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ⓘ Ipotesi sul caso Moro. La stampa ipotizzò, a seguito delle interviste ad alcuni brigatisti catturati, che le BR avessero puntato su Moro ritenendo che lobiettiv ..




                                     

ⓘ Ipotesi sul caso Moro

La stampa ipotizzò, a seguito delle interviste ad alcuni brigatisti catturati, che le BR avessero puntato su Moro ritenendo che lobiettivo precedentemente scelto dai terroristi, Giulio Andreotti, risultasse troppo protetto. Lo stesso Andreotti però smentì la fondatezza dellassunto, pubblicamente raccontando che ogni mattina abitudinariamente si recava di buonora, a piedi e del tutto solo, a messa in una chiesa vicina alla sua abitazione; come obiettivo, affermò, era anche eccessivamente facile.

Anche il brigatista Valerio Morucci nelle sue deposizioni ai processi Moro ha affermato che lobiettivo di colpire Andreotti fu abbandonato non per la protezione di cui godeva, ma per il luogo estremamente centrale di Roma ove egli abitava che impediva, di fatto, qualsiasi tentativo di fuga del commando brigatista dopo leventuale agguato. Morucci dichiarà anche che la scelta di via Fani per lazione fu dettata dallimpossibilità di compierla in altri luoghi frequentati dal presidente della DC.

Adriana Faranda, che partecipò alla preparazione del piano di sequestro, raccontò: "Moro, la mattina intorno alle nove, si recava nella chiesa di Santa Chiara per la messa. Partì uninchiesta massiccia e fu ideata una prima ipotesi di sequestro. Questa ipotesi non prevedeva luccisione della scorta, doveva effettuarsi allinterno della chiesa e con la diretta partecipazione di un nucleo di sette militanti Br. Era prevista una via di fuga che dallinterno della chiesa, passando per un corridoio di una scuola, arrivava in via Zandonai; perciò completamente fuori dalla vista di chi si trovava in piazza dei Giochi Delfici, su cui si affaccia la chiesa. Furono analizzate anche altre vie di fuga e tutte le strade che in automobile erano percorribili da via Zandonai fino ai luoghi più sicuri. Questo progetto venne abbandonato perché piazza dei Giochi Delfici si trova in una zona altamente militarizzata, se ci si fosse accorti del sequestro in atto sarebbe potuto nascere un conflitto a fuoco che avrebbe coinvolto passanti e reso impossibile la fuga dei brigatisti coinvolti; nel piano, come copertura, si arrivava più o meno a venti persone".

La colonna romana decise di intervenire bloccando lauto di Moro lungo il percorso tra via Trionfale e la chiesa di Santa Chiara. Davanti alla chiesa Franco Bonisoli scoprì che lauto non era blindata, così si decise di uccidere la scorta.

I brigatisti, inoltre, scartarono quasi subito lipotesi di rapire Moro allUniversità per il gran numero di studenti sempre presenti.

                                     

1. Il possibile coinvolgimento della P2 e dei servizi segreti

Durante il sequestro, il giornalista Mino Pecorelli aveva scritto più volte sulla rivista da lui diretta OP-Osservatore Politico che "a duemila anni di distanza Roma avrebbe visto nuovamente le Idi di marzo e la morte di Giulio Cesare.". Ciò in riferimento alla data di morte di Cesare 15 marzo 44 a.C. e del rapimento di Moro 16 marzo 1978. Dopo la morte del presidente DC Pecorelli pubblicò un articolo intitolato Vergogna, buffoni!, sostenendo che il generale Carlo Alberto dalla Chiesa si fosse recato da Andreotti dicendogli di conoscere la prigione di Moro, non ottenendo il via libera per il blitz a causa della contrarietà di una certa "loggia di Cristo in paradiso". La possibile allusione alla P2, organizzazione implicata in attività eversive, fu ipotizzabile soltanto dopo il ritrovamento della lista degli iscritti alla P2, avvenuto il 17 marzo 1981. In questa lista erano presenti i nominativi di diversi personaggi che ricoprivano ruoli importanti nelle istituzioni sia durante il sequestro Moro che durante le indagini che seguirono. Alcuni erano stati promossi ai loro incarichi da pochi mesi o durante il sequestro stesso: tra questi il generale Giuseppe Santovito, direttore del SISMI, il prefetto Walter Pelosi, direttore del CESIS, il generale Giulio Grassini del SISDE, lammiraglio Antonino Geraci, capo del SIOS della Marina Militare, Federico Umberto DAmato, direttore dellUfficio affari riservati del Ministero dellinterno, il generale Raffaele Giudice, comandante generale della Guardia di Finanza e il generale Donato Lo Prete, capo di stato maggiore della stessa, il generale dei Carabinieri Giuseppe Siracusano responsabile per quello che riguardava i posti di blocco effettuati nella Capitale durante le indagini sul sequestro, che la Commissione Moro considerò poco efficaci.

Il professor Vincenzo Cappelletti, uno degli esperti chiamati a formare i comitati durante il rapimento, dichiarò alla commissione stragi che il professor Franco Ferracuti già agente della CIA ed fra i sostenitori dellipotesi che Moro fosse stato colpito dalla sindrome di Stoccolma, il cui nome risultò tra gli iscritti della P2 con tessera 2137, avrebbe aderito alla loggia proprio durante il periodo del sequestro su proposta del generale Grassini, almeno stando a quanto riferitogli dal Ferracuti stesso.

Licio Gelli ha affermato che la presenza di un elevato numero di affiliati alla loggia nei comitati non era dovuta a un coinvolgimento attivo della P2 nella questione, quanto al fatto che molte personalità di primo piano del tempo erano iscritte alla stessa, quindi era naturale che in questi comitati se ne trovassero diverse. Gelli affermò anche che alcuni degli iscritti presenti nei comitati probabilmente ignoravano il fatto che anche altri appartenessero alla loggia stessa.

Altro caso dubbio, che è stato dibattuto in numerose pubblicazioni sul caso Moro, è quello relativo alla presenza del colonnello Camillo Guglielmi del SISMI nelle vicinanze dellagguato durante lazione delle BR. La notizia della sua presenza in via Stresa, tenuta segreta inizialmente, verrà rivelata soltanto nel 1991 durante le indagini della Commissione Stragi, anche a seguito di una relazione presentata dal deputato di Democrazia Proletaria Luigi Cipriani allora membro della commissione che riferiva di alcune testimonianze sul caso Moro e sul ruolo di Guglielmi come osservatore, da parte di un ex agente del SISMI poi quasi totalmente smentite dal diretto interessato. Guglielmi affermerà di essere stato realmente in zona, ma perché invitato a pranzo da un collega che abitava nella vicina via Stresa. Secondo alcune pubblicazioni il collega, pur confermando il fatto che Guglielmi si presentò a casa sua, negò che il suo arrivo fosse previsto. Secondo alcune fonti tra cui lo stesso Cipriani Guglielmi avrebbe anche fatto parte di Gladio, tesi però fermamente smentita dallo stesso colonnello.

Indagini della DIGOS porteranno poi a scoprire che alcuni macchinari presenti nella tipografia utilizzata dai brigatisti per la stampa dei comunicati da quasi un anno prima del rapimento, che era gestita da un brigatista Enrico Triaca e finanziata da Moretti, erano stati precedentemente di proprietà dello Stato: si trattava di una stampatrice AB-DIK260T, che era di proprietà del Raggruppamento Unità Speciali dellEsercito facente parte del SISMI e che, seppur con un pochi anni di vita e un elevato valore, era stata venduta come rottame ferroso, e di una fotocopiatrice AB-DIK 675, precedentemente di proprietà del Ministero dei trasporti, acquistata nel 1969 e che, dopo alcuni cambi di proprietario, era stata venduta a Enrico Triaca.

