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ⓘ Moti di Genova. Con la locuzione moti di Genova ci si riferisce convenzionalmente al sacco subito dalla città di Genova ad opera dellesercito sabaudo tra gioved ..




                                     

ⓘ Moti di Genova

Con la locuzione moti di Genova ci si riferisce convenzionalmente al sacco subito dalla città di Genova ad opera dellesercito sabaudo tra giovedì 5 aprile e mercoledì 11 aprile 1849. Tra i protagonisti che si posero alla vana difesa della città vi furono il geologo e uomo politico italiano Lorenzo Pareto - comandante della Guardia civica - e lo studente universitario e militare a Custoza, Alessandro De Stefanis.

                                     

1. Antefatto

A seguito della dissoluzione della napoleonica Repubblica Ligure, il Congresso di Vienna nel 1815 unì la Liguria al Regno di Sardegna.

Nei giorni successivi allarmistizio firmato il 25 marzo 1849 a Vignale quartiere di Novara da Vittorio Emanuele II di Savoia appena subentrato al padre Carlo Alberto sul trono ed il generale austriaco Josef Radetzky, nel capoluogo ligure il malcontento popolare e la sostanziale sfiducia nei sabaudi, uniti al rimpianto per la perduta indipendenza ed al timore di passare sotto il dominio dellImpero asburgico, sfociarono in una serie di tumulti.

I tumulti cittadini portarono alla temporanea restaurazione in Genova di un governo autonomo da Torino. I moti furono guidati dai mazziniani, con a capo Lorenzo Pareto, Emanuele Celesia e Giuseppe Avezzana. Per sedare la rivolta venne inviato il generale Alfonso La Marmora con lesercito sardo e il corpo speciale dei Bersaglieri.

                                     

2. Lattacco alla città

La Marmora, giunto di fronte alla porta della Lanterna, simbolo della città, fingendo di voler trattare con gli assediati, attaccò senza preavviso i difensori conquistando la posizione strategica; successivamente i piemontesi conquistarono con linganno anche il palazzo del Principe e dopo una notte di strenua resistenza i difensori, asserragliati a Villa Bonino, dovettero cedere a duecento bersaglieri.

La battaglia vide anche leroica azione di Alessandro De Stefanis. Sconfitto nel tentativo di riprendere il Forte Begato, venne raggiunto, nonostante si fosse nascosto in un casolare, da un manipolo di bersaglieri che infierirono sul giovane ferendolo gravemente. De Stefanis morì dopo ventotto giorni di agonia.

I Genovesi confidavano molto sullarrivo della Divisione Lombarda, composta da volontari, che avrebbe potuto modificare il corso gli avvenimenti; la divisione era comandata dal generale Manfredo Fanti. Il generale, nonostante la volontà dei suoi soldati di portare aiuto a Genova, operò in modo tale da non giungere in tempo a soccorrere la città. Il Fanti nonostante questo comportamento venne comunque sospettato di tradimento nei confronti del re. Le indagini militari lo assolsero, ma venne comunque allontanato dallEsercito ma riammesso dopo breve tempo, tanto da comandare una brigata sabauda in Crimea.

In porto era presente una nave da guerra britannica, la "H.M.Vengeance ", il cui comandante, Charles Philip Yorke, duca di Hardwicke, agì da intermediario fra gli insorti e il generale La Marmora.

                                     

3. Razzie nella città conquistata

Durante il pesante bombardamento del 5 aprile le truppe piemontesi presero di mira le abitazioni civili e persino lospedale di Pammatone già Portoria ed oggi Piccapietra, sparando a raffica dalle batterie di San Benigno. Gli insorti genovesi riuscirono a resistere fino all11 aprile alloccupazione della città da parte di un corpo di spedizione di 25.000-30.000 uomini.

Durante questo periodo i soldati sabaudi, con ammirevoli eccezioni come narrato dallanonimo di Marsiglia, si abbandonarono alle più meschine azioni contro la popolazione civile, violentando donne ed uccidendo padri di famiglia e fratelli che si opponevano allo scempio, sparando alle finestre alla gente che vi si affacciava e correndo per le strade al grido di I Genovesi son tutti Balilla, non meritano compassione, dobbiamo ucciderli tutti ; oppure: Denari, denari o la vita, a cui fecero seguito irruzioni e predazioni.

Neppure i luoghi sacri vennero risparmiati le argenterie razziate; i prigionieri, anche quelli che si erano arresi, vennero uccisi o stipati in celle anguste e costretti addirittura a dissetarsi della propria urina.

Le atrocità vennero documentate e condannate da una commissione dinchiesta del Parlamento di Torino.

In compenso, il governo piemontese concesse una rapida e completa amnistia, tanto che in anni successivi Pareto fu Presidente della Camera dei Deputati e Senatore, Avezzana venne reintegrato nellesercito e Celesia divenne assessore comunale, oltre a ottenere diverse cariche in ambito pedagogico e universitario.



                                     

4. La targa alla memoria

La "pace" tra Genova e i Bersaglieri fu siglata nel 1994, quando la città accettò di ospitare il 42º raduno nazionale del corpo, con Amedeo di Savoia-Aosta nelle vesti di "paciere".

Il 26 novembre 2008 il consiglio comunale di Genova, su richiesta del Movimento Indipendentista Ligure, ha fatto apporre sul marciapiede di fronte alla statua del re Vittorio Emanuele II, sita in piazza Corvetto, una targa che ricorda i tragici fatti dellaprile 1849.

Il testo della targa recita: