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ⓘ Alpini. Gli Alpini sono le truppe da montagna dellEsercito Italiano, come lo erano per il Regio Esercito. Il termine nella sua duplice accezione indica in senso ..




Alpini
                                     

ⓘ Alpini

Gli Alpini sono le truppe da montagna dellEsercito Italiano, come lo erano per il Regio Esercito. Il termine nella sua duplice accezione indica in senso stretto una specialità dellarma di fanteria, e in senso lato lintero Corpo degli Alpini, che nel corso degli anni ha gradualmente incluso tutte le analoghe specialità delle Armi di artiglieria, Genio e Trasmissioni, Corpo automobilistico, Sanità ecc., parimenti destinate a operare sui terreni montani. Queste truppe oggi sono organizzate sostanzialmente su due brigate operative, inquadrate nel Comando Truppe Alpine.

Costituiti il 15 ottobre 1872, gli Alpini propriamente detti sono il più antico Corpo di Fanteria da montagna attivo nel mondo, originariamente creato per proteggere i confini montani settentrionali dellItalia con Francia, Impero austro-ungarico e Svizzera. Nel 1888 gli Alpini furono inviati alla loro prima missione allestero, in Africa, continente nel quale sono tornati più volte nella loro storia, per combattere le guerre coloniali del Regno dItalia.

Si sono distinti durante la prima guerra mondiale, quando furono impiegati nei combattimenti al confine nord-est con lAustria-Ungheria, dove per tre anni dovettero confrontarsi con le truppe regolari e da montagna austriache e tedesche, rispettivamente Kaiserschützen e Alpenkorps, lungo tutto il fronte italiano. Durante la seconda guerra mondiale, gli alpini combatterono a fianco delle forze dellAsse principalmente nei Balcani nel difficile teatro greco-albanese e sul fronte orientale, dove, impegnate sulla linea del Don invece che nel Caucaso come inizialmente previsto, subirono perdite gravissime durante la battaglia difensiva e la conseguente disfatta dellinverno 1942-1943. A causa della riorganizzazione dellEsercito Italiano dopo la fine della guerra fredda, nel 1990 tre delle cinque brigate alpine e molte unità di supporto furono sciolte. Dal 2003 gli Alpini sono impegnati in Afghanistan.

                                     

1.1. Storia Origini del Corpo Alpino

Durante la riorganizzazione dellesercito italiano iniziata a seguito del successo prussiano nella guerra contro la Francia, venne varata la "riforma Ricotti" voluta dal generale e ministro della Guerra Cesare Francesco Ricotti-Magnani, che prevedeva una ristrutturazione delle forze armate condotta sul modello prussiano, basata sullobbligo generale ad un servizio militare di breve durata, in modo tale da sottoporre alladdestramento militare tutti gli iscritti alle liste di leva fisicamente idonei, abolire la surrogazione e trasformare lesercito italiano in un esercito-numerico, espressione delle potenzialità umane della nazione.

Nel fervore innovativo in seno alla gestione Ricotti venne affrontato anche il problema della difesa dei valichi alpini. Fino ad allora si era ritenuto che una reale difesa dei valichi fosse impossibile e che un eventuale invasore dovesse essere ostacolato dagli sbarramenti fortificati delle vallate, ma definitivamente fermato solo nella pianura Padana. Questa tattica avrebbe lasciato completamente sguarniti tutti i passi alpini dal Sempione allo Stelvio e tutto il Friuli, cioè la più diretta e potente linea dinvasione disponibile allImpero austro-ungarico.

Nellautunno 1871 il capitano di stato maggiore, ex insegnante di geografia, Giuseppe Perrucchetti, preparò uno studio dal titolo Considerazioni su la difesa di alcuni valichi alpini e proposta di un ordinamento militare territoriale nella zona alpina nel quale sosteneva il principio che la difesa delle Alpi dovesse essere affidata alla gente di montagna. Nato nel 1839 a Cassano dAdda, dunque non in montagna, Perrucchetti che non era un alpino, era infatti un Capitano dei Bersaglieri, e non lo diventò mai, fu un appassionato studioso attento alle operazioni militari condotte nei secoli precedenti nei territori alpini, e fin dallinizio colse le contraddizioni che il sistema di reclutamento italiano comportava.

A causa del complesso sistema di reclutamento concentrato nella pianura, allatto della mobilitazione gli uomini avrebbero dovuto affluire dalle vallate alpine ai centri abitati per essere equipaggiati e inquadrati, quindi ritornare nelle vallate per sostenere lurto di un nemico che nel frattempo avrebbe potuto organizzare e disporre al meglio le proprie forze. In questo modo si sarebbe venuta a creare una concentrazione caotica di uomini presso i distretti militari atti a rifornire il personale sceso a valle insieme a quello di stanza in pianura, con conseguenti e inevitabili ritardi. A ciò si sarebbe aggiunto - sempre secondo Perrucchetti - un altro grave limite: le esigenze di mobilitazione avrebbero portato alla creazione di battaglioni eterogenei composti da provinciali della pianura poco atti alla guerra di montagna e non pratici dei luoghi.

Nel 1872 Perrucchetti firmò un articolo per Rivista militare, nel quale trattava il problema della difesa dei valichi alpini e suggeriva alcune innovazioni per lordinamento militare nelle zone di frontiera. Nelle aree di confine sarebbero stati arruolati i montanari locali, similmente allordinamento territoriale alla prussiana, per il quale la zona alpina sarebbe stata divisa per vallate in tante unità difensive, costituenti ciascuna un piccolo distretto militare. In ciascuna unità difensiva le forze reclutate sarebbero state formate su un determinato numero di compagnie raggruppate attorno a un centro di amministrazione e di comando, in modo tale da avere tante unità difensive quanti erano i valichi alpini da proteggere. Secondo Perrucchetti i soldati destinati a queste unità dovevano essere abituati al clima rigido, alla fatica dello spostamento in montagna, alle insidie di un terreno accidentato e pericoloso e ai disagi delle intemperie; dal canto loro gli ufficiali dovevano essere conoscitori diretti e profondi del territorio, alpinisti ancor prima che militari. Infine, i rapporti con la popolazione civile dovevano essere stretti e spontanei, in modo tale da giovarsi della funzione di informatori e di guide che i montanari potevano svolgere a beneficio delle truppe. Il reclutamento locale, oltre a fornire uomini già abituati alla dura vita in montagna, era un forte elemento di coesione tra le truppe: riunendo nelle compagnie i giovani provenienti dalla stessa vallata, e stanziandoli nella loro terra dorigine si ottenevano sensibili vantaggi senza esporsi a rischi.

Per i problemi di bilancio che affliggevano il Ministero della Guerra, e quindi temendo un voto sfavorevole del Parlamento, Ricotti non presentò un progetto organico per la creazione di un nuovo Corpo, ma lo inserì in una generale ristrutturazione dei distretti militari che da cinquantaquattro dovevano diventare sessantadue, unitamente alla creazione di un certo numero di compagnie alpine limitato a quindici. Il progetto fu appoggiato dal ministro della Guerra del governo di Quintino Sella, Ricotti-Magnani, che condivideva le necessità della difesa dei valichi alpini e preparò il decreto nel quale si istituiva, praticamente di nascosto, il nuovo Corpo, mascherato con compiti di fureria. Il decreto venne quindi firmato dal re Vittorio Emanuele II il 15 ottobre 1872 a Napoli. Nella relazione ministeriale che accompagnava il Regio Decreto n. 1056, si parlava dellistituzione delle prime compagnie alpine. Subito dopo, in occasione della chiamata alle armi della classe 1852, iniziò la formazione delle prime quindici compagnie alpine, che si sarebbero costituite nel giro di un anno.

                                     

1.2. Storia Evoluzione, armamento e uniformi

La rapidità con la quale il Ministero decise la costituzione ebbe come contropartita riflessi negativi nel numero e soprattutto nellequipaggiamento. La divisa era la stessa della fanteria, con evidenti inconvenienti in rapporto alle esigenze di montagna; chepì di feltro, cappotto di panno indossato direttamente sulla camicia, ghette di tela e scarpe basse. Larmamento era costituito da un fucile di modello recente, il "Vetterli 1870", in linea con quelli degli altri eserciti europei, ma dal peso e dalla lunghezza eccessivi per gli spostamenti su terreni impervi, mentre gli ufficiali erano dotati della sciabola mod. 1855 e dellobsoleta pistola a rotazione "Lefaucheaux". Per il trasporto dei materiali ogni compagnia aveva a disposizione un solo mulo e una carretta da bagaglio, in modo tale da riempire gli zaini dei soldati non solo degli effetti personali, ma di tutto quello utile alla compagnia, dai generi alimentari, alle munizioni, alla stessa legna da ardere.

Le insufficienze organizzative comunque non pregiudicarono laffermazione e la crescita della Specialità, le cui compagnie nel 1873 furono portate a ventiquattro e ripartite in sette battaglioni.

Allevoluzione organica si accompagnò un progressivo adeguamento delle uniformi e dellarmamento. Sin dal 1873, lelemento caratterizzante del Corpo divenne il cappello alla "calabrese" con la penna nera, ornato con fregio rappresentante unaquila ad ali spiegate sormontata da una corona reale.