Anche lappartamento di via Gradoli presenta alcune peculiarità. Innanzitutto fu affittato da Moretti sotto lo pseudonimo di Mario Borghi nel 1975, ma il contratto daffitto tra "Borghi" e la controparte Luciana Bozzi non venne registrato. Inoltre, in quello stabile vivevano anche un confidente della polizia e diversi appartamenti erano intestati a uomini del SISMI. La palazzina fu perquisita dai carabinieri del colonnello Varisco, ma venne saltato lappartamento in oggetto, in quanto nel momento del controllo non risultava essere presente nessuno. Ad aggiungere ulteriori incertezze sul caso, diversa pubblicistica evidenzia che la signora Bozzi si scoprirà successivamente essere amica di Giuliana Conforto, nel cui appartamento furono arrestati i brigatisti Morucci e Faranda. Infine, Pecorelli, nel 1977, si burlò di Moretti indirizzando a Mario Borghi residente in via Gradoli una cartolina da Ascoli Piceno recante il messaggio "Saluti, brrrr".

                                     

2. I tentativi dei palestinesi di proteggere lautore del lodo Moro

La stazione dei servizi segreti di Beirut, guidata dal colonnello Stefano Giovannone, il 18 febbraio 1978 inviò a Roma un dispaccio della "Fonte 2000": in esso si riconferma la fedeltà del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina al lodo Moro, nello stesso momento in cui si richiede di non farne menzione alla centrale OLP in Italia e in cui si rivela che azioni terroristiche europee erano in preparazione in Italia. La versione non appare combaciante con la deposizione di Antonio Savasta alla Procura della Repubblica di Verona poiché, nel verbale del 1º febbraio 1982, cera scritto: "A noi sembrò strano che Arafat cercasse dei contatti nel periodo in cui sembrava che la sua politica tendesse a un avvicinamento ai Paesi europei. Vi erano stati infatti poco tempo prima gli incontri non ufficiali dello stesso Arafat con Aldo Moro. Proprio per questo pensammo che poteva trattarsi di un tranello tesoci dai servizi segreti per catturare qualcuno di noi. Il dubbio venne chiarito dal rappresentante dellOLP il quale spiegò che allinterno dellOLP e proprio allinterno della stessa linea politica di Arafat vi era una tendenza di alcuni contraria allavvicinamento ai Paesi europei, anzi contraria allabbandono della lotta armata nei confronti di Israele".

In ogni caso, in ben due lettere dalla prigionia Moro evoca il nome del colonnello Giovannone ne richiede il rientro in Italia: in quella a Flaminio Piccoli lo cita in rapporto alla "nota vicenda dei palestinesi" e in quella ad Erminio Pennacchini lo considera tra i protagonisti della soluzione per la quale "ai prigionieri politici dellaltra parte viene assegnato un soggiorno obbligato in Stato terzo".

Nel giugno 2008, poi, il terrorista venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, detto "Carlos", in unintervista allagenzia di stampa ANSA, dichiarò che alcuni uomini del SISMI, guidati dal colonnello Stefano Giovannone secondo una testimonianza di Corrado Guerzoni ritenuto vicino a Moro, nella sera tra l8 e il 9 maggio 1978, allaeroporto di Beirut, tentarono un accordo per far liberare Moro: questo accordo avrebbe previsto la consegna di alcuni brigatisti incarcerati a uomini del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina sul territorio di un paese arabo. Secondo "Carlos" laccordo, che vedeva i vertici del SISMI contrari e violava la direttiva del governo di non trattare, fallì perché linformazione fuoriuscì dallufficio politico dellOLP, probabilmente a causa di Bassam Abu Sharif, e da lì ne vennero informati i servizi di un Paese della NATO che ne informò a suo volta il SISMI. Il giorno dopo Moro venne ucciso. Sempre secondo il terrorista venezuelano gli ufficiali che avevano effettuato questo tentativo vennero allontanati dai servizi, costringendoli alle dimissioni o al pensionamento. Lo stesso Carlos, a metà degli anni ottanta, era stato indicato da Kyodo News, unagenzia di stampa giapponese, in base a informazioni provenienti da una fonte non dichiarata, come uno dei possibili ispiratori del rapimento.

Quanto ai rapporti tra Giovannone ed il FPLP, essi risulterebbero asseverati anche da altre inchieste, come quella sulla sparizione di Graziella De Palo e Italo Toni.

                                     

3. Il possibile coinvolgimento dellAutonomia

Nella seconda metà di aprile del 1978 due dirigenti del PSI, Claudio Signorile e Antonio Landolfi, sincontrarono con Lanfranco Pace e Franco Piperno, due militanti di Autonomia Operaia in contatto con Faranda e Morucci: i due esponenti socialisti cercarono di trovare un compromesso per liberare Moro, che non avesse come passaggio obbligato la liberazione di terroristi detenuti. Antonio Savasta, brigatista diventato collaboratore di giustizia, ricordò: "Cera un tentativo politico da parte di Pace e Piperno di essere loro gli interlocutori verso lo Stato per conto della guerriglia e dei movimenti di massa che allora si erano sviluppati. Si diceva che questo tipo di trattative tra Pace e Piperno ed esponenti del Partito socialista italiano non poteva assolutamente interferire sul comportamento delle Brigate rosse perché le Brigate rosse tendevano ad una trattativa aperta con lo Stato.".

Lipotesi di collegamento tra Autonomia e BR con il delitto Moro si sviluppò lanno successivo, in seguito agli arresti del 7 aprile: i magistrati padovani sostennero che a effettuare la telefonata del 30 aprile fosse stato Toni Negri, docente universitario e leader di A.O. Tuttavia nel 1980 i possibili collegamenti tra le due organizzazioni e il caso Moro caddero, anche grazie alle rivelazioni di Patrizio Peci, che scagionò Negri dallaccusa rivolta.



                                     

4. Il possibile coinvolgimento dellURSS

Nel novembre 1977 Sergej Sokolov, studente presso lUniversità La Sapienza di Roma, avvicinò Moro per chiedergli di frequentare le sue lezioni. Nelle settimane successive, si fece notare per le domande sempre più indiscrete fatte agli assistenti circa lauto e la scorta, tanto da suscitare anche qualche sospetto in Moro che raccomandò al suo assistente di rispondere vagamente a eventuali domande dello studente. Sergej Sokolov incontrò lultima volta Moro la mattina del 15 marzo. Da allora nessuno lo incontrò più. Nel 1999, in seguito alla pubblicazione del dossier Mitrokhin, si sospettò che Sergej Sokolov fosse Sergej Fedorovich Sokolov, ufficiale del KGB sotto copertura a Roma, dove aveva iniziato a lavorare come corrispondente della TASS da Roma rapporto Impedian 83 nel 1981, ma che nel 1982 era stato richiamato in patria.

Nel maggio 1979 i brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda, due degli ideatori del sequestro, furono arrestati a Roma nellappartamento di Giuliana Conforto, figlia di Giorgio Conforto, con il rinvenimento nellabitazione della mitraglietta Skorpion di marca cecoslovacca usata da Moretti per assassinare Moro. Nel dossier Mitrokhin rapporto Impedian 142 si parlò di Giorgio Conforto come agente del KGB, nome in codice "Dario", capo rete dei servizi strategici del Patto di Varsavia, ma si disse anche che sia lui sia la figlia fossero estranei alle attività dei due terroristi e che, proprio in seguito alle indagini di cui sarebbe stato probabilmente oggetto dopo larresto dei brigatisti, i servizi sovietici decisero di "congelare" la sua attività di spia.

Francesco Cossiga durante la sua audizione alla Commissione Stragi sostenne che in un primo tempo era anche stato ipotizzato che il rapimento di Moro fosse stato effettuato su commissione dei servizi segreti degli Stati del Patto di Varsavia, ma che il comando NATO non riteneva che il politico potesse conoscere informazioni riservate sullAlleanza Atlantica tali da considerare il suo rapimento un pericolo per la stessa. Cossiga sostenne che gli Stati Uniti, al contrario di altri Paesi alleati come la Germania Ovest, si rifiutarono di fornire allItalia il supporto diretto delle loro agenzie di spionaggio, proprio per il fatto che il rapimento di Moro, a quanto ritenevano, non costituiva pericolo per gli interessi americani; gli Stati Uniti si limitarono quindi, su insistenza di Cossiga, a mandare in Italia Steve Pieczenik a volte riportato come "Pieczenick", ufficialmente uno psicologo dellufficio antiterrorismo del Dipartimento di Stato statunitense, esperto in casi di rapimento, il quale riteneva si dovesse fingere una trattativa per poter proseguire le indagini e individuare i brigatisti che tenevano prigioniero Moro.

