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ⓘ Storia del palazzo del Bargello. Il palazzo del Bargello di Firenze è uno degli edifici medievali più significativi di Firenze, già sede di varie istituzioni co ..




                                     

ⓘ Storia del palazzo del Bargello

Il palazzo del Bargello di Firenze è uno degli edifici medievali più significativi di Firenze, già sede di varie istituzioni comunali e repubblicane e che divenne nel 1865 il primo museo nazionale italiano.

                                     

1. XIII e XIV secolo

Nel 1250, dopo la battaglia di Figline, i Guelfi fiorentini ottennero una vittoria decisiva sui Ghibellini, e poco dopo fu deciso riorganizzare il governo del libero comune, creando la figura del Capitano del popolo e un consiglio degli anziani. Nellimpossibilità di confinare queste cariche nellunica struttura pubblica cittadina, langusta torre della Castagna, o in una delle sedi delle Arti, fu deliberata la costruzione di un nuovo "palagio" adeguato, scegliendo una zona lungo lattuale via del Proconsolo, dove vennero acquistate case e appezzamenti di terreni per lo più in mano a privati e ai monaci dellantistante badia Fiorentina. Tra gli edifici preesistenti, sia in pietra che in legno, spiccavano la torre dei Riccomanni, che divenne poi il nucleo della torre campanaria del nuovo palazzo, e una casa dei Boscoli, dove ebbe alloggio provvisorio il Capitano del popolo.

Uniscrizione tuttora esistente su una parete esterna, ricorda come nel 1255 i lavori ebbero inizio.

Traduzione: "Quando regnavano il santo sommo Alessandro pastore del mondo che il mondo adora e il re Guglielmo e quando governava la città di Firenze con animo lieto un uomo illustre e nobile, cioè Alemanno della Torre di Milano, fu allora che un uomo energico costruì queste mura per i posteri. Costui, Bartolomeo Nuvoloni nativo di Mantova, fulgido di senno, ragguardevole e sorretto dalla probità era a capo del popolo fiorentino e ha come insegna le aquile e questa insegna lo rende degno di onore sotto linsegna del popolo che offre le gioie della vita a quanti desiderano che sinnalzi al cielo la città che Cristo protegga e conservi con un patto di pace. Poiché Firenze era piena di tutti i beni, egli vinse i nemici in guerra e in un grande tumulto, egli gode della buona sorte grazie alle insegne e al potere popolare, rafforza, compra, con impeto abbatte ora gli accampamenti grazie alla prosperità che abbraccia il mare, la terra e tutto il mondo. Quando essa regna tutta la Toscana diventa felice; sta salda come Roma, sempre pronta a riportare trionfi; si rende conto di tutto e impone leggi infallibili. Correndo nel mondo lanno 1255 dellera cristiana con la tredicesima indizione allora del tempo."

Secondo Giorgio Vasari larchitetto del nuovo palazzo fu Lapo Tedesco, a cui seguitrono una decina di anni dopo i domenicani fra Sisto da Firenze e fra Ristoro da Campi. Tra il 1260 e il 1280 il fabbricato fu infatti ampliato su via dellAcqua, nel 1295 fu arricchito dal cortile porticato e tra il 1316 e il 1320 venne rialzato sui lati di via Ghibellina e via dellAcqua. Nel 1261 il palazzo era sicuramente già abitato dal podestà, figura che aveva già sostituito quella del Capitano, nella persona di Guido Novello, che governando la città a nome di re Manfredi, chiamò la strada laterale via Ghibellina in onore del suo partito. Per legge il podestà, che amministrava la giustizia civile e penale ed aveva la precedenza in città su qualsiasi carica tranne che per le faccende politiche, doveva provenire da una città non sotto il dominio fiorentino e distante almeno 50 miglia, in modo che non fosse legato da amicizie e parentele con fazioni cittadine che potessero influenzare o intimorire il suo operato. Inoltre, proprio per non creare legami, restava in carica per un solo anno. Nel palazzo era dunque amministrata la giustizia, per questo era anche provvisto di celle, e fu per molti secoli uno dei luoghi in cui avvenivano le esecuzioni capitali, gli interrogatori le torture.