Nellottobre 1874 il cappotto a falde venne sostituito con una meno impacciante giubba grigio-azzurra, sulla quale veniva indossata una mantella alla bersagliera color turchino le scarpe basse vennero sostituite con scarponi alti.

Nel frattempo dal 1873 era stata istituita lArtiglieria da montagna e quattro anni più tardi se ne costituì il primo reggimento. Era una specialità in grado di operare in alta montagna per fornire ladeguato supporto di fuoco agli alpini, capace di operare in zone inaccessibili alle artiglierie trainate. Batterie da montagna e reparti alpini si abituarono presto a vivere e manovrare insieme.

Nel 1875, constatato che la zona assegnata a ciascuna compagnia era troppo vasta, i battaglioni furono aumentati a dieci per un totale di trentasei compagnie, con un capitano, quattro ufficiali subalterni e 250 uomini di truppa ciascuna.

Nel 1882 il ministro della Guerra Emilio Ferrero decise una ristrutturazione dei reparti, e con il Regio Decreto del 5 ottobre i dieci battaglioni con le trentasei compagnie furono smembrati e raggruppati nei primi sei reggimenti ternari, cioè composti da tre battaglioni, che divennero sette nel 1887 e otto nel 1910.

Nellestate 1883 luniforme venne caratterizzata dal colore che la distinguerà dagli altri corpi e specialità, il verde, colore che due anni più tardi venne esteso a tutte le mostreggiature le rifiniture della divisa.

Dal 1888 anche lartiglieria da montagna venne reclutata in base alla provenienza.

Per quanto riguarda larmamento, il fucile Wetterli 1870 fu trasformato nel 1887 in unarma a ripetizione ordinaria grazie al progetto del capitano dartiglieria Giuseppe Vitali, il quale diede anche il nome alla nuova arma, vale a dire il fucile "Vetterli-Vitali Mod. 1870/87". Nonostante limpegno del Vitali, la necessità di un munizionamento più leggero portò la Commissione delle armi portatili ad adottare il calibro 6.5 mm e nel settembre 1890 ad affidare alle fabbriche darmi del Regno lo studio di un nuovo fucile. Tra i vari modelli presentati fu scelto quello della fabbrica darmi di Torino, il "Carcano Mod. 91", più corto e maneggevole. Parallelamente al Mod. 91 per la truppa, venne anche rinnovato larmamento degli ufficiali alpini con la sciabola Mod. 1888 e la pistola Bodeo Mod. 1889 a ripetizione ordinaria con tamburo girevole.

                                     

1.3. Storia Il battesimo del fuoco

Verso la fine del XIX secolo anche lItalia venne colta dal "mal dAfrica", sospinta dalla brama di cercare alla pari di altre potenze europee nuovi "spazi vitali". Il "battesimo del fuoco" delle truppe Alpine avvenne durante la guerra di Abissinia. Per cancellare la cocente sconfitta dellagguato di Dogali dove nel 1887 caddero 413 soldati italiani su 500, il presidente del consiglio Francesco Crispi nellinverno 1895/96, spedì in Etiopia un secondo contingente di Alpini e una batteria dartiglieria da montagna quali rinforzi richiesti dal generale Oreste Baratieri, governatore della colonia, dopo gli insuccessi dellAmba Alagi e di Macallé.

Queste furono le parole con cui Crispi giustificò quellimpegno un po improprio degli Alpini. Nato per la difesa dellarco alpino, questo corpo di fanteria da montagna ebbe invece il suo battesimo nella battaglia di Adua in Etiopia, durante la quale gli Alpini patirono indicibili sofferenze, e dove allalba del 1º marzo 1896 nonostante liniziale fiducia nellimpresa i 15 000 soldati del generale Baratieri, di cui 954 Alpini, vennero travolti dagli oltre 100 000 guerrieri di Menelik II. Dei 954 Alpini partiti dallItalia sotto il comando del tenente colonnello Davide Menini, ne rimasero vivi solo 92 e lo stesso Menini fu decorato con la medaglia dargento alla memoria. Lintera batteria da montagna, detta "la siciliana", i cui artiglieri provenivano dalla zona di Enna, si immolò sui suoi pezzi. Il primo Alpino a cui venne assegnata la medaglia doro al valor militare fu il capitano Pietro Cella, nato a Bardi, anchegli morto in quella mattina ad Adua. Un epilogo onorevole, nonostante la sconfitta fosse linevitabile conclusione di una missione organizzata male e frettolosamente.



                                     

1.4. Storia Alla vigilia della prima guerra mondiale

Nei quindici anni che intercorsero tra linizio del secolo e lo scoppio della prima guerra mondiale, le truppe alpine non subirono trasformazioni determinanti, salvo forse per lintroduzione dello sci.

Mentre già da inizio Ottocento negli eserciti dellEuropa settentrionale limpiego delle truppe dotate di sci era cosa nota, e per uso pattuglia e staffetta si può persino datare a qualche secolo prima, in Italia gli Alpini li sperimentarono solo nellinverno 1896/97, per iniziativa del tenente dartiglieria Luciano Roiti. Durante quellinverno il 3º Reggimento fece diverse esercitazioni sperimentali, con risultati incoraggianti che portarono allorganizzazione di campi di istruzione specifici a livello di compagnia con lassunzione di istruttori svizzeri e norvegesi. In pochissimi anni gli sci acquistarono posto in stabile nellequipaggiamento degli alpini e con decreto del 25 novembre 1902, il ministro della Guerra Giuseppe Ottolenghi ne ordinò limpiego nei reggimenti.

Nei primi anni del secolo venne aperto un dibattito sullopportunità di unire i reparti Alpini con i Bersaglieri creando un unico corpo. I Bersaglieri sin dalle origini nel regno Sabaudo erano normalmente impiegati in montagna e la complessione fisica in base alla quale erano selezionati era la stessa degli Alpini. Tuttavia le speciali esigenze della guerra in montagna mal si accostavano a maggiori raggruppamenti di truppe che avrebbe portato questa unione. Questa ipotesi fu pertanto accantonata per alcuni decenni.

Dai sei reggimenti costituiti nel 1882 e dal settimo formato nel 1887, le unità vennero aumentate di qualche migliaio tra il 1908 e il 1909 con la costituzione dellottavo reggimento dopo che lapertura della ferrovia del Sempione aveva imposto maggiori esigenze difensive in val dOssola.

Per iniziativa di Luigi Brioschi, presidente della sezione milanese del Club Alpino Italiano, nel 1908 dopo quasi due anni di sperimentazione, venne adottata una divisa grigioverde e due anni dopo anche il cappello venne adeguato ai nuovi colori. Per quanto riguarda larmamento, la novità dei primi anni del secolo fu la mitragliatrice, affermatasi dopo il conflitto russo-giapponese del 1905. Le prime mitragliatrici utilizzate dagli Alpini furono le Maxim Mod. 1906 utilizzate nella campagna di Libia le Maxim-Vickers Mod. 1911 distribuite a partire dal 1913.

Nel 1910 si ebbe la sanzione formale della simbiosi tra Alpini e Artiglieria da Montagna, con ladozione per questultima del cappello alpino di feltro grigio con la penna la quale però anziché nera era sovente marrone non solo per gli ufficiali inferiori, come stabilito dai regolamenti, ma anche per sotufficiali ed artiglieri di truppa. Cambiavano ovviamente anche i colori delle nappine.

Alla vigilia del primo conflitto mondiale, erano operativi tre reggimenti dArtiglieria da Montagna per un totale di trentasei batterie, dotate di cannoni da 65/17.

                                     

1.5. Storia La guerra italo-turca

Lo scoppio del conflitto italo-turco per il possesso della Libia, nellautunno 1911, significò un nuovo impiego operativo per le truppe alpine in terra dAfrica. Il 29 settembre 1911, dopo il rifiuto dell ultimatum, lItalia dichiarò guerra allImpero ottomano e appena una settimana dopo, il 4 ottobre, sbarcarono a Tobruch i primi uomini del Corpo di spedizione comandato dal tenente generale Carlo Caneva.

Quella che doveva essere una facile e trionfale occupazione, scontava in realtà fin dallinizio delle operazioni i limiti di una campagna improvvisata in pochi giorni e condotta con la piena sottovalutazione delle forze nemiche. Le truppe turche calcolate in circa 5 000 uomini in Tripolitania e 3 000 in Cirenaica si ritirarono verso linterno dando il via ad una consistente resistenza nel deserto, anche grazie allappoggio della popolazione indigena. Dopo i primi scontri si capì subito la portata del conflitto; fu una guerra difficile per cui il contingente dovette essere aumentato dagli iniziali 35 000 uomini a oltre 100 000, in cui lambiente e lostilità della popolazione rese impossibile mantenere il controllo delle terre occupate. Alla fine il bilancio fu di 3.500 morti di cui 2.500 italiani e circa 1 000 tra Àscari eritrei, libici o somali, 1 500 prigionieri; 37 cannoni e 9 000 fucili furono invece le perdite di materiali.