Altre persone, come pubblicato su un articolo di Panorama del 2005, invece affermano che almeno alcune azioni terroristiche delle Brigate Rosse erano state richieste dal KGB, il servizio segreto dellUnione Sovietica. Tra questi Paolo Guzzanti, giunto a questa conclusione dopo aver presieduto per due anni la Commissione parlamentare dinchiesta sul dossier Mitrokhin.

                                     

5. Il possibile coinvolgimento degli Stati Uniti

Nel corso degli anni alcuni collaboratori di Moro hanno dichiarato che durante una visita a Washington, Moro ebbe un duro scontro con lallora Segretario di Stato Henry Kissinger contrario a uneventuale entrata del PCI nel governo italiano.

Lex vicepresidente del CSM ed ex vicesegretario della Democrazia Cristiana Giovanni Galloni il 5 luglio 2005, in unintervista nella trasmissione Next di RaiNews24 disse che poche settimane prima del rapimento, Moro gli confidò, discutendo della difficoltà di trovare i covi delle BR, di essere a conoscenza del fatto che sia i servizi americani sia quelli israeliani avevano degli infiltrati nelle BR, ma che gli italiani non erano tenuti al corrente di queste attività che sarebbero potute essere daiuto nellindividuare i covi dei brigatisti. Galloni sostenne anche che vi furono parecchie difficoltà a mettersi in contatto con i servizi statunitensi durante i giorni del rapimento, ma che alcune informazioni potevano tuttavia essere arrivate dagli Stati Uniti:

Lo stesso Galloni aveva già rilasciato dichiarazioni simili durante unaudizione alla Commissione Stragi il 22 luglio 1998, in cui affermò anche che durante un suo viaggio negli Stati Uniti del 1976 gli era stato fatto presente che, per motivi strategici il timore di perdere le basi militari su suolo italiano, che erano la prima linea di difesa in caso di invasione dellEuropa da parte sovietica gli Stati Uniti erano contrari ad un governo aperto ai comunisti come quello a cui puntava Moro:

La vedova di Aldo Moro, Eleonora Chiavarelli, ebbe modo di dichiarare al primo processo contro il nucleo storico delle BR, davanti al presidente Severino Santiapichi, che suo marito era inviso agli Stati Uniti fin dal 1964, quando venne varato il primo governo di centro-sinistra governo Moro I, e che più volte fosse stato "ammonito" da esponenti politici doltreoceano a non violare la cosiddetta "logica di Jalta". Le pressioni statunitensi sul marito, stante la deposizione della signora Moro, saccentuarono dopo il 1973, quando Moro era impegnato nel suo progetto di allargamento della maggioranza di governo al PCI compromesso storico. Nel settembre del 1974 fu il Segretario di Stato americano, a margine di una visita di Stato di Moro negli Stati Uniti, Henry Kissinger diede un monito ben chiaro allo statista DC avvertendolo della "pericolosità" di tale legame col PCI. E di nuovo, nel marzo 1976 gli avvertimenti si fecero più espliciti. Nelloccasione, egli fu avvicinato da un alto personaggio americano che lo apostrofò duramente. Di fronte alla Commissione parlamentare dinchiesta, la moglie di Moro rievocò così lepisodio: "È una delle pochissime volte in cui mio marito mi ha riferito con precisione che cosa gli avevano detto, senza svelarmi il nome della persona. Adesso provo a ripeterla come la ricordo: "Onorevole detto in altra lingua, naturalmente, lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere". Molte di queste teorie si basarono sullipotesi che la ricerca di un compromesso tra i partiti di governo e il Partito Comunista Italiano al fine di creare un governo di grande coalizione, stava profondamente disturbando quegli interessi la cosiddetta pax americana. Questo, secondo alcuni osservatori, avrebbe considerato che quanto accaduto a Moro poteva risultare vantaggioso per gli Stati Uniti.

Questa posizione era stata espressa per la prima volta nellindagine Chi ha ucciso Aldo Moro? 1978, scritta dal giornalista statunitense Webster Tarpley e commissionata dal parlamentare della DC Giuseppe Zamberletti. Circa le parole riferite dalla moglie di Moro in seguito, durante una sua deposizione, secondo cui, prima del sequestro, "una figura politica statunitense di alto livello" disse ad Aldo Moro "o lasci perdere la tua linea politica o la pagherai cara", era da ricollegare al timore che in Italia si giungesse a una soluzione simile a quella del Cile che nel 1973 aveva subito un colpo di Stato per opera del generale Augusto Pinochet, che aveva instaurato unefferata dittatura militare. Il cambiamento era inteso come abbandono di ogni ipotesi di accordo con i comunisti. Alcuni ritengono che quella figura fosse Henry Kissinger, che già aveva parlato in termini molto diretti al Ministro degli Esteri Moro in un incontro a tu per tu nel 1974. Interpellato in merito, Kissinger ha smentito laccaduto, a cominciare dalla data dellultimo diktat a latere di un meeting internazionale il 23 marzo 1976. Si disse anche che Moro tenesse i contatti tra Enrico Berlinguer PCI e Giorgio Almirante MSI, segretari rispettivamente dei principali partiti di sinistra e di destra, con lo scopo – secondo questa ipotesi – di "raffreddare la tensione delle rispettive frange estremiste" Brigate Rosse e Nuclei Armati Rivoluzionari, lesatto opposto di quanto volevano gli strateghi della tensione. Di certo, tra Berlinguer e Almirante ci furono contatti personali e stima personale come dimostrato dalla presenza di Almirante ai funerali di Berlinguer nel 1984, presenza ricambiata da Alessandro Natta ai funerali di Almirante nel 1988.

Nel 2013 lesperto statunitense Steve Pieczenik, che ufficialmente coordinava il collegamento tra i servizi segreti americani e gli omologhi italiani, ribadì in unintervista concessa a Gianni Minoli su Radio 24 le rivelazioni precedentemente esposte nel 2008 in un suo libro, ovvero che il suo reale compito fosse quello di "manipolare alla distanza i terroristi italiani così da far in modo che le BR uccidessero Moro a ogni costo". Il PM romano Luca Palamara ha fatto acquisire agli atti il libro, del 2008, e lintervista, del 2013. Le parole del consulente statunitense sono state inserite nel fascicolo processuale aperto sulla base di un esposto di Ferdinando Imposimato, avvocato che allepoca dei fatti 1978 ricopriva la carica di Giudice istruttore. Imposimato afferma: "Moro poteva esser salvato ed il covo di Via Montalcini – dovera tenuto prigioniero lo statista – era monitorato da tempo dalle Forze dellOrdine, ma il blitz per liberare lesponente della DC, nonostante fosse stato preparato nei minimi dettagli, saltò allultimo momento". E ancora: "Steve Pieczenik costituisce un personaggio chiave in grado di fornire informazioni utili al fine di squarciare i veli ancora nebulosi ed oscuri che gravano sul Caso Moro". Palamara, che procede con un fascicolo contro ignoti, si dice particolarmente interessato alla versione resa da Steve Pieczenik, specialmente quando afferma: "Temevo, ma anche mi aspettavo, che le BR si rendessero effettivamente conto dellerrore che stavano per compiere uccidendo lostaggio, e che – alla fine – liberassero Moro rinunciando alla contropartita, mossa questa che avrebbe fatto fallire il mio piano e di cui io solo avrei dovuto render conto ai miei superiori: fino alla fine ho avuto il terrore che liberassero effettivamente il politico. Il sacrificio della vita di Moro era necessario".