Dal 1282 le sedute del podestà e dei suoi consiglieri avvenivano nella loggia affacciata sul cortile del palazzo, in modo da essere pubbliche. Nel 1292 sono regitrati i pagamenti per i primi decori interni noti, a opera di un tale Fino di Tedaldo, che dipinse alcune immagini sopra la porta della sala maggiore e sul seggio del giudice, probabilmente andati perduti durante i tumulti legati allassoluzione di Corso Donati tre anni dopo. In quelloccasione, raccontano Giovanni Villani e Dino Compagni, il popolo assalì il palazzo del Podestà, danneggiandolo gravemente, ma senza ferire il governatore che si era rifugiato con la famiglia in una casa vicina, e che il giorno dopo se ne tornò spaventato in Lombardia.

Per ripristinare lordine e il prestigio del palazzo e della carica podestarile, il Comune deliberò allora la fortificazione della struttura, dotandolo anche di nuove sale e di un nuovo ingresso in via della Vigna Nuova. Nel 1298 ebbe qui la sentenza desilio Dante Alighieri, davanti al podestà Cante Gabrielli da Gubbio. Poco prima o poco dopo nel 1295 o nel 1300-1304 doveva avervi lavorato anche Giotto con la sua bottega, realizzandovi su incarico del cardinale Matteo dAcquasparta gli affreschi della cappella della Maddalena, in cui è ritratto lo stesso Dante; ma cè anche chi sostiene che queste pitture, ricordate ad esempio da Villani, siano in realtà state su un perduto polittico, e che gli affreschi veri e propri risalgano al 1334-1337 circa, appena prima della morte del maestro, in un periodo di pace e durante unaltra campagna di lavori al palazzo.

Nonostante il rafforzamento delledificio infatti, questo fu di nuovo assaltato dalla folla inferocita nel 1304, per liberare dalle sue prigioni messer Talamo Adimari e cacciare il podestà. La guerra con Pisa protrasse ulteriori lavori al palazzo per tredici anni. Nel 1320, a lavori ancora in corso, il conte di Battifolle poté reinsediarsi per primo nel palazzo del Podestà, sebbene alcuni documenti ricordino come alla loggia stesse ancora lavorando un tale architetto Toni di Giovanni, e il tetto venisse completato solo nel 1326, sotto il Duca di Brienne, che appose i suoi stemmi nel sottotetto. Nel 1329 vennero scalpellati via tutti gli stemmi esterni dei podestà, permettendoli da allora soltanto nel cortile.

Ancora nel 1332 il palazzo fu messo a ferro e fuoco, e un anno dopo una disastrosa alluvione inondò il cortile fino a sei braccia. Tra il 1340 e il 1345 ledificio venne dunque profondamente ristrutturato e rialzato da Neri di Fioravante, che coprì le sale principali con volte, in modo che non dovessero patire nuovamente per gli incendi, e lo dotò dei merli guelfi. Nel 1343 infatti il palazzo era stato di nuovo saccheggiato durante la cacciata del Duca dAtene, e da allora venne affidato a sei cittadini che presero il posto del podestà, e fecero dipingere a Giottino il duca in maniera infamante, impiccato coi suoi seguaci tali pitture esistevano ancora al tempo dellassedio di Firenze del 1529. Si trattava di un modo di punire "in contumacia", già utilizzato prima a Firenze e che sarà replicato dopo, in altri casi speciali.

Al 1345 dunque, sempre grazie a Neri di Fioravante, risale la sala del Gran Consiglio oggi salone di Donatello, atta ad ospitare la nuova assemblea governativa. Al 1367 risale lo scalone nel cortile, fino allOttocento coperto da una tettoia.

Ma dopo pochi anni, il palazzo appena ricostruito e ridecorato, fu devastato di nuovo durante il tumulto dei Ciompi 21 luglio 1378. Preso dal popolo minuto dopo un breve assedio, fu saccheggiato lasciando però liberi i suoi assediati. La campana della torre, danneggiata in quelloccasione, fu poi rifusa e da allora suonò ogni sera segnalando il coprifuoco notturno fino allanno 1848; richiamava inoltre il popolo durante le esecuzioni capitali.