Le truppe alpine parteciparono alla campagna libica con un numeroso contingente: tredici batterie da montagna più i battaglioni "Saluzzo", "Edolo", "Mondovì", "Feltre", "Vestone", "Ivrea", "Fenestrelle", "Verona", "Susa" e "Tolmezzo". Questi non furono impiegati come unità autonome, ma aggregati a reparti di fanteria, prendendo parte a tutti i combattimenti significativi, da Ain Zara 4 dicembre, a Sidi Said 26-28 giugno, a Zuara luglio 1912. Dopo la firma del trattato di Ouchy, rimasero in Libia i battaglioni "Feltre", "Vestone", "Susa" e "Tolmezzo" con tre batterie da montagna riuniti nell8º Reggimento alpini "speciale" al comando del colonnello Antonio Cantore.

Dopo un periodo di allenamento alla marcia, il reggimento dovette adattarsi a combattere tra le dune contro le tribù berbere o contro i musulmani della Cirenaica o nellentroterra tripolino in una guerra più lunga del previsto, tanto che i primi contingenti che sbarcarono a Tobruch nellottobre 1911 come l8º Reggimento alpini "speciale" nel maggio 1915, quando lItalia entrò in guerra contro lImpero austro-ungarico, si trovavano ancora impegnati a difendere Tripoli e Homs dalle azioni di guerriglia della popolazione indigena.

                                     

1.6. Storia La prima guerra mondiale

Il 24 maggio 1915, con lentrata nella prima guerra mondiale dellItalia, gli Alpini occuparono importanti ed impervi punti, dal passo dello Stelvio alle Alpi Giulie, passando per il passo del Tonale e il monte Pasubio. Quello stesso giorno il primo soldato a perdere la vita tra le truppe italiane fu proprio un alpino della 16ª Compagnia del battaglione Cividale, 8º Reggimento, di nome Riccardo Giusto, che alle 04:00 del 24 maggio mentre varcava la frontiera sul monte Natpriciar fu freddato da un tiratore scelto austriaco.

Parteciparono alle più cruente battaglie, come quella dellOrtigara con la conquista dellomonimo monte, la disfatta di Caporetto, fino alla resistenza sul monte Grappa e la controffensiva finale del generale Armando Diaz, che portò alla vittoria dellottobre 1918. Gli Alpini furono i protagonisti di un conflitto che si combatté quasi interamente sulle Alpi, e su tutti i fronti, dai ghiacciai dellAdamello alle crode dolomitiche, dal Carso al monte Grappa, dagli altopiani al Piave, dimostrando il loro valore, come testimoniano gli oltre 35 000 morti e dispersi e i circa 80 000 feriti.

Stabilire la cifra esatta degli Alpini mobilitati nel corso della Grande Guerra è difficile. Durante il conflitto le truppe alpine raggiunsero il loro massimo sviluppo, arrivando a contare ottantotto battaglioni per trecentoundici compagnie, per un totale poco inferiore a 80 000 uomini, cifra puramente indicativa perché gli effettivi variarono e i vuoti lasciati dai caduti e dai feriti vennero colmati, almeno in parte, dalle nuove leve. Inoltre alla somma vanno aggiunti sessantasette gruppi di artiglieria da montagna per un totale di 175 batterie. In questo periodo infatti le zone di reclutamento alpino vennero estese a quasi tutti i distretti montani della penisola.

Tra i tanti fatti darmi della guerra che coinvolsero gli alpini è possibile individuarne alcuni significativi per la loro drammaticità, come la conquista di monte Nero, la guerra sui ghiacciai dellAdamello e monte Cavento e la battaglia dellOrtigara che causarono migliaia di vittime soprattutto tra le unità Alpine. Questi combattimenti e tutti quelli a cui gli alpini presero parte, fecero diventare queste truppe da montagna un vero e proprio simbolo dello sforzo nazionale.



                                     

1.7. Storia Dal primo dopoguerra al fascismo

Dei sessantuno battaglioni Alpini esistenti nel novembre 1918, ne furono sciolti più della metà e alla fine del 1919 gli otto reggimenti avevano ripreso quasi per intero la fisionomia del 1914. Già lanno successivo alla fine del conflitto alcuni ufficiali alpini reduci, e tutti appassionati alpinisti del CAI di Milano, decisero di creare unassociazione tra coloro che avessero prestato servizio nel corpo degli Alpini. Inizialmente si pensò di farne una sottosezione del CAI, poi prevalse la linea di Arturo Andreoletti che ritenendo troppo esclusivo il Club, caldeggiava la nascita di qualcosa di autonomo, e l8 luglio 1919 lAssociazione Nazionale Alpini ANA a Milano, fu costituita presso la sede dellAssociazione Geometri, con primo presidente il Maggiore Alpino Daniele Crespi. Andreoletti, considerato tuttoggi il fondatore per antonomasia, fu in seguito il primo Presidente eletto dall’Assemblea dei Delegati. Ben presto lassociazione ebbe il suo notiziario lAlpino, nato lo stesso anno su iniziativa del tenente degli Alpini Italo Balbo, poi noto esponente del fascismo.

Nel settembre del 1920 lANA organizzò la prima adunata nazionale sul monte Ortigara, che tre anni prima era stata teatro di violentissimi scontri con circa 24 000 caduti di cui molti Alpini, e da quel primo appuntamento ne seguirono altri venti fino al giugno 1940, a Torino, quando lo scoppio del secondo conflitto mondiale sospese per sette anni la manifestazione.

Nel 1925 lA.N.A. inglobò anche lAss. Artiglieri da Montagna, consolidando ulteriormente la simbiosi anche morale tra le due specialità delle rispettive Armi.

Intanto il paese viveva le forti tensioni sociali dellimmediato dopoguerra: la parte del popolo che per decenni era stata ai margini della vita nazionale ora rivendicava un ruolo primario, forte dei sacrifici patiti in guerra, dal razionamento del cibo alle precettazioni nellindustria armiera, oltre ovviamente a spogliazioni e saccheggi nelle zone invase dal nemico dopo Caporetto. Le tensioni erano alimentate dalle maestranze che, per sostenere lo sforzo dellindustria degli armamenti, non erano stati mandati al fronte ed anche per questo avevano avuto agio di recepire e diffondere le istanze sociali che avevano portato alla recentissima rivoluzione in russa, Si creò così anche un clima ostile tra reduci e lavoratori, i primi giudicando "imboscati" i secondi, che per contro rinfacciavalo loro di non essersi insubordinati, e di aver perciò contribuito al grande progetto capitalista che dalla guerra aveva indubbiamente tratto profitto economico. Le conseguenti esigenze di ordine pubblico, legate anche alle oggettive difficoltà strutturali e logistiche di un paese devastato nelleconomia, resero la smobilitazione unoperazione lunga e complicata e fecero sì che fosse mantenuta in armi una forza di circa 300 000 uomini, abbastanza da tenere in vita reparti teoricamente soppressi sulla carta.

Con lavvento del fascismo ci furono dei primi ordinamenti atti alla riorganizzazione dellesercito e delle unità alpine. Negli anni trenta la difesa dei confini alpini fu affidata alla Regia Guardia di finanza, ai Carabinieri Reali, alla Milizia confinaria e a reparti alpini ai quali fu dato anche il compito di presidiare le nuove opere difensive della fortificazione permanente, allora in corso di progettazione e costruzione lungo il confine montano italiano, da Ventimiglia allIstria.

Questo impiego per le truppe alpine era in contrasto con le dottrine di quel tempo che prevedevano lutilizzo delle grandi unità Alpine ovunque la necessità lo richiedesse, essendo le stesse truppe idonee a svolgere azioni di carattere dinamico e non milizie destinate alla difesa di punti fissi. Con il regio decreto legge n. 833 del 28 aprile 1937 fu istituito un Corpo speciale denominato Guardia alla frontiera GaF, che aveva il compito di presidiare in permanenza il sistema fortificato del Vallo Alpino del Littorio, linea fortificata di tutto il confine italiano. La GAF includeva reparti di Fanteria, Artiglieria, Genio e Servizi, ma fu spesso comandata da Ufficiali Alpini ed ebbe come copricapo il cappello alpino privo della penna. Successivamente a seguito della durezza delle condizioni di vita in quota le fu riconosciuta formalmente la qualifica di reparto Alpino ma incongruamente non le fu concesso luso della penna. La Guardia alla frontiera venne quindi impiegata per la difesa dei confini nazionali mentre per gli Alpini fu previsto limpiego in ogni luogo richiesto dalle esigenze militari, anche in azioni offensive e al di fuori del teatro alpino: a tale scopo nel 1934 furono costituite le divisioni Alpine "Taurinense", "Tridentina", "Julia" e "Cuneense", cui si aggiunse la "Pusteria" nel 1935. A queste unità si aggiungevano cinque battaglioni misti del genio che allora comprendeva anche le trasmissioni, il battaglione "Duca degli Abruzzi" aggregato alla Scuola centrale militare di alpinismo e il battaglione "Uork Amba": in totale 31 battaglioni, 93 compagnie, 10 gruppi dartiglieria alpina e 30 batterie, articolati su cinque comandi divisionali. Ogni divisione aveva in organico anche unità del Genio militare e dei Servizi logistici: nacquero così i supporti delle Truppe Alpine, quali specialità alpine della propria rispettiva Arma di appartenenza, perciò a tutti gli effetti appartenenti al Corpo, al fianco degli Alpini e dellArtiglieria da Montagna, dal 4 Giugno 1934 ribattezzata Artiglieria Alpina a sottolineare ulteriormente la coesione.