Al vaglio del PM Palamara si trova pure un altro particolare della vicenda, il cosiddetto "giallo di via Caetani". Esso concerne lora in cui fu trovato, il 9 maggio 1978, il cadavere di Moro nella Renault 4 rossa in via Michelangelo Caetani. Il tutto nasce dal fatto che la telefonata brigatista di rivendicazione dellomicidio arrivò alle ore 12:30, ma due artificieri, tra i primi a esser accorsi sul luogo, hanno spostato di unora e mezzo in avanti il momento di ritrovamento del corpo. Nella loro testimonianza, essi concordano che alle 11:00 in punto di quella fatidica mattina essi giunsero in via Caetani e vi trovarono già presenti lallora Ministro dellInterno Francesco Cossiga. Questa versione dei fatti è già stata smentita da due testimoni: lex giornalista della Rai Franco Alfano, presente al momento dellapertura del bagagliaio dellauto, il quale sottolinea che lora del ritrovamento è quella conosciuta, e lattrice Piera Degli Esposti. Questultima, in unintervista rilasciata al TG5 il 6 luglio 2013, dichiarò daver trascorso buona parte di quella mattina in via Caetani per motivi di lavoro e di non aver notato alcunché di quanto indicato dai due artificieri. Anche queste testimonianze sono state inserite nel fascicolo processuale.

                                     

6. Il possibile coinvolgimento di Israele

È stata proposta anche lipotesi che le Brigate Rosse fossero infiltrate, già nel 1974, da agenti segreti di Israele. Alberto Franceschini riportò una confidenza fattagli durante lora daria nel carcere di Torino da Renato Curcio, secondo cui Mario Moretti era probabile fosse un infiltrato nellorganizzazione terroristica. Franceschini affermò inoltre che "quando rapimmo Mario Sossi, nel 74, eravamo in dodici. Esser in undici a dover gestire un rapimento complesso come quello di Moro mi sembra quanto meno azzardato". Mario Moretti prese in mano le redini dellorganizzazione proprio al momento della cattura di Franceschini e di Curcio, imprimendo allorganizzazione una struttura di tipo "paramilitare" e cominciando la guerra aperta contro lo Stato. Curcio smentì lex compagno e molti altri appartenenti allorganizzazione insurrezionale confutarono le parole di Franceschini a vario titolo. Lo stesso Moretti, in unintervista televisiva del 1990, affermò di non aver mai visto un israeliano in vita sua, aggiungendo che fosse sbagliato pensare che il cambio della strategia brigatista fosse dipeso dallarresto di alcuni militanti.



                                     

7. Il falso "comunicato n. 7" e la scoperta del covo di via Gradoli

Un mese dopo il sequestro, il giorno 18 aprile, fu rinvenuto, nascosto nel cestino dei rifiuti di un bar in piazza Indipendenza, il "comunicato n. 7" delle BR. In esso si annunciava la morte dellostaggio e la sua sepoltura non lontano dal lago della Duchessa, al confine tra il Lazio e lAbruzzo. Anche se agli inquirenti il volantino apparve poco credibile perché scritto con linguaggio e strumenti inconsueti furono fatte partire numerose forze dellordine per il luogo della presunta sepoltura: attorno alla riva il manto di neve era intatto, ma lordine di sospendere le ricerche fu dato solo due giorni dopo, quando le BR fecero trovare a Genova, Milano e Torino le copie del vero comunicato, in cui veniva dato un ultimatum di 48 ore al governo e alla DC, con allegata una foto di Aldo Moro con una copia del quotidiano la Repubblica del 19 aprile, per dimostrare che il politico era ancora vivo e che la notizia della sua uccisione era falsa.

A scrivere il falso comunicato fu Antonio Chichiarelli, falsario legato alla Banda della Magliana, amico di neofascisti dei NAR e confidente dei servizi segreti, ucciso nel settembre 1984 in circostanze rimaste misteriose. È da notare che lo stesso Chichiarelli parlò del comunicato a diverse persone, tra cui Luciano Dal Bello, informatore dei Carabinieri e del SISDE, che riferì la questione a un maresciallo dei carabinieri, senza che tuttavia alla segnalazione fossero seguite indagini su Chichiarelli.

Le BR interpretarono quel falso comunicato come unimpossibilità di effettuare scambi di prigionieri con lo Stato. Lo rivelò Enrico Fenzi ai giudici della Corte dassise di Roma: "Secondo le Brigate rosse, il comunicato del Lago della Duchessa era un falso del governo, della polizia, insomma del potere. ed era il segnale chiaro e inequivocabile che nessuna trattativa era possibile. che lo Stato non avrebbe mai trattato per Moro".

Nello stesso giorno le forze dellordine scoprirono a Roma un appartamento in via Gradoli 96 usato come covo delle Brigate Rosse: la scoperta, avvenuta a causa di una perdita dacqua per cui erano stati chiamati i vigili del fuoco, si rivelerà essere causata invece da un rubinetto della doccia lasciato aperto, appoggiato su una scopa e con la cornetta rivolta verso un muro, quasi a voler far scoprire il covo, che era usato abitualmente dal brigatista Mario Moretti. Moretti aveva affittato lappartamento nel 1975, con lidentità dell "ingegner Mario Borghi", e da allora laveva usato abitualmente si è poi scoperto che oltre a Moretti vi hanno abitato per qualche mese anche Adriana Faranda e Valerio Morucci. La polizia, durante la perquisizione, trovò tra laltro la targa originale della 128 bianca usata per il tamponamento di via Fani.

Successivamente alla scoperta del covo vennero resi noti alcuni fatti molto particolari. Lo stabile in cui si trovava questo covo era stato già perquisito il 18 marzo, pochi giorni dopo il rapimento, nellambito di un controllo di alcuni appartamenti della zona, che venivano abitualmente affittati per brevi periodi, ma non essendoci nessuno dentro lappartamento, gli agenti se nerano andati senza controllarlo. La vicina di casa, nel confermare che lì vi abitava "una persona distinta, forse un rappresentante, che usciva la mattina e tornava la sera tardi" come riferirà in aula il sottufficiale incaricato del controllo, avrebbe consegnato una comunicazione destinata al dottor Elio Cioppa, vice capo della Squadra Mobile romana, in cui affermava che la sera prima aveva sentito dei rumori anomali, simili al codice Morse provenire dallappartamento, ma sia il funzionario sia il sottufficiale che diresse loperazione negarono di averlo mai ricevuto. Nella relazione di minoranza della commissione di inchiesta sulla Loggia P2, venne fatto notare che il dottor Elio Cioppa poco tempo dopo luccisione di Moro venne promosso a vicedirettore del SISDE, guidato allora dal generale Giulio Grassini, iscritto alla loggia, e che pochi mesi dopo anche Cioppa sarebbe entrato a far parte della medesima. La stessa vicina che aveva avvertito i rumori provenienti dallappartamento, Lucia Mokbel, ufficialmente studentessa universitaria di origine egiziana che conviveva con il suo compagno Gianni Diana, viene indicata in diverse inchieste giornalistiche come rivelatasi poi essere impiegata come informatrice dal SISDE o dalla Polizia. Il verbale della perquisizione, presente agli atti del processo Moro, risulta essere stato scritto su fogli intestati "Dipartimento di Polizia", notazione che però cominciò a essere impiegata solo dal 1981, tre anni dopo la data in cui questi controlli sarebbero avvenuti.

Col passare del tempo divennero note altre notizie relative al covo e alla zona: nella stessa via, prima e dopo il sequestro Moro, erano presenti numerosi appartamenti utilizzati da agenti e aziende di copertura al servizio del SISMI e lappartamento stesso era già stato segnalato e tenuto sotto controllo dallUCIGOS da diversi anni quindi era noto alle istituzioni, in quanto frequentato precedentemente anche da esponenti di Potere Operaio e Autonomia Operaia. Si è scoperto che anche il deputato democristiano Benito Cazora, nei suoi contatti avuti con esponenti del Ndrangheta e della malavita calabrese nel tentativo di trovare la prigione di Moro, era stato avvertito che la zona di via Gradoli per la precisione linformazione era stata data in automobile, fermi allincrocio tra la via Cassia e via Gradoli era una "zona calda" e che questo avvertimento era stato comunicato sia ai vertici della Democrazia Cristiana che agli organi di polizia.

Relativamente alla scoperta del covo, i brigatisti successivamente catturati hanno sempre parlato di una casualità, dovuta al rubinetto della doccia lasciato aperto per sbaglio, e hanno affermato che non erano a conoscenza del fatto che il covo fosse sotto controllo da parte dellUCIGOS.