                                     

2. Cinque, Sei e Settecento

Nel 1434 Cosimo de Medici volle che sulla facciata si dipingessero impiccati quei nobili che lo avevano condotto ine silio, e analogamente nel 1480 Andrea del Castagno vi dipinse per Lorenzo de Medici alcuni responsabili della congiura dei Pazzi, mentre durante lassedio di Firenze vi furono rappresentati tre traditori della Repubblica: Alessandro di Gherardo Corsini, Taddeo Guiducci e Giorgio Ridolfi.

Con il consolidarsi dellegemonia medicea, il palazzo divenne nel 1502 la sede del Consiglio di Giustizia e dei Giudici di Ruota, fino al 1574 quando sotto il duca Cosimo I de Medici, queste magistrature vennero spostate al palazzo Castellani, e prese qui sede il bargello, ovvero il capo delle Guardie, che provvedeva agli arresti, interrogatori ed eseguiva le condanne capitali. Da allora e per circa tre secolio il palazzo, che aveva acquistato così in nome con il quale ancora oggi è noto perdendo però quello della sua antica funzione, fu adibito in massima parte a carcere, venendo fortemente degradato: ad esempio furono murati gli archi del loggiato e del verone ricavando delle celle, così come il grande salone fu sopplacato per ben quattro livelli in modo da ricavarvi trentadue celle e una cappella, mentre la stessa cappella della Maddalena veniva intonacata, divisa in due piani ed adibita a dispensa delle vicine cucine al piano inferiore, e a ulteriori stanze per i prigionieri in quello superiore.

La città aveva altre prigioni, come il carcere delle Stinche, ma qui venivano rinchiusi i prigionieri più pericolosi e quelli destinati alle esecuzioni capitali, le quali venivano eseguite fuori le mura alle forche sui "Prati della Giustizia" presso la Torre della Zecca, oppure in casi eccezionali nello stesso cortile del palazzo.

                                     

3. Il primo Ottocento

Soltanto nel XIX secolo, nel clima di una generale rinascita dellinteresse erudito verso Firenze le sue glorie cittadine, si diffuse la notizia vasariana della presenza di un ritratto documentato di Dante per mano di Giotto nel palazzo del Bargello, focalizzando lattenzione verso questo monumento e una sua possibile rinascita e valorizzazione.

Nel 1841 finalmente il barone Seymour Kirkup, assieme ad altri collaboratori, poté finanziare una serie di sondaggi allinterno della cappella di Santa Maria Maddalena, a seguito dei quali, il pittore-restauratore Antonio Marini riportò alla luce il ritratto del sommo poeta entro unarticolata rappresentazione del Giudizio Universale e delle storie delle sante Maria Egiziaca e Maria Maddalena. Leffigie le storie vennero però arbitrariamente restaurate, procedendo a cospicue integrazioni, che non si trovano nei primi disegni del Kirkup pubblicati dalla Arundel Society di Londra. Limmagine del poeta nella cappella del Podestà veniva infatti ormai divulgata su riviste italiane e straniere, su guide e manuali tramite incisioni a stampa, contribuendo a una rinnovata fama del palazzo.

Una nuova rivolta contro le guardie nel 1847 mise in luce come fosse urgente il trasferimento dei detenuti in una sede più adatta.



                                     

4. Il restauro

Nel 1857 infine il Granduca deliberò lo svuotamento del palazzo, con nuova sede del carcere alle Murate, e lavvio di lavori di restauro. Il 22 novembre 1859 destinò il "palagio del Podestà" "ad essere la sede di un Museo di antichi monumenti, dai quali, per qualunque modo, venga illustrata la storia della Toscana in tutto quello che si riferisce alle istituzioni, ai costumi e alle arti". I lavori di ripristino e adeguamento ebbero luogo tra il 1859 e il 1865, sotto la direzione di Francesco Mazzei. In pieno clima neogotico, si cercò far rinascere laspetto "antico", recuperando quanto sopravvissuto e spesso rifacendo ex novo gli ornamenti architettonici le decorazioni pittoriche, queste ultime affidate a Gaetano Bianchi. Nel 1861, durante la prima Esposizione Nazionale Italiana, il palazzo finalmente sgombro venne aperto per la prima volta al pubblico nelle parti già restaurate.