Ma gli Alpini in tempo di pace si distinsero anche in ruoli diversi da quelli del soldato. Nel 1928, il dirigibile Italia sorvolò il Polo Nord e al ritorno, il 25 maggio entrò in una tremenda tempesta che gli fece perdere quota fino a schiantarsi sul pack artico, dove la gondola di comando rimase distrutta nellimpatto e dieci uomini furono sbalzati sui ghiacci, mentre i restanti sei membri dellequipaggio rimasero a bordo dellinvolucro; di loro e del dirigibile non si seppe più nulla, tra i dieci ci fu anche il generale Nobile, che riuscì ad inviare un primo messaggio di SOS.

I primi soccorritori furono gli Alpini della spedizione con a capo lalpino Capitano Gennaro Sora, bresciano, che comandava una squadra formata oltre che dal Sora, al centro della foto, dagli alpini, a partire da sinistra, caporali Giulio Bich, Silvio Pedrotti, Beniamino Pelissier, sergenti maggiori Giovanni Gualdi, Giuseppe Sandrini, Angelo Casari, Giulio Deriad e Giulio Guédoz, che il 18 giugno 1928 partì verso il Polo alla ricerca di Umberto Nobile e del suo equipaggio. La spedizione di Sora però non ebbe successo e i soccorritori diventarono naufraghi. Sora e gli altri furono individuati da tre velivoli svedesi il 12 luglio, e nonostante alla fine Nobile venisse tratto in salvo dalla rompighiaccio sovietica Krassin, Sora e i suoi Alpini passarono alla storia per leroismo profuso in condizioni estreme. in oltre un mese di ricerca del disperso

Fu nel 1931 che iniziarono le prime competizioni sciistiche per le truppe alpine, oggi conosciute come Ca.STA Campionati Sciistici delle Truppe Alpine. Nel 1934 venne costituita ad Aosta la Scuola militare centrale di alpinismo, per provvedere alladdestramento sci-alpinistico dei quadri delle truppe alpine. La scuola diverrà ben presto un polo di eccellenza in campo sportivo e sci-alpinistico, tanto da essere considerata "università della montagna".

Lo sviluppo dellarmamento degli alpini nel corso del ventennio 1919-39 fu limitato essenzialmente alle sole mitragliatrici e alle armi a tiro curvo. Nel primo caso si trattava di realizzare unarma automatica per il tiro collettivo che fosse più leggera e mobile della mitragliatrice pesante Fiat Mod. 14 che era più adatta come arma di posizione. Dopo varie sperimentazioni fu sviluppata la leggera Breda Mod. 30 che divenne larma di accompagnamento delle squadre fucilieri Alpine. In linea con le necessità della guerra in montagna furono sviluppati due nuovi mortai, il Brixia Mod. 35 da 45 mm e quello da 81 mm. La scarsa attenzione che le forze armate diedero allo sviluppo di nuove armi, soprattutto al carro armato e alle armi controcarro, fece sì che il solo cannone atto a fermare le truppe corazzate, il 47/32 Mod. 1935, fu assegnato solo a tre divisioni alpine Cuneense, Tridentina e Julia con conseguenti gravi carenze di fronte al massiccio impiego di mezzi corazzati negli altri eserciti.

                                     

1.8. Storia La guerra dEtiopia e la campagna dAlbania

Gli anni 1935-36 videro gli alpini ancora impegnati in Africa e precisamente in Etiopia, dove sbarcarono a Massaua da dove gli alpini della 5ª Divisione alpina "Pusteria" parteciparono alle operazioni di guerra, con le battaglie di Amba Aradam e dellAmba Alagi. Il 31 marzo ci fu la battaglia finale di Mai Ceu, dove le truppe di Hailé Selassié furono costrette a ripiegare e per limperatore di Etiopia fu la sconfitta. Per la colonna italiana formata da mille automezzi la strada verso Addis Abeba era spianata, e la "Pusteria", con sole 220 perdite, rientrò nellaprile del 1937.

Dopo le operazioni in Albania durante la Grande Guerra, meno di ventanni dopo gli alpini sbarcarono di nuovo sulle coste di Durazzo e Valona il 7 aprile 1939 per volere del Duce, che volle riequilibrare la mossa dellalleato tedesco in Austria di pochi mesi prima. Fu una spedizione allinsegna della disorganizzazione, tanto che gli stessi muli imbarcati senza basto, finimenti e cavezza al momento dello sbarco cominciarono a scappare dal porto invadendo le strade di Durazzo. Nella città gli alpini rimasero un paio di settimane, poi si sparpagliarono nel paese attraverso le montagne che sono raggiungibili grazie alle strade costruite in quelloccasione dal genio militare.

Lestate fu particolarmente calda e linverno particolarmente rigido, le perdite per malaria raggiunsero il 30% degli effettivi, e gli alpini dovettero anche subire lumiliazione delle leggi razziali fasciste che nel giugno 1940 imposero ai reparti lallontanamento degli ufficiali e dei soldati di origine slava e non solo quelli provenienti dalle zone annesse nella guerra del 15/18, ma anche dalle terre incorporate settantanni prima. Solo le forti proteste del generale Sebastiano Visconti Prasca impedirono alla Divisione Julia di essere seriamente indebolita da tale provvedimento.

                                     

1.9. Storia La seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale vide gli alpini impegnati inizialmente sul confine francese durante la battaglia delle Alpi Occidentali del giugno 1940, dove quattro divisioni Alpine erano schierate in zona di guerra: la Taurinense schierata sul confine alla testa della Dora Baltea, la Tridentina in seconda linea nella stessa vallata, con alcuni battaglioni Alpini costituiti allatto della mobilitazione; in riserva erano la Cuneense e la Pusteria, rispettivamente in valle Gesso e val Tanaro. Questi reparti furono inquadrati nel Gruppo darmate Ovest forte di 315 000 uomini lungo tutto il confine.

Nonostante le forze preponderanti, le unità italiane furono chiamate ad operare in condizioni precarie e pregiudizievoli in quanto, soprattutto per gli alpini di origine piemontese, il disagio fu acuito dalla constatazione delle ripercussioni sociali ed economiche sulle popolazioni civili. Inoltre migliaia di truppe male addestrate e mal equipaggiate di mezzi e armamenti si trovarono a combattere in un terreno impervio e contro un sistema difensivo di primordine attrezzato con un complesso di oltre quattrocento opere servite da unottima rete ferroviaria e stradale. Il 21 giugno arrivò lordine di attacco, le divisioni Tridentina, Cuneense e Pusteria furono spostate nei rispettivi teatri di scontro; la Tridentina fu posta in prima linea assieme alla Taurinense con il compito di penetrare verso Bourg-Saint-Maurice dal colle del Piccolo San Bernardo, mentre le altre due divisioni ebbero il compito di penetrare nel settore Maira-Po-Stura. Nella notte tra il 24 e 25 giugno, appena tre giorni dopo linizio delle operazioni per le divisioni alpine, fu firmato lArmistizio di Villa Incisa che pose fine alle ostilità con la Francia.

Nellottobre dello stesso anno le divisioni Cuneense, Tridentina, Pusteria e la Alpi Graie furono spostate sul fronte greco-albanese dove era già presente la Julia, che fu anche la prima a compiere azioni di guerra nel settore. Linvio degli alpini avvenne a causa dello sfondamento del fronte difensivo italiano sulla Vojussa: lavanzata greca minacciava di raggiungere lAdriatico e ricacciare oltremare le truppe italiane. Solo grazie allafflusso di reparti di rinforzo, tra cui le tre divisioni alpine, fu possibile stabilire una posizione di resistenza in grado di reggere fino alla primavera successiva. La Julia venne impiegata nei primi attacchi, ma la disorganizzazione dei comandi fece sì che in appena un mese di difficoltose avanzate fu costretta a ritirarsi e a difendersi dalle incursioni greche. A fine dicembre da 9 000 uomini la Julia rimase con sole 800 unità. La campagna di Grecia fu un fallimento per lItalia, e solo lintervento dellalleato tedesco nella primavera 1941 diede una svolta alle operazioni. Per assicurarsi il controllo dei Balcani in previsione dellinvasione dellUnione Sovietica, Adolf Hitler e il suo Stato Maggiore misero a punto loperazione Marita. Lattacco italo-tedesco partì il 6 aprile e il 23 la Grecia chiese larmistizio, armistizio che giunse dopo un enorme tributo di sangue per gli alpini, con 14 000 morti, 25 000 dispersi, 50 000 feriti e 12 000 congelati.

Nel 1942 per decisione di Mussolini e dellalto comando venne potenziato il corpo di spedizione inviato sul fronte orientale costituendo l8ª Armata italiana o ARMIR, forte di oltre 200 000 uomini; tra questi, 57 000 costituivano il Corpo dArmata alpino, composto dalle Divisioni Cuneense, Tridentina e Julia, per un totale di diciotto battaglioni alpini, nove gruppi dartiglieria alpina e tre battaglioni misto genio.