Steve Pieczenik, lesperto di terrorismo del Dipartimento di Stato americano, in unintervista concessa quasi 30 anni dopo il sequestro, ha affermato che lidea del falso comunicato era stata presa durante una riunione del comitato di crisi a cui erano presenti, tra gli altri, lui, Cossiga, alcuni esponenti dei servizi e il criminologo Franco Ferracuti, con lo scopo di preparare lopinione pubblica italiana ed europea al probabile decesso di Moro durante il sequestro, ma di ignorare poi come la cosa sia stata realizzata concretamente.

                                     

7.1. Il falso "comunicato n. 7" e la scoperta del covo di via Gradoli La seduta spiritica

Romano Prodi, Mario Baldassarri e Alberto Clò hanno avuto un ruolo mai del tutto chiarito nel reperimento delle indicazioni su un possibile luogo di detenzione e resta tuttora alquanto oscura la vicenda della loro seduta spiritica con il "piattino" effettuata il 2 aprile 1978, da cui sarebbero scaturite prima alcune parole senza senso, poi le parole Viterbo, Bolsena e Gradoli, questultima "Gradoli" che appunto coincideva con il nome della strada in cui si trovava il covo impiegato da Moretti.

Il 10 giugno 1981 Romano Prodi, interrogato dalla Commissione Moro dichiarò:

Linformazione fu ritenuta attendibile dal momento che, quattro giorni dopo, il 6 aprile, la questura di Viterbo, su ordine del Viminale, organizzò un blitz armato nel borgo medievale di Gradoli, vicino Viterbo, alla ricerca della possibile prigione di Moro.

La vedova di Moro dichiarò di aver più volte indicato agli inquirenti lesistenza di una via Gradoli a Roma, senza che questi estendessero le ricerche anche a questa, gli inquirenti avrebbero asserito che non esisteva una simile strada negli stradari di Roma. Questa circostanza è stata confermata anche da altri parenti, ma è stata energicamente smentita da Francesco Cossiga, allepoca dei fatti Ministro dellInterno.

La questione sulla seduta spiritica venne riaperta nel 1998 dalla Commissione parlamentare dinchiesta sul terrorismo le stragi: lallora Presidente del Consiglio Prodi, dati gli impegni politici di poco precedenti alla caduta del suo governo nellottobre 1998, si disse indisponibile per ripetere laudizione; si dissero disponibili Mario Baldassarri e Alberto Clò, anche loro presenti alla seduta spiritica. Entrambi, pur ammettendo di non credere allo spiritismo e di non aver più effettuato sedute spiritiche dopo quella, confermarono la genuinità del risultato della seduta e dichiararono che né loro né, per quanto ne sapevano, nessuno dei presenti aveva conoscenze nellambiente dellAutonomia bolognese o negli ambienti vicini alle BR. Alla critica relativa al fatto che qualcuno dei presenti avrebbe potuto guidare il piattino, Clò sostenne che la parola "Gradoli", così come "Bolsena" e "Viterbo", si erano formate più volte e con partecipanti diversi.

                                     

8. Le possibili infiltrazioni mafiose

È stata prospettata la possibilità che elementi della Ndrangheta fossero coinvolti nellagguato di via Fani e nel sequestro. È quanto emergerebbe da una telefonata tra il segretario di Moro, Sereno Freato, e Benito Cazora, deputato della DC; questultimo era entrato in contatto con un certo "Rocco", poi identificato in Salvatore Varone, che aveva dichiarato di essere a conoscenza, tramite la malavita, dellubicazione della prigione di Moro che egli si offriva di rivelare in cambio di favori alle norme di confino alle quali era sottoposto. Il 18 aprile Varone ritornò in contatto con Cazora e richiese una foto originale di via Fani in cui egli riteneva potesse essere identificato un suo parente. Cazora ne parlò quindi a Freato ma non riuscì a ottenere la foto; non è chiaro a quale foto ci si riferisse. Inoltre Cazora non riuscì neppure a ottenere per Varone i benefici richiesti ottenendo un rifiuto sia dai funzionari ministeriali, sia da Giuseppe Pisanu, sia dal ministro Cossiga. Nonostante questo Varone diede alcune indicazioni sulla possibile prigione di Moro che però, nonostante gli accertamenti compiuti dalle autorità, si rivelarono completamente inutili.

Tommaso Buscetta raccontò che Salvo Lima e i cugini Salvo, su ordine di Giulio Andreotti, interessarono il boss mafioso Stefano Bontate per cercare la prigione di Moro: Bontate allora incaricò lo stesso Buscetta, allepoca detenuto, di contattare gli esponenti delle Brigate Rosse in carcere per avere informazioni e cercò la mediazione di Giuseppe Calò, per via dei suoi legami con la banda della Magliana. Calò però chiese a Bontate di interrompere le ricerche, in quanto tra gli esponenti della DC non vi sarebbe più stata la volontà di cercare di liberare Moro. Dalla testimonianza di Francesco Marino Mannoia Bontate aveva convocato Calò per chiedere il suo intervento al fine di liberare Moro, ma il boss rispose dicendo che Cosa nostra non avrebbe avuto alcun interesse a muoversi. Allinsistenza di Bontate, Calò avrebbe scosso le spalle, rispondendo: "Stefano, ma ancora non lhai capito che sono proprio loro, gli uomini del suo stesso partito, a non voler affatto che sia liberato.?!". Infatti, sempre secondo Buscetta, Andreotti, che in un primo momento si era adoperato a cercare Moro, era stato indotto a cambiare ogni iniziativa dalla notizia che il prigioniero stava collaborando con le Brigate Rosse e gli stava rivolgendo pesanti accuse.

Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata, ha riferito a partire dal 1990, in modo confuso e variando più volte il suo racconto dei fatti, che egli si attivò per ricercare la prigione di Moro e sarebbe entrato in contatto con lesponente della Banda della Magliana Franco Giuseppucci. Questi dopo qualche giorno avrebbe riferito a Cutolo che Nicolino Selis, altro membro della banda, sarebbe stato a conoscenza del luogo, che si sarebbe trovato vicino a un appartamento che egli utilizzava come nascondiglio di emergenza. Cutolo avrebbe quindi comunicato allavvocato Francesco Gangemi di poter aprire una trattativa; a dire del capo della Camorra, lavvocato avrebbe a sua volta contattato dei politici o ambienti del Ministero dellInterno. Il boss esplicitò che i servizi segreti italiani e non i servizi segreti deviati avevano posto il veto allintermediazione per la salvezza dellallora presidente della Democrazia Cristiana. Nella testimonianza di Cutolo, avendo egli preso contatti con Roma per tramite di un suo avvocato, gli fu chiesto di starsene da parte e di non impicciarsi nella faccenda. Valerio Morucci ha completamente screditato davanti alla Commissione Stragi questo confuso racconto: il brigatista ha evidenziato come i militanti dellorganizzazione fossero allapparenza "gente normalissima in giacca e cravatta", completamente estranei allambiente della malavita e quindi molto difficilmente identificabili da parte della banda della Magliana. Morucci concluse: "Non eravamo una banda criminale. non ci incontravano sotto i lampioni. non facevamo traffici strani. non vedo come la banda della Magliana o chicchessia potesse individuare le brigate Rosse".

Stando a quanto riferito da alcuni collaboratori di giustizia, le varie mafie italiane in un primo momento si interessarono alla questione, cercando di operare per la liberazione di Moro e/o per individuare il covo dove veniva tenuto prigioniero, anche su richiesta di alcuni interlocutori appartenenti alle istituzioni, ma dalla metà di aprile questi tentativi vennero interrotti da richieste opposte. Secondo quanto riportato durante uno dei processi dal giornalista Giuseppe Messina, uno dei suoi contatti con la mafia siciliana gli aveva comunicato che lorganizzazione aveva cambiato opinione sulla liberazione di Moro, in quanto questi voleva un governo aperto al PCI e questo era in contrasto con lanticomunismo della mafia stessa.

Il 15 ottobre 1993 Saverio Morabito, un collaboratore di giustizia della Ndrangheta, dichiarò che in via Fani sarebbe stato presente anche Antonio Nirta, appartenente alla mafia calabrese e infiltrato nel gruppo brigatista. Secondo Morabito, inoltre, Nirta sarebbe stato anche un confidente dei Carabinieri in contatto con il capitano Francesco Delfino; egli avrebbe acquisito queste informazioni nel 1987 e nel 1990 da due malavitosi, Paolo Sergi e Domenico Papalia. Sia Delfino sia Nirta hanno poi smentito queste affermazioni; inoltre le presunte rivelazioni del Morabito non sono supportate da altre fonti e sono state ritenute dalla Commissione Stragi "non ancora supportate da adeguati riscontri".