Successivamente si creò la scala secondaria interna, si rafforzò la torre e la si lasciò con le bozze a vista come lantistante campanile della badia; la loggia le arcate del cortile vennero liberate dalle superfetazioni, e per dare luce fu demolita la tettoia sopra lo scalone esterno, vi venne aggiunta la cancellata a metà, vi fu ricostruita la fonte proveniente dallangolo tra via del Proconsolo e via della Vigna Vecchia, furono aggiunti il pozzo, la pavimentazione a lisca di pesce, gli stemmi cittadini sotto le arcate, in parte dipinti da Gaetano Bianchi e Carlo Brazzini, e in parte scolpiti ex-novo copiando esemplari antichi di analoghi palazzi toscani.

Complessivamente i lavori potevano dirsi completati nel 1865.

                                     

5. La nascita del museo

Una volta messo a punto il contenitore, si doveva stabilire il contenuto del nuovo museo, partendo da varie proposte: museo delle Arti industriali, museo del Medio Evo, museo Storico Archeologico nazionale. Il 22 giugno 1865 si decise infine di istituire il Museo Nazionale, il primo del suo genere in Italia. Nel frattempo Firenze era diventata capitale dItalia, e molti suoi edifici divennero sede delle istituzioni repubblicane. Il Parlamento a palazzo Vecchio, il Senato agli Uffizi avevano richiesto lo sgombero di molti ambienti monumentali, con la conseguente riorganizzazione delle collezioni medicee, a cui si aggiunsero presto i cospicui oggetti derivanti dalle soppressioni dei conventi.

Si decise allora di far confluire al nascente museo le sculture non antiche delle Gallerie, le collezioni dellArmeria medicea, le statue del Salone dei Cinquecento, i bronzetti della Guardaroba medicea, oltre ad alcuni oggetti in deposito da privati. Loccasione dellapertura si legò alle celebrazioni dantesche, e a quellepoca erano visitabili due sale di armi e una di scultura minuta al piano terra, e il grande salone con grandi statue tra cui anche il Genio della Vittoria di Michelangelo. Pochi anni dopo iniziarono a confluire le più disparate testimonianze di arti applicate, tra cui maioliche, cere, smalti, oreficerie, avori, ambre, mobilio, arazzi, medaglie dal medagliere mediceo, monete dalla Zecca, placchette, sigilli dallArchivio di Stato e tessuti. Alcune di queste collezioni furono trasferite nel 1928 al Museo degli argenti. Altri materiali affluirono sia da donazioni e prestiti di privati che da pubbliche istituzioni. Infine, delle soppressioni di ordini monastici, giunsero robbiane, sculture e oreficerie sacre.

Nel 1887 le grandi celebrazioni donatelliane diedero un nuovo assetto alle sculture del primo Quattrocento, che occuparono stabilmente il salone al primo piano, vicino ad alcuni calchi in gesso di opere dello stesso Donatello come il Gattamelata, secondo il gusto dellepoca. Nel 1888 si ebbe la donazione dellantiquario lionese Louis Carrand, che arricchì la collezione di straordinari esempi di "arti minori" europee ed extra-europee, e che diedero al museo lidentità che ancora lo contraddistingue: due nuclei estremamente prestigiosi, cioè quello della scultura e quello delle arti applicate, queste ultime arricchite ulteriormente dalle raccolte Conti 1886, Ressman di armi, 1899 e Franceschi di opere tessili, 1906.

Duramente colpito dallalluvione del 1966, ha subito una serie di riammodernamenti e spostamenti. Il 13 luglio 2006 ha subito un plateale furto durante lorario di normale apertura di tre gioielli antichi della sezione islamica. Dal 2014, con la Riforma Franceschini, è diventato uno dei musei italiani a statuto speciale, con giurisdizione anche su Orsanmichele, sulle Cappelle Medicee, su palazzo Davanzati e su Casa Martelli.