In questo contesto si colloca, nella primavera estate 1942, il compiersi in scala ridotta del progetto già vagheggiato decenni prima: una fusione tra Alpini e Bersaglieri. La 216ª Compagnia controcarri del 7º Reggimento Bersaglieri, di stanza a Cavalese, venne destinata a supporto del 6º Reggimento della Tridentina, ricevendo a Caprino Veronese il cappello alpino le mostrine. Erano nati, non senza malumore di alcuni degli interessati, i Bersalpini della la 216esima compagnia controcarro 47/32 Bolzano" che ottennero di portare le fiamme cremisi sotto il bavero e un fez minuscolo all’occhiello del taschino sinistro della divisa. Erano prevalentemente bresciani, veronesi e bolzanini ad essi furono aggregati 86 conducenti dei Battaglioni Verona, Vestone e Valchiese con cui si amalgamarono presto date le comuni provenienze. il 19 luglio 1942 la compagnia, forte di 246 effettivi partì da Asti per il fronte Orientale.

Invece di essere schierato sul Caucaso, come inizialmente previsto dai piani dei comandi italo-tedeschi, il Corpo darmata alpino venne invece impiegato nella difesa del Don dove gli alpini giunsero nella prima settimana del settembre 1942 passando alle dipendenze dell8ª Armata italiana.

Lambiente operativo del Don presentava caratteristiche assolutamente diverse da quelle in cui gli alpini erano addestrati a muoversi; una vasta pianura uniforme e priva di rilievi montuosi, dove un esercito invasore avrebbe dovuto disporre di forze corazzate e motorizzate per trarre beneficio da una fondamentale mobilità sul piano tattico. Il Corpo dArmata alpino invece disponeva di 4.800 muli e 1.600 automezzi che sarebbero stati largamente insufficienti anche in spazi operativi molto più ristretti; mancava inoltre tutto larmamento anticarro, lartiglieria contraerea e i mezzi di trasmissione, costruiti per limpiego in alta montagna, avevano una potenza limitata e non riuscivano a stabilire i corretti collegamenti sulle grandi distanze. In generale, tutto larmamento in dotazione agli alpini fu gravemente insufficiente: non furono forniti spazzaneve, né mezzi cingolati, né slitte, né lubrificanti antigelo né vestiario adeguato né armi automatiche in grado di resistere alle gelide temperature sovietiche. La destinazione del Corpo dArmata alpino sul Don non era nato da un piano strategico e organico, ma dallemergenza determinatasi su tutto il fronte sovietico nellestate-autunno 1942 e accentuatasi nellinverno successivo sino alla rotta dei reparti invasori nel dicembre-gennaio. Gli alpini dirottati sul Don arrivarono appena in tempo per essere schierati in prima linea, venire accerchiati dallavanzata dellArmata Rossa ed essere costretti a una ritirata tragica nella quale caddero oltre i due terzi degli uomini. Nellinsieme, agli alpini spettava un settore di 70 km, per cui non fu possibile tenere una divisione di riserva.

Il primo periodo di permanenza in linea degli alpini fu soprattutto di "stasi operativa", senza azioni di rilievo né da una né dallaltra parte, e gli alpini si preoccuparono di garantirsi condizioni di sopravvivenza in vista dellinverno con la costruzione di ricoveri, postazioni coperte, approvvigionamento di ogni tipo di materiale, scavo di fossati anticarro, posa di mine su vaste aree e posizionamento di reticolati e postazioni di tiro.

Dopo aver sconfitto lesercito romeno, accerchiato la 6ª Armata tedesca a Stalingrado nel novembre 1942 e distrutto gran parte dellARMIR nel dicembre, il 14 gennaio 1943 lArmata Rossa sferrò la poderosa offensiva Ostrogožsk-Rossoš e sbaragliò le truppe ungheresi e tedesche schierate sui fianchi del corpo alpino che quindi venne rapidamente circondato dalle colonne corazzate sovietiche; le tre divisioni Alpine furono costrette a ripiegare con una lunghissima marcia tra le gelide pianure sovietiche, subendo perdite altissime. Due delle divisioni la Julia e la Cuneense vennero infine intrappolate a Valujki e costrette alla resa, mentre i superstiti della divisione Tridentina riuscirono ad aprirsi la strada dopo una serie di disperati combattimenti, tra cui il più noto è la battaglia di Nikolaevka, riuscendo a conquistare il paese e uscire dalla "sacca".

Le perdite complessive del Corpo darmata alpino divisioni alpine Julia, Cuneense e Tridentina e Divisione fanteria Vicenza nella battaglia superarono l80% degli effettivi schierati sul fronte del Don: su una forza iniziale di circa 63 000 uomini si contarono 1 290 ufficiali e 39 720 soldati caduti o dispersi, 420 ufficiali e 9 910 soldati feriti, per un totale di 51 340 perdite. Anche i generali Umberto Ricagno comandante della Julia, Emilio Battisti comandante della Cuneense ed Etvoldo Pascolini comandante della Vicenza caddero prigionieri. Molto indicativa anche la sorte della giovane compagnia Bersalpini. Sui 246 effettivi metà riuscì ad uscire dalla sacca, dellaltra metà solo 3 rientrarono in patria, di cui 2 con ferite da congelamento.

Assai più efficace della storiografia, la letteratura ha consegnato i fatti accaduti in Unione Sovietica alla memoria futura con libri come Centomila gavette di ghiaccio e Nikolajewka: cero anchio di Giulio Bedeschi ufficiale medico, Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, Warwarowka Alzo Zero di Ottobono Terzi di Sissa, Mai tardi, La guerra dei poveri e La strada del Davai di Nuto Revelli e I più non ritornano di Eugenio Corti; tutti autori che parteciparono alla ritirata, alcuni erano Alpini, altri come Ottobono Terzi, pur provenendo da altre unità serano aggregati come combattenti a reparti Alpini.

                                     

1.10. Storia Gli Alpini dopo larmistizio

Con la proclamazione dellarmistizio avvenuta l8 settembre 1943 la storia degli alpini si frazionò. La maggior parte degli uomini si unirono ai gruppi partigiani a nord quali le celebri formazioni Fiamme Verdi dellUff. alpino Romolo Ragnoli nel bresciano o ai reparti Alleati che risalivano la penisola, altri entrarono a far parte della neonata Repubblica Sociale Italiana RSI, mentre i meno fortunati finirono imprigionati nei campi sovietici o tedeschi. Nella RSI fu costituita la 4ª Divisione alpina "Monterosa" cui si aggiunsero altre unità Alpine inquadrate nella "Divisione Littorio" e il battaglione guastatori "Valanga" della Decima Mas. Chi invece decise di combattere a fianco degli Alleati e della resistenza operò in tutto il sud e in particolare nellAbruzzo. Venne formata la 6ª Divisione alpina "Alpi Graie", che si scontrò duramente con i tedeschi sullAppennino nei primi giorni successivi allarmistizio, il battaglione alpini "LAquila" che con gli Alleati risalì tutta la penisola fino alla vittoria, mentre i reduci dallUnione Sovietica della Cuneense e Tridentina dettero vita a formazioni partigiane in Alto Adige.

Le uniche unità Alpine organizzate di cui si poterono seguire le vicende furono quelle inquadrate nellesercito Alleato impegnato nella guerra di liberazione, come il battaglione "Piemonte", dapprima in organico al Primo Raggruppamento Motorizzato, che nellaprile 1944 fu assorbito dal 3º Reggimento alpini e inquadrato nel costituendo Corpo Italiano di Liberazione CIL. Il battaglione fu quindi impiegato nel settore adriatico sino allagosto 1944, quando il CIL, giunto a contatto con la Linea Gotica fu sciolto per essere sostituito con i Gruppi di Combattimento. Il battaglione Piemonte entrò a far parte del gruppo di combattimento "Legnano" assieme al battaglione LAquila partecipando agli scontri nella val dellIdice e allinseguimento dei tedeschi fino a Bergamo e Torino. Il battaglione alpini "Monte Granero", assorbito assieme al Piemonte nel 3º Reggimento, nel settembre 1944 fu inviato in Sicilia in servizio di ordine pubblico.



                                     

1.11. Storia Il dopoguerra

Il periodo di ricostruzione delle truppe alpine dopo il conflitto fu relativamente lungo; dagli iniziali due battaglioni Piemonte e LAquila allistituzione delle cinque brigate che hanno costituito lorganico del corpo alpino fino agli inizi degli anni novanta, trascorsero circa otto anni.

Notevoli le ristrettezze economiche che si ripercuotevano sullequipaggiamento, larmamento e persino sulla reale possibilità di tenere in servizio la forza effettiva prevista. Le reclute nelle prime settimane dallincorporamento ricevevano solo la tenuta da fatica costituita dalle saloppette dei paracadutisti alleati e la camicia verde scuro già in dotazione allEsercito del Sud i cosiddetti "Verdoni", luniforme completa, anchessa anglosassone, veniva distribuita con forte ritardo, il fucile era il vetusto Enfield inglese; inoltre a fronte di una leva teorica di 15 mesi il precongedo a circa un anno era di fatto una routine.