La commissione parlamentare dinchiesta del 2015 sul caso Moro nella sua prima relazione resa pubblica il 10 dicembre 2015 emerge sia la probabile connessione con unarma dei mafiosi calabresi presente durante il sequestro sia i presunti contatti per trovare lubicazione di Moro salvo poi dopo la richiesta di non interessarsene più. In questo stesso periodo il boss camorrista Raffaele Cutolo confessa che durante la sua detenzione con un boss di spicco della ndrangheta gli sarebbero state rivelati contatti tra i criminali calabresi le brigate rosse. La commissione parlamentare in merito a ciò conferma che durante la detenzione Cutolo era in carcere con un boss di ndrangheta compatibile con quanto da lui raccontato.

Nel luglio 2016 Giuseppe Fioroni, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta, ha reso noto che in una delle fotografie di archivio de Il Messaggero, scattate in via Fani e inizialmente acquisite nel procedimento di indagine sulla morte del giornalista Mino Pecorelli, comparirebbe una persona il cui aspetto fisico risulta effettivamente compatibile con quello di Antonio Nirta nel frattempo deceduto nel settembre 2015.

                                     

9. Il ruolo di Carmine Pecorelli

Il giornalista Mino Pecorelli, che apparentemente godeva di numerose conoscenze allinterno dei servizi segreti, nella sua agenzia di stampa Osservatore Politico OP si occupò più volte sia del rapimento Moro, sia della possibilità che Moro potesse essere in qualche modo bloccato nel suo tentativo di aprire il governo al PCI.

Il 15 marzo, il giorno prima del rapimento, la sua OP pubblica un articolo sibillino che, citando lanniversario delle Idi di marzo e collegandolo con il giuramento del governo Andreotti, farebbe riferimento a un possibile nuovo Bruto uno degli assassini di Cesare.

Successivamente, durante la prigionia di Moro, Pecorelli nei suoi articoli dimostrerebbe di conoscere lesistenza del memoriale mesi prima del suo ritrovamento, di alcune lettere ancor prima che venissero rese pubbliche. Ipotizza la presenza di due gruppi allinterno delle BR, uno trattativista e uno invece deciso a uccidere comunque Moro, e fa trapelare il sospetto che il gruppo che ha materialmente effettuato lagguato in via Fani non sia poi lo stesso che laveva pianificato e stava gestendo anche il sequestro "Aspettiamoci il peggio. Gli autori della strage di via Fani e del sequestro di Aldo Moro sono dei professionisti addestrati in scuole di guerra del massimo livello. I killer mandati allassalto dellauto del presidente potrebbero invece essere manovalanza reclutata in piazza. È un particolare da tenere a mente" escludendo peraltro che il gruppo storico delle BR Curcio e altri arrestati e incarcerati da tempo avesse a che fare con il rapimento.

Sul ritrovamento del covo di via Gradoli Pecorelli fece notare come, al contrario di quanto ci si sarebbe aspettato dai brigatisti, nel covo tutte le possibili prove della presenza di questi era in bella mostra. Sui possibili mandanti evidenzia come il progetto di apertura dal governo al PCI di Berlinguer, tra i principali sostenitori delleurocomunismo, sarebbe stato mal visto sia dagli Stati Uniti per via del fatto che avrebbe cambiato gli equilibri di potere sia nazionali sia internazionali, sia dallURSS dato che avrebbe dimostrato che un partito comunista poteva andare al governo in maniera democratica e senza essere diretta emanazione del PCUS di Mosca.

Il 20 marzo 1979 Pecorelli fu ucciso a colpi darma da fuoco davanti alla sua abitazione. Nel 1992 Tommaso Buscetta rivelò che luccisione fu eseguita da Cosa nostra – con la manovalanza romana della Banda della Magliana – per "fare un favore ad Andreotti", preoccupato per certe informazioni sul caso Moro: Pecorelli avrebbe ricevuto dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa di cui si conosce una domanda di adesione alla P2, ma apparentemente senza seguito copia degli originali delle lettere di Aldo Moro che contenevano pesanti accuse nei confronti di Giulio Andreotti, e vi avrebbe alluso in alcuni articoli di OP.

Della circolazione in quegli anni a Roma di una versione integrale delle lettere di Moro scoperte dai carabinieri nel covo milanese di via Monte Nevoso fu prova un episodio verificatosi qualche anno dopo: al congresso socialista di Verona del 1983 Bettino Craxi diede lettura di una lettera di Aldo Moro, pesantemente critica verso i suoi compagni di partito, il cui testo non risultava da nessuno degli atti pubblicati fino a quel momento; la cosa fu considerata una sottile minaccia – nellambito della guerra sotterranea tra la DC e il PSI – e produsse animate critiche che raggiunsero anche lambito parlamentare.

Lo storico Giuseppe Tamburrano, nel 1993, espresse dei dubbi su quanto detto dai collaboratori di giustizia, poiché dopo aver confrontato i due memoriali quello "amputato" del 1978 e quello "completo" del 1990 notò che le accuse di Moro rivolte ad Andreotti erano le stesse, per cui questultimo non aveva nessun interesse a ordinare lomicidio di Pecorelli, che non poteva minacciarlo di pubblicare cose già note e di pubblico dominio.

Nel processo a suo carico, Andreotti in primo grado fu assolto per non aver commesso il fatto, mentre la Corte dappello di Perugia lo condannò a 24 anni di reclusione il 17 novembre 2002. Andreotti fece ricorso in Cassazione, che il 30 ottobre 2003 annullò la sentenza senza rinvio, rendendo definitiva lassoluzione di primo grado.



                                     

10. Il ruolo di Steve Pieczenik

Un altro personaggio che è stato spesso al centro delle ipotesi di giornalisti e politici è lesperto statunitense giunto su invito di Cossiga, Steve Pieczenik, al tempo assistente del Sottosegretario di Stato e Capo dellUfficio per la gestione dei problemi del terrorismo internazionale del Dipartimento di Stato Statunitense, e rimasto in Italia circa tre settimane. Dopo la carriera come negoziatore ed esperto di terrorismo internazionale ha cominciato a collaborare con Tom Clancy, nella stesura di libri e film.

Il suo nome, come quello degli altri esperti, venne diffuso solo agli inizi degli anni novanta. Dopo che venne resa pubblica la composizione dei tre comitati, durante le indagini della Commissione Stragi vennero richiesti i documenti prodotti da questi: si scoprì che erano presenti solo alcune relazioni di un comitato degli esperti, ma nulla di quanto prodotto dagli altri due. In una relazione a lui attribuita, Pieczenik analizzava le possibili conseguenze politiche del caso Moro, leventualità che loperazione delle Brigate Rosse avesse avuto un appoggio dallinterno delle istituzioni oltre che alcuni consigli su come poter agire per far uscire allo scoperto i brigatisti. Dopo che il contenuto di questa relazione, intitolata Ipotesi sulla strategia e tattica delle BR e ipotesi sulla gestione della crisi, è stato reso noto, Pieczenik ne ha tuttavia negato la paternità, affermando che si trattava di un falso, contenente sia alcune delle teorie e ipotesi da lui effettivamente elaborate al tempo, sia alcuni consigli operativi su cui non concordava, che erano nello stile di Ferracuti, e che per prassi non aveva lasciato nulla di scritto. Il giornalista Robert Katz, che ha intervistato Pieczenik sul caso, fa anche notare che il supposto rapporto contiene riferimenti al comunicato n. 8 del 24 aprile relativi allo scambio tra Moro e 13 detenuti, riferimenti impossibili per via del fatto che lesperto statunitense aveva lasciato lItalia il 15 aprile.

Stando a quanto raccontato da Cossiga e dallo stesso Pieczenik, inizialmente lidea dello statunitense era quella di inscenare una finta apertura alla trattativa, per ottenere più tempo e cercare di far uscire allo scoperto i brigatisti, in modo da poterli individuare.

