in considerazione il ruolo delle truppe accerchiate nelle fasi finali della battaglia e limportanza strategica globale della loro resistenza: la 6ª Armata tedesca da sola tenne impegnate per oltre due mesi sette armate russe. che di fatto non poterono essere impiegate per ulteriori offensive e quindi rimasero bloccate sul posto. Se queste forze non avessero dovuto tenere accerchiate le truppe del generale Paulus, avrebbero potuto partecipare alloffensiva generale sovietica in corso su tutto il fronte. Il loro intervento avrebbe potuto causare il crollo irreversibile del fronte sud tedesco. Mentre la 6ª Armata resisteva a Stalingrado, le altre forze della Wehrmacht, dopo il tentativo del feldmaresciallo von Manstein, si stavano riorganizzando su un fronte più difendibile ed avevano bisogno di guadagnare tempo. Il fronte così accorciato avrebbe permesso di resistere con le forze disponibili.

Largomento che la resistenza della 6ª Armata fosse necessaria e molto importante per mantenere agganciate cospicue forze sovietiche che altrimenti avrebbero potuto riversarsi contro il fronte tedesco e provocare una disfatta definitiva non è nuovo, ma risale a Hitler in persona che lo utilizzò per motivare la sua dura decisione di impedire sia una sortita dellultima ora a fine dicembre delle truppe accerchiate sia una loro resa a suo avviso prematura. Questo ragionamento, in parte condiviso dal feldmaresciallo von Manstein, è stato criticato in sede di analisi storiografica, al di fuori del fatto puramente umano legato alle sofferenze inflitte alle truppe accerchiate senza speranza di scampo.

In primo luogo, secondo questi storici, è indimostrabile il presunto effetto risolutivo di queste truppe sovietiche impegnate contro la sacca, in ragione della loro non eccezionale consistenza numerica circa 250 000 uomini., delle enormi difficoltà logistiche invernali anche per i sovietici e degli errori strategici che Stalin e lo Stavka spesso compivano. Infatti quando queste truppe furono finalmente impegnate dopo la resa del 2 febbraio, vennero dirottate malamente e con grande difficoltà sul fronte centrale e non ottennero alcun risultato di rilievo. In secondo luogo, è altrettanto vero che se Hitler avesse disimpegnato prontamente la 6ª Armata già in novembre invece di mantenerla a tutti i costi nella "Fortezza", oppure avesse sganciato il raggruppamento del Caucaso già agli inizi di dicembre, senza aspettare la catastrofe delloperazione Piccolo Saturno, si sarebbe ottenuto un rafforzamento del fronte tedesco molto più cospicuo con conseguente maggiore solidità difensiva e forse si sarebbero potuti salvare i soldati accerchiati.

Tale argomento, ripreso a volte da una parte della storiografia occidentale, serviva a Hitler soprattutto per giustificare alcuni suoi evidenti errori di valutazione strategica e per trasformare epicamente la resistenza della sacca di Stalingrado in un evento eroico, in linea con la tradizione germanica. Una parte della storiografia occidentale ha utilizzato questo argomento e anche dati statistici incompleti per ridimensionare il significato storico della battaglia, accentuando invece la rilevanza di operazioni anglosassoni come la battaglia di El Alamein dove furono impegnati in tutto non più di 40 000 soldati tedeschi e 60 000 italiani; la resa in Tunisia nota anche come "Tunisgrado", dove in realtà le perdite complessive dellAsse furono di circa 250 000 uomini, ovvero meno di un quarto di quelle della battaglia di Stalingrado, o la stessa campagna di Normandia combattuta quasi due anni più tardi, con la Wehrmacht ormai decimata dalle campagne sul fronte sovietico e costretta a impiegare anche truppe volontarie straniere reclutate tra i prigionieri di guerra.

Limportanza storico-politica delle vittorie anglosassoni in Africa, in Europa nord-occidentale e nel Pacifico non va sminuita in senso contrario. Tuttavia dal punto di vista militare la lunga campagna di Stalingrado, come affermano la maggior parte degli storici, anche occidentali rimane senza paragoni e sostanzialmente decisiva nella storia della seconda guerra mondiale in Europa.

Peraltro la Wehrmacht, anche dopo la sconfitta di Stalingrado, continuò a battersi tenacemente sul fronte orientale sia in difensiva sia contrattaccando localmente; ottenne un importante successo nella terza battaglia di Charkov nel febbraio-marzo 1943 e tentò di prendersi la rivincita nella battaglia di Kursk luglio 1943. La guerra sul fronte orientale sarebbe infatti durata ancora, aspra e sanguinosa, fino al maggio 1945 con il crollo finale del Terzo Reich. Tuttavia, come ha scritto lo storico statunitense David Glantz nel 2014, la battaglia di Stalingrado provocò realmente una svolta irreversibile, "perché fu una catastrofe da cui la Germania e la Wehrmacht non riuscirono più a riprendersi".

                                     
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  • V. Ciuikov, La battaglia di Stalingrado pp. 266 - 268. V. Ciuikov, La battaglia di Stalingrado pp. 274 - 280. A. Beevor, Stalingrado pp. 367 - 371.
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