Nel frattempo era ripresa gradualmente vigore lattività associativa dellA.N.A. Nellaprile del 1947 ricomparve il giornale LAlpino, Nellottobre del 1948 si svolse a Bassano del Grappa la prima adunata del dopoguerra, che dopo una sosta nel 1950 dovuta a ragioni tecniche, riprese senza più interruzioni mentre il 02-10-1949 vi fu a Bolzano un raduno dei reduci della Monterosa, a cui allepoca non era stata riconosciuta la pregressa appartenenza ad un reparto alpino per poter partecipare alla vita associativa dellA.N.A.

I vincoli numerici posti dallarmistizio furono superati solo nel 1949 con lentrata dellItalia nel patto Atlantico dove le forze armate si impegnavano a controllare da sole le frontiere orientali e lordine pubblico in tutta la penisola. Intanto. Nello stesso anno venne ricostituita la Scuola militare alpina di Aosta, mentre la Guardia alla Frontiera fu assorbita dalle truppe alpine, dando vita alla specialità degli Alpini darresto.

Per presidiare le nuove opere fortificate, nei primi anni cinquanta vennero costituiti dapprima i "battaglioni da posizione", poi i "raggruppamenti da posizione" per poi passare, nel 1962, ai "reparti darresto". I battaglioni da posizione e i reggimenti da posizione fino al 1957 ebbero in carico tutte le postazioni di montagna e di pianura. A partire da tale data, invece, le fortificazioni di pianura restarono alla Fanteria darresto, mentre quelle di montagna passarono definitivamente agli Alpini.

Verso la metà degli anni cinquanta le truppe Alpine furono quindi portate a cinque brigate:

  • "Cadore", di stanza in Veneto con il comando a Belluno ed i reparti nel Cadore; bacino di reclutamento nelle province di Belluno e di Vicenza e nelle zone appenniniche dellEmilia-Romagna centro-orientale;
  • "Julia", di stanza in Friuli con il comando a Udine ed i reparti in Carnia un battaglione, "LAquila" distaccato in Abruzzo; bacino di reclutamento nellestremo Nord-Est e in Abruzzo. Più precisamente in Veneto nelle provincie di Padova, Treviso e Venezia, in Friuli-Venezia Giulia, in Abruzzo e nella provincia di Isernia.
  • "Taurinense", di stanza in Piemonte con il comando a Torino ed i reparti in val Chisone, val di Susa e nel Cuneese; bacino di reclutamento in Piemonte, Valle dAosta, Piacentino e nelle zone appenniniche della Liguria e della Toscana;
  • "Orobica", di stanza nellAlto Adige occidentale, con il comando a Merano ed i reparti in val Venosta e valle Isarco; bacino di reclutamento Lombardia ed Alto Adige, ma limitatamente ad aliquote di sudtirolesi delle località overano di stanza i reparti;
  • "Tridentina", di stanza in Alto Adige orientale, con il comando a Bressanone ed i reparti in val Pusteria e valle Isarco; bacino di reclutamento in Trentino-Alto Adige e nella provincia di Verona;

Negli anni cinquanta nacquero gli alpini paracadutisti "Monte Cervino", che tuttora, acquisita anche la qualifica NATO di "Rangers", rappresentano lélite delle truppe alpine. Altra novità fu listituzione dei Centro Addestramento Reclute CAR, per la formazione iniziale delle reclute di leva.

Negli anni settanta, nellambito di una ristrutturazione dellesercito per ridurre i contingenti rendendo listituzione militare più efficiente e moderna, le truppe alpine furono riorganizzate con labolizione dei reggimenti e la formazione di unità di livello superiore; le brigate. Queste brigate alpine erano riunite nel 4º Corpo darmata alpino del quale il primo comandante nel 1952 era stato il generale Clemente Primieri, che comprendeva anche unità di supporto di cavalleria, artiglieria, genio militare, trasmissioni, aviazione leggera e servizi. Compito del IV Corpo dArmata era la difesa del settore alpino nord-orientale in caso di un attacco sferrato dalle forze del patto di Varsavia. Nellestate 1972, per festeggiare il centenario, rappresentanze di cinque brigate alpine e della Scuola militare alpina organizzarono il cosiddetto "raid del centenario" con una marcia che da Savona, passando per Trieste, arrivò il 20 luglio a Roma.

Dalle truppe alpine dal 1963 era inoltre tratto il contingente che costituì la componente italiana assegnata allAllied Mobile Force-Land AMF-L della NATO, dipendente dal Comando alleato in Europa. Una piccola e mobile task force nata con personale della Taurinense, formata da 1.500 uomini suddivisi in tre unità: il "Gruppo tattico alpini aviotrasportabile", il "Reparto di sanità aviotrasportabile" e il "National Support Element" per il sostegno logistico del contingente.

A partire dagli anni ottanta iniziò limpegno delle truppe alpine nelle missioni internazionali e umanitarie allestero. Tra queste vanno ricordate le missioni di peacekeeping in Libano missioni "Libano 1" e "Libano 2" tra il 1982 e 1984

                                     

1.12. Storia Gli anni novanta

Nei primi anni novanta, con il venire meno della minaccia sovietica, venne avviato il processo di ristrutturazione dellesercito, che comportò per le truppe alpine la soppressione di reparti, sia storici sia più recenti, tra i quali anche le Brigate Orobica e Cadore e gli Alpini dArresto. Nel 1997 il IV Corpo dArmata Alpino fu riorganizzato nel Comando truppe alpine formato da tre Brigate Taurinense, Tridentina e Julia, che divennero due nel 2002 in seguito alla soppressione della seconda.

Questa ristrutturazione vide gli alpini impegnati in un rinnovamento addestrativo e logistico che gli permise di diventare una delle specialità più idonee agli impieghi allestero, là dove servono uomini ben preparati fisicamente, militarmente abituati a muoversi in piccoli gruppi autonomi. è del 1993 ad esempio lintervento in Albania KFOR

Per superare le difficoltà legate allopinione pubblica contraria ad utilizzare militari di leva per missioni allestero, nel 1995 fu introdotto larruolamento di personale volontario, e questa nuova disponibilità di personale trasformò le brigate in un prezioso serbatoio di unità da utilizzare sia in operazioni di ordine pubblico interno missioni "Forza Paris" in Sardegna, "Vespri siciliani" in Sicilia e "Riace" in Calabria, sia in operazioni umanitarie allestero: loperazione Provide Comfort nel Kurdistan iracheno al termine della guerra del Golfo 1991. loperazione Onumoz nel 1993/94 con le brigate Taurinense e Julia inquadrate nel contingente "Albatros" in Mozambico le missioni per il mantenimento della pace in Bosnia operazione Joint Guard e operazione Constant Guard 1997/1998, loperazione Alba 1997 e AFOR 1999, OSCE/KVM in Kosovo 1998/99 dopo lintervento della NATO e il ritiro dellesercito serbo, e in Afghanistan dal 2002 operazione Nibbio, operazione Enduring Freedom e ISAF. Questi sono i principali teatri operativi delle Penne nere a cavallo tra il novecento e gli anni duemila; se da un lato ciò ha permesso di apprezzare gli Alpini a livello internazionale, dallaltro ha comportato la riduzione delladdestramento prettamente alpino a favore di una versatilità dimpiego su ogni teatro mondiale.

                                     

1.13. Storia La missione in Afghanistan

La prima aliquota di alpini inviati in Afghanistan fu una compagnia dellallora Battaglione alpini "Monte Cervino", giunta a Kabul nel maggio 2002. Il 30 gennaio 2003 si svolse a LAquila la cerimonia di saluto del 9º Reggimento alpini, che di lì a pochi giorni avrebbe rappresentato il grosso del nucleo italiano inviato in Afghanistan nellambito delloperazione Enduring Freedom. Il reggimento si stabilì a Khowst a 300 chilometri a sud-est di Kabul, a rimpiazzo del contingente statunitense che aveva appena lasciato in consegna larea. Il reggimento è parte della Brigata Taurinense, la prima ad arrivare a Kabul con quattrocento uomini con il compito di proteggere le vie daccesso allo scalo aereo cittadino.

A partire dal 20 aprile 2010, fino allottobre dello stesso anno, la Taurinense ha sostituito la Brigata meccanizzata "Sassari" alla testa del "Regional Command West" di Herat, il comando NATO responsabile della parte ovest dellAfghanistan, e ha schierato progressivamente tutti i suoi reparti: i reggimenti di fanteria alpina il 2º di Cuneo guidato dal colonnello Massimo Biagini, il 3º di Pinerolo agli ordini del colonnello Giulio Lucia e il 9º dellAquila sotto il comando del colonnello Franco Federici, i genieri del 32º reggimento di stanza a Torino comandati dal tenente colonnello Luca Bajata e anche il 1º reggimento artiglieria da montagna di Fossano agli ordini del colonnello Emmanuele Aresu. Questultimo reparto è stato impiegato soprattutto in supporto del "Provincial Reconstruction Team" di Herat, una struttura militare impegnata nella ricostruzione civile di quella provincia.