In alcune interviste rilasciate successivamente a questi fatti, Pieczenik affermò che durante i giorni del sequestro vi erano notevoli falle che permettevano di far giungere informazioni riservate al di fuori delle discussioni dei comitati e che non aveva limpressione che la classe politica fosse vicina a Moro:

Tornato negli Stati Uniti fu contattato da un consigliere politico dellambasciata argentina Paese al tempo sottoposto a una dittatura militare per chiedere aiuto contro sospetti terroristi. Al rifiuto di Pieczenik questo lo minacciò di fargli pervenire un ordine ufficiale da parte del Dipartimento di Stato. Secondo il negoziatore, il consigliere avrebbe potuto essere in realtà un agente segreto, che in qualche modo "era al corrente di ciò che era accaduto nelle stanze romane di Cossiga. Sapeva esattamente cosa vi avevo fatto nelle ultime tre settimane, anche se avrebbe dovuto trattarsi di segreti. Non mi spiegò in che modo fosse venuto a conoscenza di tutto ciò, e lunica cosa che potei fare fu dedurne che la fuga di notizie faceva rotta diretta verso lArgentina" e che "parlava in tono arrogante e pieno di sottintesi, come se a unirci fosse stata laffiliazione a qualche misteriosa confraternita" ; confraternita e fonte delle informazioni che Pieczenik identifica, a posteriori rispetto allevento, con la P2, dopo che la pubblicazione dei nomi degli iscritti le successive indagini avevano mostrato come molti degli appartenenti ai tre comitati ne facessero parte e come questa avesse legami proprio con lArgentina.

Dopo alcuni accordi per essere sentito dalla Commissione Stragi, in un primo tempo accettò linvito, ma poi improvvisamente rifiutò di presentarsi in Italia.

Nel 2006, a quasi trentanni di distanza dai fatti, durante la preparazione del documentario francese Les derniers jours de Aldo Moro, il giornalista Emmanuel Amara entrò in contatto con Pieczenik, che accettò di farsi intervistare. Il contenuto di questa intervista è stato poi inserito nel saggio Abbiamo ucciso Aldo Moro. Dopo 30 anni un protagonista esce dallombra. Nellintervista riportata nel libro stesso riassume quello che sarebbe stato il suo compito durante il rapimento Moro:

Il fatto che Moro fosse ormai sacrificabile in nome della "ragion di Stato" sarebbe divenuto chiaro a Pieczenik nel momento in cui, a fronte di indagini inconcludenti e informazioni riservate che venivano continuamente diffuse, il presidente democristiano avrebbe cominciato a scrivere lettere sempre più preoccupate, che potevano far supporre che stesse per cedere psicologicamente.

Pieczenik ha anche sostenuto che gli Stati Uniti, pur avendo numerosi interessi in Italia a cominciare dalle truppe dislocate, non erano al corrente della precisa situazione del Paese né per quello che riguardava il terrorismo di sinistra, né per quello che riguardava i gruppi eversivi di destra o i servizi deviati e che quindi non poté avere aiuti né dalla CIA né dallambasciata statunitense in Italia. Lo stesso Dipartimento di Stato gli avrebbe fornito, come fonti di informazione sul paese, solo articoli tratti da TIME e Newsweek. Lesperto statunitense ha affermato che appena arrivato in Italia venne informato da Cossiga che le istituzioni italiane non avevano idea di come uscire dalla crisi e che sia lo stesso Cossiga, sia i servizi segreti Vaticani che avevano offerto la loro collaborazione, lo avevano informato che in Italia da pochi mesi era stato effettuato un tentativo di colpo di Stato da parte di esponenti dei servizi segreti, principalmente di destra, e di persone che successivamente identificò come legate alla loggia P2, ma che il tentativo era fallito e che lo stesso Cossiga era riuscito a "fare un po di pulizia e a riprendere il controllo su una parte di quegli elementi". Lo stesso Pieczenik si diceva stupito della presenza di tanti ex fascisti allinterno dei servizi segreti, tanto da avere limpressione di ritrovarsi "nel quartiere generale del duce, di Mussolini", affermando comunque che durante il sequestro la "capacità di disturbo" di questi gruppi non fu così energica come temeva in un primo tempo. Anche le Brigate Rosse, secondo lesperto, avevano infiltrati nelle istituzioni, e godevano di informazioni di prima mano fornite da figli di politici e funzionari italiani che simpatizzavano per il gruppo, o perlomeno militavano nei gruppi di estrema sinistra. Queste infiltrazioni vennero studiate, pur senza portare a nessuna individuazione sicura, da Pieczenik con laiuto dei servizi Vaticani, che lesperto statunitense riteneva al tempo molto più efficienti e informati sulla situazione di quelli italiani.

Nel libro-intervista, oltre a confermare quanto già detto in precedenti interviste, Pieczenik ha raccontato di aver partecipato in prima persona alla decisione di creare il falso comunicato n. 7, e ha rivelato di aver spinto le Brigate Rosse a uccidere Moro, con lo scopo di delegittimarle, quando ormai era chiaro dal suo punto di vista che non ci sarebbe stata la volontà di liberarlo da parte della classe politica, affermando: "Ho permesso che si servissero di questa violenza fino al punto di perdere tutta la loro legittimità. Piuttosto che riconoscere il loro errore, sono sprofondati in quella spirale che li ha portati alla fine"). Secondo lesperto lunico modo che avevano le Brigate Rosse di legittimarsi in qualche modo e distruggere i tentativi di stabilizzazione da lui portati avanti, sarebbe stato il rilascio di Moro, ma questo non avvenne.

Il fatto che fosse tornato in America anzitempo, secondo quanto affermato, era dovuto al fatto che non voleva dare limpressione che dietro la ormai prevedibile morte di Moro vi potessero essere pressioni statunitensi. Precedentemente aveva invece affermato che se ne era andato perché la sua presenza non fosse strumentalizzata per legittimare loperato ritenuto inefficiente e compromesso delle istituzioni.

                                     

11. Lipotesi del tiratore scelto

Sul luogo della strage sono stati ritrovati 93 bossoli. Con questo elevato numero di colpi sparati in pochi secondi vengono colpiti tutti gli uomini della scorta di Aldo Moro: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi; tuttavia il presidente della DC restò vivo, leggermente ferito ad una coscia. ciò potrebbe far pensare a unelevata esperienza da parte di chi stava usando quelle armi. I brigatisti Morucci, Moretti, Gallinari, Bonisoli e Fiore hanno sempre dichiarato che i militanti dellorganizzazione non erano addestrati professionalmente e non erano molto esperti di armi. I brigatisti hanno affermato che lazione si fondava soprattutto sulleffetto sorpresa, che non era necessario un addestramento militare specifico ma che invece fosse richiesta rapidità e grande determinazione per avvicinarsi al massimo alle auto sparando a distanza ravvicinata sugli occupanti senza rischiare di colpire Moro e senza dare modo agli agenti, ritenuti pericolosi e preparati, di reagire.

Secondo le perizie balistiche presentate al processo "Moro–quater", una sola arma automatica risulta aver sparato più della metà dei colpi quel giorno: 49 colpi in 20 secondi. Lautopsia del cadavere di Moro ha evidenziato una ferita da arma da fuoco sulla coscia, riconducibile a questa sparatoria; poiché Moro sedeva da solo sul sedile posteriore della sua vettura, non sarebbe risultato molto difficile per gli aggressori dirigere il fuoco delle loro armi verso la parte anteriore della vettura, dove si trovava lautista e la guardia del corpo. I componenti del commando di via Fani indossavano divise da aviazione civile, invece di indossare vestiti in grado di farli passare inosservati, sia prima delloperazione, sia durante la fuga; per quanto lindossare divise offra il vantaggio di unomogeneizzazione visiva delle persone, rendendole meno distinguibili singolarmente. Nella stessa perizia fu scritto anche che, contrariamente a quanto dichiarato dal brigatista Morucci, a sparare sulla Fiat 130 era presente almeno un altro brigatista collocato sul lato destro dellauto dal lato passeggero.