In seguito altri reggimenti di alpini, anche non appartenenti alla Taurinense, hanno prestato servizio in Afghanistan, tra cui il 5º, il 7º e l8º. Il 3º Reggimento alpini è stato in Afghanistan dal 3 settembre 2002 al 18 gennaio 2003, ritornandovi poi al comando del colonnello Lucio Gatti e rientrando in Italia, dopo sei mesi di attività, il 19 maggio 2009. In questi sei mesi sono state addestrate le forze di sicurezza afghane e, nelle valli a sud di Kabul, si sono completate due scuole, costruita da zero una struttura per la riunione dei consigli tribali e attrezzati alcuni villaggi con materiale didattico per listruzione e utensili per lagricoltura, oltre che con medicinali e vestiario; grazie inoltre ai fondi raccolti direttamente in Piemonte tra la popolazione o forniti dalle amministrazioni pubbliche della regione, è stato possibile ripristinare 15 km di canali di irrigazione affiancati da altrettanti pozzi per rendere disponibile ai villaggi acqua potabile. Il 7º Reggimento alpini, al comando del colonnello Paolo Sfarra, insieme al 2º Reggimento genio guastatori e al 232º Reggimento trasmissioni, è rientrato in Italia nel febbraio 2011, dopo aver pattugliato e organizzato basi avanzate nei distretti di Bakwa, Gulistan e Purchaman, luoghi dove è stata ricostruita una scuola femminile, pavimentata una piazza e un bazar, restaurata una moschea e una clinica medica, e costruiti pozzi per lacqua.

Fin dai primi mesi di missione in Afghanistan gli alpini hanno subito diverse perdite dovute a ordigni improvvisati e mine terrestri dirette ai convogli con cui le forze militari si spostano nel territorio. Al 4 aprile 2011, quando la brigata Julia è stata rilevata dalla Brigata paracadutisti "Folgore", gli Alpini avevano lasciato sul campo sette soldati morti cinque vittime di mine artigianali e due uccisi in scontri a fuoco.

Fine del reclutamento regionale

Con la legge 23 agosto del 2004 n. 226 venne decretata la sospensione del servizio militare inteso come leva obbligatoria a partire dal 1º gennaio 2005, determinando la fine del reclutamento regionale pertanto dal 2005 gli alpini vengono reclutati su tutto il territorio nazionale.

                                     

2. Il soccorso civile

Il primo riconoscimento ufficiale per unopera di soccorso fu la medaglia di bronzo al valor civile concessa al Battaglione "Valle Stura" intervenuto a spegnere un incendio sviluppatosi a Bersezio in valle Stura di Demonte nel 1883. Col tempo gli Alpini e i veterani dellANA si distinsero svariate volte là dove cera bisogno daiuto. A salvare le popolazioni travolte da una valanga in val Varaita nel 1886, durante il terremoto di Messina del 1908, nel disastro del Vajont nel 1963, nei terremoti del Friuli, dellIrpinia e del Molise, nella catastrofe della Val di Stava del 1985, nellalluvione della Valtellina del luglio 1987, e ancora dopo nel terremoto di Umbria e Marche del 1997 e nellalluvione del Piemonte del 2000. Le operazioni di soccorso non si sono limitate al territorio nazionale: gli alpini si schierarono in Armenia nel 1989 dopo un tremendo terremoto, o in operazioni di pace in Mozambico nel 1992, o ancora a supporto dei profughi albanesi e bosniaci durante la guerra del Kosovo.

                                     

3. Organico

Le truppe alpine sono una specialità pluriarma, riunendo reparti appartenenti alle varie armi e corpi dellEsercito: fanteria, artiglieria, genio, trasmissioni, trasporti e materiali, corpi logistici. Quasi tutti i reparti alpini fanno capo al Comando truppe alpine COMALP, un comando a livello di Corpo dArmata erede del 4º Corpo dArmata Alpino con sede a Bolzano.

Dal COMALP dipendono:

  • due brigate alpine: la "Taurinense" con il comando a Torino ed i reparti in Piemonte e Abruzzo e la "Julia" con il comando a Udine ed i reparti in Trentino-Alto Adige, Veneto e Friuli. Le due brigate hanno struttura analoga, disponendo ciascuna di un reparto comando e supporti tattici, tre reggimenti di fanteria alpina, un reggimento di artiglieria terrestre da montagna ed un reggimento del genio. La "Taurinense" è stata una delle prime unità dellEsercito su base volontaria ed ha maturato una pluriennale esperienza nelle missioni internazionali. La "Julia" è invece lunità dove sono più vive le tradizioni alpine, essendo stata alimentata come la disciolta "Tridentina" prevalentemente da leva e poi VFA affiancati ai VFB. Con il passaggio al reclutamento solo volontario la differenza è pressoché scomparsa. Queste unità rappresentano una delle migliori realtà dellEsercito Italiano: le brigate "Julia" e "Taurinense" sono unità di proiezione, vale a dire rapidamente schierabili e disponibili per ogni test o impiego operativo internazionale ed hanno partecipato in primo piano con i propri reggimenti alle principali operazioni allestero delle forze armate italiane, dallAlbania alla Bosnia, dal Kosovo allAfghanistan;
  • i supporti, notevolmente ridimensionati rispetto al passato, al 2011 sono costituiti dal reparto comando a Bolzano, che assicura il supporto logistico al COMALP; dal 4º Reggimento alpini paracadutisti, unità délite delle truppe alpine utilizzata per operazioni speciali.
  • il Centro addestramento alpino di Aosta: erede della Scuola militare alpina è listituto preposto alladdestramento in campo sci-alpinistico dei quadri delle truppe alpine, nonché del personale di altre armi e forze armate italiane o straniere. Svolge inoltre attività agonistica di alto livello con il proprio reparto di atleti. Il centro ha alle dipendenze il 6º Reggimento alpini, di stanza a Brunico e San Candido, che gestisce con proprio personale le aree addestrative della val Pusteria dove si addestrano reparti operativi ed istituti di formazione militare;

Vi sono infine due reggimenti di supporto uno delle trasmissioni ed uno di paracadutisti, un tempo inquadrati in grandi unità alpine ma ora posti alle dipendenze di altri comandi. Questi reparti rimangono comunque truppe alpine a tutti gli effetti, tanto che conservano fisionomia, nome, tradizioni e soprattutto il cappello alpino.

                                     

4. La divisa

La divisa alpina era inizialmente degli stessi colori dellesercito piemontese: giubba turchina e pantaloni bianchi, cosa che non consentiva certo una buona mimetizzazione in ambiente montano. La questione fu dibattuta tra 1904 e 1906 su sollecitazione del presidente della sezione di Milano del Club Alpino Italiano, Luigi Brioschi. Nellaprile 1906, per un esperimento pratico, furono scelti gli alpini del battaglione "Morbegno" del 5º Reggimento, di stanza a Bergamo. Lesperimento fu un successo, e nacque così il "plotone grigio", composto di quaranta uomini della 45ª compagnia del "Morbegno", che fece la sua prima comparsa ufficiale a Tirano.

                                     

4.1. La divisa Il cappello

Il cappello, detto "bantam", è lelemento più noto e rappresentativo delluniforme degli alpini. È composto da molti elementi atti a rappresentare il grado, il reggimento e la specialità di appartenenza. Il cappello ultima versione fu introdotto nel 1910.

Il 25 marzo 1873 venne adottato invece del chepì di fanteria un cappello proprio di feltro nero di forma tronco conica alla "calabrese" a falda larga; frontalmente aveva come fregio una stella a cinque punte, di metallo bianco, con il numero della compagnia. Sul lato sinistro, semicoperta dalla fascia di cuoio, vi era una coccarda tricolore nel cui centro era posto un bottoncino bianco con croce scanalata. Un gallone rosso a V rovesciata guarniva il cappello dallo stesso lato della coccarda e sotto questa era infilata una penna nera di corvo. Per gli ufficiali il cappello era lo stesso, però la penna era daquila.

Il 1º gennaio 1875, i comandanti di reparto assunsero la denominazione di Comandanti di battaglione e non portarono più il cappello alla calabrese che distingueva gli appartenenti alle compagnie alpine, ma indossarono il copricapo del distretto nel quale sinsediavano non avendo un ufficio proprio. Nel 1880 invece della stella a cinque punte fu adottato un nuovo fregio ugualmente di metallo bianco: unaquila "al volo abbassato" sormontante una cornetta contenente il numero di reggimento. La cornetta era posta sopra un trofeo di fucili incrociati con baionetta inastata, una scure e una piccozza. Il tutto circondato da una corona di foglie di alloro e quercia.

Nei primi mesi della prima guerra mondiale lesercito italiano adottò lelmetto "Adrian" ma gli alpini e i bersaglieri lo snobbarono perché non riuscivano a collocarci sopra il distintivo, penna i primi e piumetto i secondi, Vi sono tuttavia documentazioni fotografiche che ne attestano luso alpino quantomeno a tutto Luglio 1916, ad esempio da parte di Battisti e Filzi al momento della cattura su Monte Corno. In seguito furono in particolare gli Alpini operanti ad alte quote ad accantonarlo definitivamente a favore di passamontagna e cappello di feltro, per motivi più pratici del simbolismo, legati ai problemi nelluso col gelo, col vento, e con la minaccia incombente dei fulmini. Problemi condivisi anche dagli austro-tedeschi che in montagna spesso ricorsero anchessi ai passamontagna, oltre che al classico feldmutze tuttoggi simbolo dei reparti da montagna dei due paesi

                                     

4.2. La divisa La penna

Lunga circa 25–30 cm, è portata sul lato sinistro del cappello, leggermente inclinata allindietro, di corvo, nera, per la truppa, di aquila, marrone, per i sottufficiali e gli ufficiali inferiori e di oca bianca per gli ufficiali superiori e generali.

Viene portata anche sullelmetto, sin ai tempi del secondo conflitto, mediante appositi fermagli portanappina talvolta quando questi non erano disponibili, veniva infilata lestremità della nappina in uno dei fori areatori

                                     

4.3. La divisa La nappina

La nappina, presente sulla sinistra del cappello, è il dischetto, a forma semi-ovoidale, nel quale viene infilata la penna. Per i gradi dei graduati e militari di truppa, tale dischetto è formato di lana colorata su unanima in legno. Per gli ufficiali inferiori e superiori, luogotenenti, marescialli e sergenti la nappina è in metallo dorato e, nei reparti del Piemonte e della Valle dAosta, porta al centro la croce sabauda. Dal grado di generale di brigata in poi, il materiale utilizzato è invece il metallo argentato.

In origine il colore della nappina distingueva i battaglioni allinterno dei vari reggimenti, per cui il 1º battaglione di ciascun reggimento aveva nappina bianca, il 2° rossa, il 3° verde e, qualora vi fosse un 4º battaglione, azzurra. I colori erano quelli della bandiera italiana, più lazzurro di casa Savoia. In seguito si aggiunsero altre nappine con colori, numeri e sigle specifiche per le diverse specialità e i vari reparti.

Le nappine utilizzate nel corso degli anni sono le seguenti:

Fanteria alpina
  • azzurra, dischetto nero, "R" bianca: supporti reggimentali CCSL reggimentali
  • azzurra: 3º Rgt. Alpini Btg. Susa, 9º Rgt. Alpini Btg. LAquila, Centro Addestramento Alpino escluso Btg. Aosta, personale fuori corpo
  • verde: 2º Rgt. Alpini Btg. Saluzzo, 6º Rgt. Alpini Btg. Bassano, 7º Rgt. Alpini Btg. Belluno, 5º Rgt. Alpini Btg. Edolo, 8º Rgt. Alpini Btg. Cividale
  • azzurra, dischetto nero, "B" bianca: Reparto Comando e trasmissioni di Brigata alpina Taurinense e Julia
  • azzurra, dischetto nero, "CA" bianca: Reparto Comando e compagnia alpini paracadutisti del 4º Corpo dArmata alpino
  • rossa: 6º Rgt. Alpini Btg. Trento, 7º Rgt. Alpini Btg. Pieve di Cadore, 8º Rgt. Alpini Btg. Tolmezzo, Battaglione Addestrativo Aosta, Fanfara della Brigata alpina Taurinense
  • azzurra, dischetto centrale nero e lettere "c/c" in bianco: Compagnia controcarri di Brigata alpina
  • bianca: 4º Rgt. Alpini Btg. Ivrea, 5º Rgt. Alpini Btg. Morbegno, 6º Rgt. Alpini Btg. Bolzano,7º Rgt. Alpini Btg. Feltre, 8° Rgt Alpini Btg. Gemona, 11° Rgt Alpini Btg. Alpini darresto Val Tagliamento
Artiglieria da montagna
  • verde, dischetto nero, nr. giallo: batterie da montagna il nr. corrisponde al nr. della batteria
  • verde, dischetto nero, "CG" giallo: Comandi di Gruppi di artiglieria da montagna Batterie Comando e servizi
  • verde, dischetto nero senza sigle: personale fuori corpo
Genio, trasmissioni, servizi
  • viola: Battaglione Logistico di Brigata alpina
  • amaranto: genio 2º e 32º Rgt. genio guastatori e trasmissioni 2º Rgt. Trasm.
                                     

4.4. La divisa I distintivi di grado

Sul cappello alpino i gradi sono portati sul lato sinistro, in corrispondenza della penna e della nappina, sotto forma di galloni:

                                     

4.5. La divisa Le mostrine

Oltre ai fregi ove previsti sui vari copricapi, insegne specifiche sono le mostrine applicate sul colletto della giacca/camicia nelluniforme ordinaria e di gala, caratterizzate dal campo verde delle specialità da montagna, a distinguere le specialità delle varie Armi e Specialità che compongono il Corpo degli Alpini:

                                     

5.1. Nella cultura di massa Lalpino e il mulo

È durato 130 anni il sodalizio tra gli alpini e i muli, ma questi equini furono arruolati ancor prima degli alpini, perché già dal 1831 nellesercito del Regno di Sardegna vennero costituite le prime batterie da montagna dotate di cannoni smontabili per il cui trasporto furono impiegati trentasei muli. Il loro scopo era quello di alleggerire il soldato dai peso che altrimenti avrebbe dovuto portare a spalla, e con il trascorrere del tempo limportanza dei quadrupedi crebbe sempre di più.

Il legame tra lalpino e il mulo si consolidò durante la Grande Guerra dove divenne fondamentale per trasportare le armi e il rifornimento logistico dei reparti in alta montagna. In breve tempo lalpino e il mulo divennero nellimmaginario collettivo un binomio inscindibile, ed assieme agli alpini, i muli patirono la fame e il freddo durante le due guerre mondiali dove furono impegnati su tutti i fronti dove vennero utilizzate forze italiane. Anche nella seconda guerra mondiale il mulo fu protagonista se si pensa al suo impiego sul fronte greco e sovietico. Il Corpo darmata alpino partito per la steppa sovietica, ad esempio, aveva in dotazione ben 4.800 muli che ebbero un ruolo fondamentale soprattutto durante la ritirata in Unione Sovietica.

Dal dopoguerra, per effetto della motorizzazione di praticamente tutti i reparti, è cominciato il declino nelluso del mulo e negli ultimi anni di servizio i muli in dotazione in tutto lesercito erano appena settecento. Il 7 settembre 1993 presso la caserma DAngelo di Belluno, vennero venduti allasta per ordine del Ministero della Difesa, gli ultimi ventiquattro muli in forza agli alpini.

Una rappresentazione di cosa fu il connubio tra lalpino e il mulo è visibile presso il museo nazionale storico degli Alpini a Trento, dove si trova un piccolo "museo del mulo". Questo raccoglie materiale da maniscalco ed equipaggiamento relativo allinseparabile compagno delle truppe alpine.

                                     

5.2. Nella cultura di massa Il motto

Il motto "Di qui non si passa" fu coniato dal generale Luigi Pelloux, primo ispettore generale degli alpini, che nellottobre 1888, in occasione di un banchetto ufficiale per la visita a Roma dellimperatore di Germania, concluse un discorso sugli alpini dicendo:

                                     

5.3. Nella cultura di massa La preghiera dellalpino

La preghiera, nella sua forma originale, fu scritta dal colonnello Gennaro Sora, allora comandante del battaglione alpini "Edolo", a Malga Pader, in Val Venosta, proprio per la sua unità. Questa prima versione conteneva degli espliciti riferimenti al Duce e al Re, che col tempo furono cancellati. Il vicario generale Monsignor Giuseppe Trossi il 21 ottobre 1949 comunicò il testo rivisto e adattato della preghiera, aggiungendo lo specifico riferimento alla Madonna degli Alpini. Questa preghiera doveva essere quindi recitata in sostituzione della Preghiera del Soldato al termine di ogni Santa Messa di precetto.

Nuovamente nel 1972 il cappellano militare capo del Servizio di Assistenza Spirituale del 4º Corpo darmata alpino, Monsignor Pietro Parisio, previa autorizzazione del suo generale comandante il Monsignor Franco Parisio, ottenne dallArcivescovo Ordinario Militare, Monsignor Mario Schierano, alcune nuove piccole modifiche alla preghiera, in modo da adattarla nel modo migliore agli Alpini delle nuove generazioni. Il testo venne ulteriormente e leggermente modificato ed infine definitivamente approvato il 15 dicembre 1985.

Attorno alla metà degli anni novanta, il presidente dellANA Leonardo Caprioli ottenne dal Consiglio Direttivo Nazionale la possibilità che la preghiera possa essere recitata nella sua forma del 1949 quando siano presenti soltanto soci iscritti allANA, o nella sua forma del 1985, alla presenza di reparti alpini alle armi. Infine il 6 settembre 2007 lArcivescovo Ordinario Militare, Monsignor Vincenzo Pelvi, ha reinserito, nel testo modificato nel 1985 il riferimento alla "nostra millenaria civiltà cristiana". Quindi per gli alpini in servizio il passo "Rendici forti a difesa della nostra Patria e della nostra Bandiera" diventa "Rendici forti a difesa della nostra Patria, della nostra Bandiera, della nostra millenaria civiltà cristiana".

                                     

5.4. Nella cultura di massa Linno

LInno degli Alpini è il Trentatré. Il motivo di questo nome non è chiaro; secondo alcune fonti deve il proprio nome perché era il 33º pezzo nel repertorio delle fanfare alpine dei primi reparti, secondo altre perché era in origine il motto del 33º reggimento artiglieria, allepoca inquadrato nelle truppe alpine, altri infine fanno risalire questo nome alla metrica utilizzata per comporre il testo e la musica. Inoltre, esso è ispirato allinno francese: Les Fiers Alpins, testo scritto da DEstel, con la musica di Travè