Partendo dai dubbi sullapparente professionalità mostrata nel colpire la scorta senza uccidere Moro, alcuni hanno ipotizzato che nel commando vi fosse un tiratore scelto armato di mitra a canna corta, che sarebbe colui il quale ha sparato la maggior parte dei colpi, la cui identità sarebbe ancora sconosciuta. Il settimanale Lespresso ha proposto unidentità al fantomatico cecchino. Si tratterebbe di un tiratore scelto, ex membro della Legione straniera, Giustino De Vuono, colui che avrebbe sparato tutti i 49 colpi andati a segno e, soprattutto, tutti quelli che hanno centrato gli uomini della scorta. Agli atti della Questura di Roma si trova depositata una testimonianza, contenuta in un verbale datato 19 aprile 1978, in cui il teste Rodolfo Valentino afferma di aver riconosciuto De Vuono alla guida di una Mini o di unA112 di color verde e presente sulla scena delleccidio. Altri, ipotizzano che possa essere stato un agente del servizio segreto italiano o straniero o dellorganizzazione clandestina Gladio estraneo allorganizzazione brigatista e quindi le divise sarebbero state necessarie per rendere riconoscibili a prima vista e reciprocamente i brigatisti e il tiratore scelto.

Durante i 55 giorni – peraltro – De Vuono risultò assente dalla sua abituale residenza, a Puerto Stroessner. De Vuono era affiliato alla Ndrangheta calabrese e diversi brigatisti testimoniarono che le BR si rifornivano di armi proprio dai malavitosi calabresi; inoltre De Vuono era ideologicamente "collocato allestrema sinistra". È stato anche provato che in Calabria lo Stato avviò contatti con la malavita per ottenere il rilascio di Moro.

In alternativa, lidentità del fantomatico tiratore scelto avrebbe potuto anche essere stata straniera. Un testimone occasionale, che si trovava a passare per via Fani circa mezzora prima della strage, sarebbe stato affrontato da un uomo che aveva laccento tedesco e che gli ordinò di scappare via di lì. Si presume che fosse un appartenente alla RAF, lorganizzazione terroristica della Germania Ovest che sei mesi prima aveva pianificato ed eseguito un rapimento simile ai danni del presidente della Confindustria tedesca. In proposito, il brigatista pentito Patrizio Peci ha dichiarato che Mario Moretti, allepoca del sequestro Moro, era in contatto con il terrorista tedesco Willy Peter Stoll, circostanza però smentita da Valerio Morucci e Adriana Faranda. Le perizie hanno appurato che in via Fani erano state usate anche munizioni di provenienza speciale ricoperte di una vernice protettiva usata per avere una migliore conservazione, simili pallottole furono trovate anche nel covo di via Gradoli.

Inoltre, alcuni testimoni occasionali dichiararono di aver udito un forte rumore di elicottero sorvolare la zona di via Fani in concomitanza della strage, sebbene dai piani di volo risultino solo elicotteri della polizia in volo su quellarea, ma a partire dalla tarda mattinata, a sequestro compiuto. Cè, infine, il giudizio rilasciato alla stampa dal generale Gerardo Serravalle, fino al 1974 a capo della struttura Gladio, secondo il quale "dietro la "Geometrica Potenza" brigatista cerano killer professionisti. Uno che spara in quel modo, centrando come birilli, tutti gli uomini della scorta senza lasciar loro il tempo per la fuga o per la difesa, è senza dubbio alcuno un tiratore scelto di altissimo livello; 49 colpi in una manciata di secondi: un record. In Europa di siffatti uomini si contano sulle dita duna mano!". I brigatisti coinvolti nel sequestro Moro hanno sempre negato la presenza di componenti esterni alla loro organizzazione.

                                     

12. Altri episodi e aspetti controversi

  • Nelle settimane precedenti allagguato di via Fani si verificarono due episodi sospetti. Il primo lo segnalò Franco Di Bella direttore del Corriere della Sera, che mentre si stava recando nello studio di Moro, in via Savoia, fu avvicinato da una persona armata di pistola, a bordo di una moto; il secondo fu la presenza di un tale Gianfranco Moreno di fronte allo studio di via Savoia, il 24 febbraio. Questo fatto fu denunciato da un inquilino del palazzo. Successivamente Nicola Rana, uno dei collaboratori del presidente democristiano, raccontò che il 15 marzo Giuseppe Parlato Capo della Polizia si recò nello studio di Moro per rassicurarlo su questo episodio.
  • La tecnica utilizzata per lagguato e denominata "a cancelletto", che consisteva nellintercettare una colonna di automobili attraverso il blocco di quella di testa, immobilizzando poi la colonna bloccando lauto di coda, era nota per essere stata utilizzata in precedenza anche dallorganizzazione terroristica tedesca RAF. Alcuni testimoni riferirono di aver udito, durante lagguato in via Fani, urla in una lingua sconosciuta, forse in tedesco.
  • La Banda della Magliana in quel periodo dettava legge nella malavita della Capitale. A questorganizzazione criminale apparteneva Antonio Chichiarelli, lautore del falso volantino brigatista. Inoltre, il covo brigatista ove Moro venne tenuto sotto sequestro si trovava nel quartiere della Magliana e anche il proprietario delledificio di fronte al covo era vicino allorganizzazione romana.
  • Gli agenti di scorta di Moro, che la mattina del rapimento non erano in servizio, rilasciarono dichiarazioni scritte stranamente molto simili tra loro, tra il 13 e il 26 di settembre 1978 ai Giudici Istruttori Ferdinando Imposimato e Achille Gallucci. Gli agenti spiegarono che Moro era un personaggio fortemente abitudinario, al punto che usciva di casa sempre alla medesima ora alle 9:00 cosicché i brigatisti, pedinandolo, avrebbero avuto maggiore certezza nei tempi per lagguato. Tuttavia il 23 settembre 1978 la moglie Eleonora smentì questa versione nellinterrogatorio davanti al magistrato Achille Gallucci.
  • Dopo la "condanna a morte" e prima delluccisione, lallora confessore di Moro Don Antonio Mennini – in base a una dichiarazione di Francesco Cossiga – sarebbe entrato nella cella in cui le Brigate Rosse tenevano rinchiuso Aldo Moro per impartirgli i sacramenti. Nel 2015 Don Mennini ha smentito questa ricostruzione.
  • Allepoca del ritrovamento del cadavere, e nei giorni immediatamente successivi, alcuni quotidiani a tiratura nazionale asserirono che nelle tasche dellabito di Moro fossero stati ritrovati dei gettoni telefonici, il che avrebbe lasciato adito a dubbi sul fatto che i brigatisti avessero intenzione di rilasciare lostaggio. Mario Moretti ha smentito questa ricostruzione.
  • I giornalisti Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca nel loro libro Il misterioso intermediario sostengono che Moro era vicino alla liberazione, salvato da una mediazione della Santa Sede. Condotto in un palazzo del ghetto ebraico, stava per essere trasportato in Vaticano su unauto con targa diplomatica, ma allultimo momento qualcuno allinterno delle BR non avrebbe mantenuto gli impegni, e avrebbe ucciso il prigioniero. Dà spazio a congetture lambiguo commento di Francesco Cossiga che definì il libro "bellissimo".
  • Il giorno dellagguato i fucili mitragliatori in dotazione agli agenti di scorta di Moro si trovavano riposti nei bagagliai delle auto. Durante il processo presso la Corte dassise di Roma la moglie di Moro, Eleonora Chiavarelli, dichiarò: "questa gente le armi non le sapeva usare perché non facevano mai esercitazioni di tiro, non avevano abitudine a maneggiarle, tanto che il mitra stava nel portabagagli. Leonardi ne parlava sempre. "Questa gente – diceva – non può avere unarma che non sa usare. Deve saperla usare. Deve tenerla come si deve. La deve tenere a portata di mano. La radio deve funzionare, invece non funziona." Per mesi si è andati avanti così. Il maresciallo Leonardi e lappuntato Ricci non si aspettavano un agguato, in quanto le loro armi erano riposte nel borsello e uno dei due borselli, addirittura, era in una foderina di plastica.". Questultima affermazione fu smentita dalla vedova del maresciallo Leonardi, la quale dichiarò che il marito "ultimamente andava in giro armato perché si era accorto che una macchina lo seguiva.".